Sei fondamentalista? facciamo un test!

Il fondamentalismo è un virus dell’anima, un atteggiamento mentale sempre più comune che sembra diffondersi sempre di più. Cerchiamo di capire quali sono i sintomi e se siamo stati contagiati.

Chi è un fondamentalista?

Forse tu, che mi stai leggendo. Anche se non lo vuoi ammettere. Proprio tu potresti essere un fondamentalista…

So che quando si pronuncia la parola, di solito si pensa all’estremismo religioso violento. Ma si commette un errore.

Il fondamentalismo non è infatti un problema che viene da lontano e che si infiltra tra noi con i lupi solitari o le cellule dormienti.

Il fondamentalismo è un virus dell’anima, un atteggiamento mentale sempre più comune e che sembra diffondersi sempre di più.

È un po’ come l’apocalisse zombie, dove però al posto degli zombie… ci sono i fondamentalisti.

Ciascuno di noi potrebbe essere stato contagiato.

Tuttavia, state tranquilli. Penso di aver messo a punto un test sicuro, che consiste in una sola, semplice, domanda.

Prima di sottoporvi il mio test alla fine del video, dedichiamo almeno qualche minuto a mettere a fuoco la questione, per chiarire di che cosa stiamo parlando.

Cominciamo col dire che il fondamentalismo non è una problematica esclusiva del mondo islamico o di parte del continente americano, ma è presente, in varie forme, un po’ ovunque.

I primi fondamentalisti che ci verranno in mente saranno probabilmente i “kamikaze” – diventati famosi dopo l’11/9 – e i loro sostenitori, ma ne esistono in realtà anche di meno aggressivi che non si sognerebbero lontanamente, per fortuna, di fare i terroristi.

Il fanatismo, in qualunque forma, c’è e c’è sempre stato, ma il fondamentalismo religioso vero e proprio appare sulla scena della Storia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando diventa molto duro il confronto con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e si diffonde sempre di più l’atteggiamento razionalista e tecnicista. È proprio quello il tempo in cui Nietzsche proclamava, facendo una parodia dello stesso Vangelo, il famoso annuncio della “morte di Dio”.

Le teorie evoluzionistiche, specialmente il darwinismo, ma anche la critica storica e letteraria applicata alle Sacre Scritture, e poi le varie scoperte della fisica, della biologia, dell’astronomia rendevano l’universo un posto inconsueto, immensamente più vasto e non più con l’uomo al centro di tutto. Si apriva uno scenario sul mondo molto, molto diverso da come veniva tradizionalmente fino a quel momento pensato in verità un po’ da tutti e non solo dalle religioni.

L’economia di mercato e la rivoluzione industriale diedero inizio al processo della globalizzazione, del quale il colonialismo fu solo una prima fase per arrivare fino alle conseguenze attuali. Infine, le teorie filosofiche e politiche, le varie forme di hegelismo, così tutte le ideologie che ne sono derivate hanno cominciato a deridere, sottovalutare, emarginare la religione, a considerarlo solo un pensiero primitivo, tollerabile solo se vissuto in modo esclusivamente privato.

È il famoso fenomeno della secolarizzazione.

Ogni forma di fondamentalismo nasce in risposta a questo fenomeno e si esprime come una reazione di difesa del mondo religioso nei confronti di un mondo secolarizzato, multiculturale, sempre più difficile da comprendere e da accettare, nel quale Dio sembra diventare sempre più assente.

Le religioni in pratica reagiscono per difesa. Davanti a un mondo che sembra mettere in discussione i fondamenti della fede, il “fondamentalista” non accetta di discutere davvero, ma si limita a negare per principio ogni confronto.

Il fondamentalista vuole garantirsi la sicurezza dei propri riferimenti, diventati ancora più importanti in un periodo di grande transizione sociale, politica, economica, culturale. La fede diventa così l’unica fonte di tutte le certezze.

Notate che per il fondamentalista non si tratta solo di difendere la propria Tradizione. Il fondamentalista è diverso dal conservatore. Il conservatore ammette di confrontare il dato rivelato, ciò in cui crede, con le altre scienze, con la storia, la critica letteraria, la fisica, ecc.

Il fondamentalista semplicemente non accetta un confronto che non sia sul suo terreno, non accetta che esista un terreno comune e che il mondo possa essere esplorato anche con la ragione, prima che con la fede.

Il fondamentalista ha l’illusione che sia tutto subito chiaro, tutto evidente, che sia tutto come dice lui, ma, soprattutto, che chi crede o pensa diversamente non meriti rispetto, né il tempo speso a confrontarsi.

Da qui nasce una certa aggressività, una tendenza a disprezzare l’opinione altrui e a cercare di imporre la propria.

Ecco spiegato anche perché il fondamentalista si trova a suo agio specialmente in Internet e sui social, dove tutti diventano facilmente leoni da tastiera e la violenza, per fortuna, si limita a essere verbale.

Ma cerchiamo di comprendere, prima di giudicare. Di solito, il fondamentalista religioso ragiona così: qual è il motivo per cui le cose vanno male nel mondo? Non si mette a considerare i problemi economici, sociali, politici, morali, ma va dritto a una sola risposta: “perché l’uomo di oggi non rispetta Dio e lo ignora”.

Il fondamentalista si sente un difensore dei diritti di Dio. Secondo lui il mondo va male in fondo solo per un motivo: perché ha perso la fede. Ovviamente, la fede come la intende lui.

Tra parentesi: se il mondo abbia davvero perso la fede in Dio e si sia distaccato dalla religione è una questione aperta. Io personalmente non lo credo affatto. La religione non si può sradicare dal cuore dell’uomo. Ma questo argomento merita una trattazione a parte…

Il problema è che i fondamentalisti non tengono in conto le mediazioni, preferiscono ignorare che il mondo sia un posto complicato che segue regole proprie. Perciò mettono subito di mezzo Dio, praticamente in ogni cosa. Vanno dritti al Principio Primo, senza passare da nessun punto intermedio. C’è solo la causa prima e non ci sono cause seconde.

Anche per questo il fondamentalista tende a diventare apocalittico: a vedere subito il grande scontro finale tra le forze del Bene e quelle del Male, a vedere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. A considerare l’avversario come il “male assoluto”. Ecco perché spesso è fissato col diavolo e lo vede dappertutto.

Il fondamentalista vede tutto il mondo in bianco e nero, ma non è questa la cosa più grave. È ancora più tragico che può arrivare a sentirsi talmente tanto paladino del bene da considerare leciti anche metodi immorali, come, per esempio insultare o seminare odio.

Un’altra caratteristica preoccupante del fondamentalista è che non deve essere necessariamente ignorante o arretrato. Molti fondamentalisti appartengono a fasce istruite. Ci sono medici, ingegneri, avvocati, professionisti.

Il fondamentalista non è nemmeno un nemico del progresso. Non vuole tornare a un mondo primitivo, medievale, come dicono alcuni insultando il medioevo senza saperlo. Anzi, spesso usa molto bene Internet e sfrutta tutti i mezzi che la tecnologia può mettere a disposizione della sua causa.

Il fondamentalista religioso spesso tende politicamente all’estrema destra perché nella sua mente l’ultraliberismo economico è compatibile con il rigorismo morale. Infatti, secondo lui, tutto dipende dalle sole virtù individuali. Che ciascuno personalmente segua la Legge divina, in qualunque modo la intenda, è, nel suo modo di vedere, essenziale perché torni nel mondo la giustizia e la felicità, mentre dà poca importanza al fatto che esistono anche peccati sociali, vere e proprie “strutture di peccato” che non dipendono dalle sole scelte personali.

Tra parentesi, prima che mi diate tutti del comunista: l’espressione “strutture di peccato” l’ho rubata a Giovanni Paolo II e non a Carlo Marx…

Il fondamentalista tende a pensare che il dirigente, l’uomo che riceve responsabilità di potere, debba essere devoto e pio, perché in questo modo sarà più facilmente destinato al successo politico.

Il fondamentalismo ha facile presa persino tra i poveri e i diseredati perché fomenta la convinzione che Dio ricompensi e benedica con la prosperità, anche materiale, chi segue la sua legge, ma non le altre persone.

Si potrebbe dire, in conclusione, che il fondamentalismo offre certezze e le contrappone alle proposte di un mondo che non ne offre più. Tuttavia questa affermazione è ancora un po’ generica, perciò voglio offrire uno schema che spero possa aiutare a chiarirci le idee.

Tutto si può rappresentare come una relazione tra due termini: quello tra la fede e la cultura, compresa anche la cultura popolare (o cultura pop). Da una parte c’è la visione del mondo proposta dalla comunità religiosa alla quale si sente di appartenere. Dall’altra quella, un po’ più impersonale e variegata, di tutti gli altri, del resto del mondo.

Se tra questi due termini non si prende in considerazione un terzo elemento, un terreno “neutro”, un ambito autonomo sul quale i diversi pensieri e le diverse convinzioni possono trovare una convergenza, non ci può essere dialogo perché non ci può essere nessun punto di incontro.

Si finisce per parlare lingue diverse restando chiusi in mondi diversi.
Se le cose vanno così, secondo me, c’è poco da stare allegri.

Ma ecco, finalmente, è arrivato il momento del test.

Se vuoi sapere se sei stato contagiato dal virus del fondamentalismo, rispondi a questa domanda:

Esiste per te un terreno comune tra la fede e la ragione, tra la religione e la società, tra i credenti e i non credenti, tra le tue convinzioni e la cultura in cui sei immerso?

Esiste un mondo autonomo da ogni visione di fede, che (pur creato da Dio per il credente) funziona con leggi proprie che bisogna conoscere e rispettare? Oppure pensi proprio non ci sia nulla che unisce, prima di ogni divisione?

Se per te la risposta è NO, è ovvio che non esiste per te un termine medio per incontrare chi la pensa diversamente da te e comunicare con lui.

Se per te ci sono solo luce e tenebre, se gli altri hanno sempre torto, se tutti, tranne quelli che la pensano come te, sono in malafede, se esistono solo confini netti, muri, frontiere invalicabili, porte chiuse… mi dispiace, ma comunque tu la pensi o qualunque cosa tu voglia credere, sei positivo al virus del fondamentalismo.

In conclusione, però voglio ricordare che non è solo per i credenti il pericolo di diventare “zombie”. Esiste anche una versione laica, non religiosa, del fondamentalismo: si chiama laicismo estremo.

Il laicista estremo si conforta e si rassicura a sua volta nel pensare che tutti i credenti, senza eccezione, siano in realtà dei fondamentalisti, ottusi, che hanno spento il lume della ragione e che sono capaci solo di vedere dogmi e proibizioni dappertutto, cioè, in pratica, dei disadattati culturali totalmente fuori del mondo e che quindi non hanno e non devono avere voce in capitolo sui problemi morali e sociali.

Il laicista estremo, ragiona, se così si può dire, in maniera esattamente speculare al fondamentalista: E quando si domanda: “Qual è il motivo di tutti i mali del mondo? Risponde: “Le religioni!”, ovviamente, e soprattutto il loro influsso sociale.

Per un laicista estremo i credenti, di ogni denominazione, dovrebbero tenersi la religione per sé e praticarla “a casa loro”. Perciò, per fare un esempio, i simboli religiosi, secondo loro, non dovrebbero essere esposti, e i credenti non avrebbero nemmeno diritto a pronunciarsi riguardo ai problemi della società se lo fanno in quanto credenti.

Ma è un atteggiamento altrettanto dannoso, perché alza una barriera invalicabile tra credenti e non credenti, aggravando, nel campo opposto, la tentazione del fondamentalismo, soprattutto in alcuni soggetti più predisposti.

Dall’altra parte, il fondamentalista reagisce sempre più convinto che ogni elemento culturale che non provenga dalla fede o che non derivi direttamente da essa sia illegittimo e demoniaco. E che quindi i simboli religiosi debbano essere non solo esposti, ma addirittura ostentati, imposti, come un’appropriazione di identità, come una bandiera che divide il campo e svetta orgogliosa sulla propria trincea.

Il risultato è una polarizzazione sempre maggiore e una discussione sterile, che non rende un buon servizio né ai valori dello stato laico, né ai simboli religiosi.

La posizione della Chiesa Cattolica al riguardo è stata ben esposta da Benedetto XVI
che parlava di una “sana laicità”.

La sana laicità è il patrimonio comune di credenti e non credenti, il saper accettare la distinzione tra fede e cultura perché esiste l’autonomia delle realtà temporali, ma, allo stesso tempo, difende anche il diritto al credente di esprimersi e di offrire in tutti i campi il proprio contributo.

Non posso aver detto tutto, né posso averlo detto in modo del tutto soddisfacente.

Perciò, fatemi sapere nei commenti qual è la vostra interpretazione del fondamentalismo e soprattutto, se vi interessano questi video, non dimenticate di iscrivervi al canale.

Bella a tutti!

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Che cos’è un dogma? I dogmi mariani della Chiesa Cattolica

Ogni dogma risponde alla domanda “che cosa credi?”, rivolta a un membro della Chiesa. La risposta è l’esposizione di una formula linguistica. Senza dogmi non esisterebbe nessuna comunità di fede, ma solo dei singoli che possiedono delle convinzioni personali. Una fede che non si può comunicare, cioè che non si può in qualche modo “dire”, infatti, può essere condivisa né rifiutata.

Photo by: @Pinningnarwhals via Twenty20

La parola, ancora una volta, viene dal greco, è una delle sostantivazioni del verbo dokéo, che significa credere, ritenere, e significa perciò originariamente credenza, convinzione, nel semplice senso di opinione.

Ognuno, certo, ha le sue convinzioni e esprime il suo punto di vista, in questo senso, tutti abbiamo i nostri “dogmi” personali.

Tuttavia, quando il termine entrò nel vocabolario cristiano, aveva già acquisito un ulteriore significato. La parola infatti era stata adottata in ambito giuridico e significava ormai una “convinzione documentata”, cioè un’affermazione formalmente deliberata, esposta con intento normativo, cioè, in pratica, un “decreto”.

In questo senso, i dogmi sono perciò da intendere come dei contenuti espressi, delle affermazioni su alcuni argomenti, in questo caso sui contenuti della fede, che sono ritenuti prescrittivi in quanto condivisi, da una comunità organizzata di credenti. In questo caso, la Chiesa esprime apertamente, attraverso un dogma, ciò in cui crede.

Ogni dogma perciò risponde alla domanda “che cosa credi?”, rivolta a un membro della Chiesa. La risposta è l’esposizione di una formula, e in questo caso per “formula” si deve intendere ovviamente non una formula matematica, ma una formula linguistica.

Tutto questo nasce anche da un’esigenza pratica: non basta infatti dire “credo”, bisogna anche che ciascun credente sappia dire “in che cosa” crede, e questo “che cosa” va espresso in modo corretto, cioè definito, in modo che sia riconosciuto e condiviso, non solo da un singolo individuo, ma dall’intera comunità di persone che si riconosce nella stessa fede.

Senza dogmi non esisterebbe infatti nessuna comunità di fede, ma solo dei singoli che possiedono delle convinzioni personali. Una fede che non si può comunicare, che non si può “dire”, non può essere condivisa. Del resto, a ben vedere, è proprio la comunicazione più chiara possibile di un contenuto, qualunque esso sia, che permette a esso di essere abbracciato o, al contrario, di essere rifiutato. Per questo è importante che anche un non credente comprenda correttamente i dogmi, perché almeno sappia e comprenda nel modo migliore possibile “ciò in cui NON crede”.

“Credere” infatti è un verbo transitivo che richiede un oggetto. L’atto di credere richiede un’intenzione della mente. Non si crede “nella fede”, si crede “in qualcosa” perché si ha fede “in qualcosa” o, se volete, “in qualcuno che comunica qualcosa” e questo “qualcosa”, appunto, è il termine della propria fede che richiede di essere comunicato. In questo senso, la fede, in se stessa, non è una risposta. È la fede che offre, semmai, delle risposte.

Se non si è capaci infatti di comunicare – almeno in una certa misura – che cosa si crede, in realtà non si crede in nulla o, il che non fa molta differenza, si è totalmente nell’impossibilità di comunicare e condividere le proprie convinzioni. Una fede senza dogmi è una fede vuota, senza appigli per la mente e la parola, totalmente oscura e inafferrabile, impossibile da proporre, perché una fede che non sa esprimere se stessa non si può né abbracciare né rifiutare.

Perciò, con buona pace di molti, non esiste una fede senza dogmi. A meno che non sia una fede generica, vaga e indeterminata: una fede senza niente in cui credere davvero.

Dunque, ricapitolando: in ambito religioso, attraverso un dogma, cioè attraverso una formula espressa nel linguaggio umano, io sono in grado di esprimere una convinzione, non esclusivamente personale ma condivisa con altri, nella quale espongo il contenuto oggettivo della mia fede affinché possa essere proposto, cioè accettato o, eventualmente, rifiutato. Prendo, in pratica, posizione su ciò che ritengo vero o falso riguardo a Dio, a Gesù Cristo, alla Chiesa e così via. Nello stesso tempo, il dogma segna perciò il confine della mia comunità di appartenenza, perché accettarne o rifiutarne uno cambia sostanzialmente il contenuto della mia fede.

Tanto per fare un’analogia un po’ banale: se mi piace giocare a scacchi, ma affermo che lo scopo del gioco è catturare la regina, in realtà sto giocando a un gioco simile, basato sugli scacchi, ma che non sono più in tutto e per tutto gli scacchi giocati secondo la regola fondamentale che il pezzo da catturare, per vincere, è il re. Sto giocando un mio gioco, che può essere anche divertente, ma che non è più “il vero” gioco degli scacchi, riconosciuto come tale da tutti gli scacchisti del mondo.

Notate che questo vale in maniera analoga per qualunque genere di appartenenza non solo religiosa, ma anche ideologica. Come non posso essere cristiano se non credo alla resurrezione di Cristo così non posso essere buddista se non credo alla reincarnazione. In maniera simile, non a caso, si parla, giustamente, anche di fede politica.

Per comprendere meglio che cos’è un dogma per la Chiesa Cattolica, prendiamo, come applicazione del concetto, i dogmi mariani.

La Chiesa Cattolica afferma su Maria di Nazareth, la madre di Gesù, quattro verità fondamentali, che ruotano intorno a quattro parole della lingua greca:

Maria è:

  • Theotókos
  • Kecharitoméne
  • Aeipárthenos

Infine, Maria è passata attraverso la:

  • Kóimesis

Perché il greco? perché è stato la lingua del Nuovo Testamento e, ancora prima del latino in occidente, la lingua comune con la quale tutta la chiesa antica esprimeva la propria fede e praticava il dibattito teologico. Insomma, il greco, prima ancora del latino, è la lingua preferita della teologia cristiana.

Questo rifarsi all’antichità e alla tradizione, se si parla di fede, è importante, perché il contenuto della fede non si può inventare. Bisogna partire, per riflettere sulla fede, da che cosa hanno creduto coloro che l’hanno ricevuta in passato e quali espressioni hanno scelto per comunicarla.

Torniamo alle “quattro parole” su Maria, che si possono tradurre nel modo seguente:

Theotókos => lett. “deipara”, cioè Maria è la “Madre di Dio”, colei che ha generato, portato in grembo, partorito e allevato Dio.

Kecharitoméne => lett. “privilegiata” o, come tradotto da Girolamo, “gratia plena”, cioè “colmata (da Dio) di grazia”, che è un po’ meglio del nostro latinismo “piena di grazia” che purtroppo non rende bene l’idea. È il modo in cui viene chiamata dall’angelo Gabriele al momento dell’Annunciazione.

Aeipárthenos => “sempre vergine”, cioè Maria, sebbene madre, è rimasta assolutamente integra nella sua persona fisica.

Kóimesis => “sonno” => dormitio, nel senso di stato di attesa della resurrezione, come quando Gesù disse della figlia di Giairo “non è morta, ma dorme” prima di restituirle la vita. L’espressione ha la funzione di descrivere perciò non uno stato, ma un passaggio verso un altro stato: la Resurrezione.

Ciascuna di queste parole vuole condurre a una definizione, non tanto di chi è Maria di Nazareth presa per se stessa, ma di chi è Maria di Nazareth rispetto a Cristo e rispetto, di conseguenza, a noi, cioè a tutti gli esseri umani. Ognuna di queste parole, esprimendo per il credente che cosa Dio ha compiuto in Maria, esprime perciò anche chi è Gesù di Nazareth e, in definitiva, chi siamo noi. Riferiscono, in parole povere, il contenuto del Vangelo rispetto a Maria e lo definiscono attraverso una frase affermativa, cioè quella che viene chiamata una formula dogmatica o, più semplicemente, appunto, “dogma”.

Rivediamoli in sintesi:

  • Maria è la Madre di Dio

La maternità non è riferita alla natura, ma alla persona divina. Cioè Maria è Madre di Dio nel senso che è madre della Persona di Gesù, che è la persona del Figlio di Dio, dunque Dio. Come vedete, questo dogma suppone quello della Trinità e quello dell’Incarnazione, sui quali torneremo, e ci mostra in modo evidente come i contenuti della fede siano tutti collegati tra di loro.

  • Maria ha vissuto ogni istante della sua vita, fin da quando i suoi genitori l’hanno concepita, nella grazia che unisce a Dio

Il che equivale a dire che è stata liberata fin dal primo istante della sua esistenza dal peccato originale. Usando un’analogia, viene fabbricata cioè come una “lampadina già accesa”. In proposito consiglio di dare un’occhiata al mio video precedente sul peccato originale… (cit.).

  • Maria ha preservato il suo stato di integrità spirituale e fisica in ogni fase della maternità, uno stato, legato alla sua maternità, che ha segnato interamente la sua esistenza terrena

In pratica: Maria ha concepito, ha partorito e ha vissuto fino alla fine la sua maternità in modo verginale, cioè in una maniera assolutamente unica e speciale.  Una cosa possibile, da notare bene, solo per opera di Dio, in modo simile al roveto ardente di Mosè che bruciava senza consumarsi, secondo il racconto dell’Esodo al capitolo 3.

  • Maria, come suo Figlio, è stata assunta in Cielo in anima e corpo

Cioè è passata attraverso una Pasqua di morte e Resurrezione improntata su quella di Gesù, specialmente nel suo esito finale. Maria vive pienamente fin da ora la stessa condizione del Risorto, cioè lo stato futuro promesso a Dio per tutta l’umanità.

Questi quattro dogmi sono profondamente legati tra di loro ed insieme vogliono esprimere una sola verità: Maria rappresenta tutti i credenti. Maria è, insieme a Gesù, la primizia dell’umanità nuova. La “nuova” Eva.

Lei, infatti, è la prima discepola di Gesù a compiere insieme a lui tutto il suo tragitto. E lo ha fatto per prima in forza del suo dono e della sua missione: la maternità di Gesù.

In qualche modo, semplificando, lei corrisponde a noi. Lei è stata già ciò che noi siamo e noi saremo ciò che lei è. Proprio questo suo vantaggio, che la rende unica, la rende anche profondamente vicina a tutti. Il suo essere stata privilegiata, colmata di grazia, permette che tutti gli esseri umani possano esserne colmi.

Guardiamo infatti ancora meglio come si compongono, in relazione a Gesù, che rimane il centro della fede cristiana, queste affermazioni sulla madre di Dio:

  • Maria, in quanto madre di Gesù, è nello stesso tempo figlia di Dio e sua genitrice. “Figlia del suo Figlio”, come dice Dante con un’espressione straordinaria. Questo è avvenuto gratis, da parte di Dio, e si è realizzato grazie alla fede operosa con cui Maria ha risposto ai doni gratuiti che ha ricevuto da Lui. Maria, cioè, ha collaborato attivamente ai doni straordinari ricevuti, come dovrebbe fare ogni credente.
  • Maria ha ricevuto doni unici e speciali, una completa integrità nel corpo e nello spirito, che non era indispensabile. Dio e la sua opera potevano benissimo farne a meno. Che Maria li ricevesse era conveniente, ma non strettamente necessario.
    Ma proprio per questo a maggior ragione sono doni perché non “servono” a qualcosa, ma sono espressione della bontà gratuita di Dio verso di lei e, di conseguenza, verso l’umanità intera. Maria è un segno che rivela un Dio che fa doni grandi semplicemente perché li vuole fare.
    Duns Scoto argomentava infatti che se Dio può fare un bene più grande, lo vuole, e se lo vuole, lo fa. E così ha fatto con Maria, che è come un segno di vita e di speranza per tutti gli esseri umani.
  • E, infine, l’ultimo dono, che porta a compimento gli altri: Maria partecipa pienamente del destino di Gesù in quanto lo segue subito, alla fine del suo viaggio in questa vita, anche nella Resurrezione e Ascensione al Cielo, cioè nella nuova realtà che attende tutta la creazione.

Ricordo ancora, quando ero ragazzo, il mio catechista che mi spiegava tutto questo dicendo: “Maria, una povera e semplice ragazza di un paesino sperduto senza importanza, ha ricevuto in anticipo i doni che Dio ha riservato per tutti noi”. Non so perché, ma queste parole mi accendono ancora il cuore.

Tutto questo, cioè il fatto che Maria ha ricevuto doni straordinari di grazia, che ha vissuto il Vangelo fino in fondo, e che per questo partecipa della stessa condizione attuale del Figlio Risorto, si può riassumere in uno dei titoli più belli con cui la tradizione della Chiesa invoca Maria chiamandola, “Maris Stella”, cioè “stella polare”.

La stella polare era un punto di riferimento per la navigazione dei marinai. Per i credenti, gli esseri umani sono marinai senza bussola nell’oceano dell’esistenza, ma Maria è un punto fermo, una garanzia di speranza, una promessa di felicità che supera ogni nostra aspettativa e ogni nostro merito. Maria indica la rotta sicura del Vangelo.

Ovviamente, ci sarebbero ancora un’infinità di cose da dire, ma mi aspetto il vostro contributo nei commenti.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Che cos’è il peccato originale?

Anche se è l’origine di infinite discussioni, il peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della fede Cattolica.
Ma credo che sia anche uno dei più equivocati e meno compresi. In questa pagina, cerchiamo di chiarire almeno l’essenziale.

Anche se è l’origine di infinite discussioni, il peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della fede Cattolica.

Ma credo che sia anche uno dei più equivocati e meno compresi.

In questo video cercherò di presentarlo nel modo più chiaro e veloce possibile.

Premetto che non è possibile dire tutto ciò che andrebbe detto, soprattutto in breve tempo.

Posso però cercare di evidenziare il nocciolo della questione e offrire un esempio che secondo me, letteralmente, aiuta a fare un po’ di… luce.

Se volete scoprire perché ritengo l’esempio che vi farò così “illuminante”, armatevi di pazienza, e seguitemi fino alla fine.

Occorre innanzitutto mettere in chiaro una cosa: il racconto della caduta dei progenitori, la storia di Adamo, Eva, l’albero e il serpente, che troviamo in Genesi al capitolo 3, non contiene, in sé stesso, la dottrina del peccato originale.

Quello che invece è alla base di quanto insegna la Chiesa lo troviamo in quel fondamentale scritto di Paolo di Tarso conosciuto come la Lettera ai Romani:

Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

[Rm 5, 17-19]

Fate caso a come Paolo presenta le cose. Non propone un racconto, ma fa un discorso che mette a confronto due racconti e, dunque, due personaggi fondamentali: Adamo e Cristo.

Notate soprattutto la struttura a corrispondenza binaria, cioè a coppie ripetute di parole, che si possono estrarre dal testo e mettere in evidenza con una tabella.

Le espressioni “Uno solo” in relazione a “tutti”, ribadita due volte, indica una relazione che lega l’umanità a questi due personaggi, appunto Adamo e Cristo.

  UNO SOLO
  Adamo Cristo
 

TUTTI

morte Vita
colpa Giustizia
disobbedienza Obbedienza
peccatori Giusti

Ecco una delle idee più importanti, se non la più importante del Nuovo Testamento, riassunta in uno schema: da Adamo viene la morte, da Cristo la vita. La Vita raggiunge tutti gli uomini per mezzo di Gesù, il Cristo.

Paolo, infatti, parte da un presupposto: la croce di Gesù non è stata solo un atto eroico o un esempio morale, ma un evento potente che ha trasformato tutto.

Se Cristo ha offerto la sua vita per tutti gli esseri umani, allora tutti gli esseri umani, tutti i figli di Adamo – passati, presenti e futuri – avevano bisogno che Cristo offrisse la vita per loro.

Notate come Paolo intende questo “bisogno”. È una necessità radicale, inerente al fatto stesso di possedere la natura umana, di essere generati in tale natura, di appartenere, se vogliamo dirlo con il linguaggio della Bibbia, alla stirpe di Adamo.

Nel mettere in evidenza questo “bisogno”, cioè questa esigenza di sopperire a una “mancanza” essenziale, la Chiesa parla di “peccato”, una parola che non va intesa nel senso di una colpa personale – nessuno infatti nasce colpevole – ma nel senso di una relazione della quale non si può fare a meno. In definitiva si dice che tutti nascono predisposti a un collegamento indispensabile e, dunque, mancanti di qualcosa. In altri termini: nessuno può bastare a sé stesso. Ci serve l’altro. In questo caso l’Altro, con la A maiuscola.

Secondo l’annuncio cristiano, Cristo è morto e risorto anche per tutti coloro che vengono o che devono venire ancora al mondo. Dunque, quando si dice che “tutti nascono nel peccato originale” si dice in realtà che tutti gli esseri umani hanno, fin dall’inizio della loro esistenza, la necessità di una speciale relazione con Dio che possiamo chiamare in tanti modi, ma che il Nuovo Testamento chiama “redenzione” o “salvezza”.

Paolo vede in Cristo, specialmente nella sua morte e resurrezione, l’altro capo di questa relazione necessaria. Tutti gli umani perciò non solo hanno una qualche convenienza, ma hanno proprio un bisogno vitale di entrare in relazione con Cristo: ecco il “peccato originale”. La parola peccato, in riferimento agli innocenti, perciò non è usata qui non nel senso comune del termine, ma in senso analogico. Non si parla di una mancanza morale, ma di una mancanza esistenziale.

Come un neonato ha bisogno degli adulti per sopravvivere, perché nasce fragile e impreparato ad affrontare da solo la vita, così ogni essere umano nasce spiritualmente fragile, con un bisogno profondo di Dio per trovare la forza di fare il bene, di ottenere il dono di una vera felicità, di ricevere la vita eterna.

Su tutte queste considerazioni di Paolo, si innesta una riflessione, portata a fondo soprattutto da Sant’Agostino: qual è la causa di questa condizione di bisogno? Dio, nella sua bontà, non poteva dare all’uomo la vita, la grazia, la vita eterna fin da subito? senza il bisogno che venisse Cristo, senza che si consumasse tutto il dramma della redenzione?

La risposta del dogma è che Dio, in realtà, lo ha fatto, perché nella sua bontà non poteva non farlo.  Ha dato all’uomo tutto. Fin dall’inizio ha creato l’uomo buono e perfetto, cioè senza alcun bisogno inappagato, e lo ha riempito di doni speciali, superiori, tra i quali quello della sua amicizia e dell’immortalità. Doni cioè che vanno oltre – badate bene, bisogna sottolineare oltre – i doni naturali della vita biologica e dell’intelligenza. Ma, per qualche motivo l’uomo ha perso questi doni, perché Adamo, cioè qualcuno che ci contiene tutti e ci rappresenta tutti, ha voltato le spalle a Dio e ha perso volontariamente la sua amicizia. Questo però, non possiamo non notarlo, non è solo un evento concluso nel passato. È un evento quotidiano, che si ripete nella vita di tutti. Il male si propaga intorno a noi e domina, in noi e su di noi, spesso causato da noi stessi.

Adamo, infatti, per un ebreo come Paolo è l’immagine di Dio impressa in ogni uomo. È come se il primo uomo contenesse in sé stesso l’umanità intera, di ogni tempo. Per usare un’altra immagine: per Paolo, Adamo è come un calco sul quale ogni essere umano è stato fatto. Portiamo perciò i pregi, che vengono da Dio, e i difetti, che vengono dalla caduta, alla quale assistiamo tutti i giorni, di questo stampo originario.

La dottrina del peccato originale perciò non è una dottrina triste e pessimista. Non dice che ogni uomo è condannato dalla nascita. Non dice che l’uomo sia cattivo e destinato a compiere il male, ma tutto il contrario.

L’aspetto più importante del dogma ci dice che Dio, nella sua bontà, ha creato un ottimo stampo, ma poi, dopo che questo si è reso difettoso a causa della libertà dell’uomo usata male, ne ha fatto subentrare uno migliore. Ora gli uomini possono rinascere e vivere modellati su un prototipo diverso.

Cristo è il secondo Adamo. L’Adamo 2.0.

Su questa nuova matrice, annuncia Paolo, l’umanità è come se avesse la possibilità di venire “ristampata”. L’umanità indebolita e malata può guarire, può tornare a essere ciò che è stata chiamata a essere.

Il fatto che il mondo sia pieno di conflitti, che sia ferito, che il male dilaghi, non è affatto un mistero ed è sotto gli occhi di tutti. Il dogma afferma che Gesù è la medicina del mondo e che il mondo può guarire. In lui gli esseri umani ricevono la possibilità di imparare a usare meglio la loro autonomia.

In altre parole, la storia raccontata da Genesi viene interpretata come una figura speculare, rovesciata, di quanto raccontato dai Vangeli. La vicenda simbolica di Adamo viene letta alla luce della storia reale di Cristo, cioè della sua Passione, Morte e Resurrezione.

Cristo, perciò, secondo Paolo, è un nuovo Adamo, un nuovo inizio per un’umanità nuova, trasformata, destinata anziché al dolore e alla morte, alla felicità e alla vita.

Su questo confronto tra due diversi “Adamo” si basa la dottrina detta del “peccato originale”.

In sintesi, ecco come si potrebbe formulare quanto detto, portando fino in fondo il discorso di Paolo:

Adamo è come un Cristo fallito. Cristo è un Adamo riuscito.

Adamo, in un certo senso, rappresenta una mediazione originaria che non ha funzionato, che è andata “male”. Le cose non sono andate come dovevano andare. Questo “fallimento” è l’origine (da qui il termine “originale”) di tutti i problemi della condizione umana, a cominciare dalla sua fragilità di fronte all’esistenza e di fronte al bene.

L’ultima, straordinaria, conseguenza della dottrina del peccato originale, è che la condizione umana – rimodellata sul prototipo di Cristo – è superiore alla precedente. Il secondo Adamo, l’Adamo 2.0 non è solo una sostituzione. È un upgrade. Per questo la caduta del primo Adamo, raccontata da Genesi, viene definita la notte di Pasqua, una “felice colpa”, cioè una caduta fortunata, perché può essere letta come l’occasione per il più vantaggioso dei cambiamenti. Come quando il premio della polizza di un’assicurazione è più remunerativo del bene perduto.

In conclusione: ogni dottrina cristiana, ogni dogma, non va inteso come un’imposizione, ma come un punto di riferimento. Non può esistere una fede senza punti di riferimento. Sarebbe un credere vuoto. Ogni dogma cerca di dire, con le parole, chi è Gesù, detto il Cristo. Ogni definizione della fede espressa con il linguaggio umano – un dogma non è altro che questo – è un modo con cui il credente parla di Gesù, per esprimere ciò che crede veramente di lui.

Se avete resistito fin qui, allora vi siete meritati il mio esempio “illuminante”.

Se invece avete già capito tutto, allora quello che farò sarà per voi perfettamente inutile. Però spero che sia utile, soprattutto per i miei colleghi che lo vogliono spiegare ai più piccoli…

Allora, abbiamo una… lampadina. Perché viene fabbricata una lampadina? Ovvio, prof, per fare luce!

Però, c’è dell’altro. Senza la corrente elettrica, una lampadina non avrebbe molto senso di esistere. Riempie uno spazio vuoto, ma non serve a granché.

Questo perché le lampadine sono pensate, fin dall’inizio in relazione alla corrente elettrica.

Grazie alle lampadine, per esempio, possiamo vedere con gli occhi qualcosa, in questo caso, appunto, l’energia elettrica, che altrimenti rimarrebbe invisibile.

Possiamo dire che le lampadine sono pensate come amiche inseparabili dell’energia elettrica.

Allo stesso modo, ecco l’analogia, l’uomo è fatto per essere amico di Dio. Nell’uomo, persino Dio invisibile può rendersi visibile. Non significa anche questo, infatti, essere “immagine di Dio”?

Il dogma dice – seguitemi attentamente, perché ora ripeto il concetto in altro modo – che Dio, che sa fare le cose bene, ha pensato e creato l’uomo non come una lampadina spenta, ma come una accesa, collegata a quella fonte di vita, di energia, che è Lui stesso. Cioè l’uomo è stato fatto buono e amico di Dio.

Ma gli esseri umani sono decisamente più complicati di una lampadina, mi direte.

E avete ragione. C’è la libertà, che è una faccenda seria. È come se tutti noi avessimo in mano l’interruttore di noi stessi.

Ma non basta neanche avere un interruttore. Per qualche motivo misterioso, perciò, qualcosa si è interrotto tra la sorgente dell’energia e la lampadina, ancora prima dell’interruttore.

E allora? San Paolo dice che Dio, per mezzo di Cristo, ha collegato la spina! E che ciascuno di noi, allora, finalmente – perciò con il suo aiuto e mai senza – può di nuovo “accendersi”, diventare ciò che è chiamato a essere nel progetto di Dio.

Rimaniamo nell’analogia e aggiungiamo un elemento di sorpresa, un ultimo colpo di scena. La “buona notizia” non è solo che è stato ripristinato il collegamento, ma che adesso anche la lampadina non è più come quelle di prima.

Ora è una di quelle di seconda generazione, che, per esempio, può restituire miliardi di colori, cambiare di intensità e tonalità, ed essere comandata con la voce. Una lampadina, appunto, 2.0.

Spero di non avervi annoiato. Ma i concetti complessi spesso hanno bisogno di immagini, anche se non sono mai perfette.

Se pensate che abbia omesso qualcosa di importante o sapete presentarla meglio o se avete, come è normale, obiezioni, fatemi sapere nei commenti.

Bella a tutti!

L’Apocalisse deve farci paura?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse… E se invece i discorsi apocalittici della Bibbia non parlassero della fine del mondo?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse…

Non c’è dubbio, del resto, che il potere usi spesso la paura per manipolarci e sottometterci, nel passato come nel presente.  E purtroppo, molta propaganda politica e religiosa, funziona ancora così.

In un tempo in cui sembra dominare la paura, in cui facciamo fatica a immaginare il futuro, persino la religione, che dovrebbe darci speranza, sembra non aiutarci. Almeno questa, per molti, è la prima impressione.

Prendete per esempio il famoso discorso “apocalittico” di Gesù nel Vangelo di Marco al capitolo 13: si parla di sconvolgimenti storici: guerre, terremoti, carestie, dolori; delle relazioni umane stravolte e pervertite, dove persino i figli mettono a morte i genitori e i genitori i figli; e per non farsi mancare nulla, persino di catastrofi cosmiche: la luce del sole che si spegne, luna che sparisce, le stelle che cadono dal cielo. C’è poco da stare allegri.

Io credo però che ci sia un problema: abbiamo capito male, molto male, il significato vero del messaggio apocalittico.  Su questo, e su molte altre cose che riguardano la religione, soprattutto quella cristiana, esiste, almeno per chi la conosce poco, un grande frainteso.

Cerchiamo perciò di approfondire.

Cominciamo dalla parola “apocalisse”.

La parola greca, Apocàlipsis, da cui il nostro “apocalisse” letteralmente, significa rivelazione e non ha niente a che fare con la fine del mondo.

La parola indica nella Bibbia un intervento di Dio che segna la differenza tra il passato e il futuro. Dio si manifesta, interviene, agisce e tutto cambia.

In questo senso, Gesù si può considerare un predicatore “apocalittico”, perché annuncia un grande cambiamento in arrivo: il Regno di Dio. Con l’avvento del Regno, tutto è destinato a trasformarsi profondamente: niente sarà più come prima.

L’attesa di un intervento di Dio che trasforma le cose e, soprattutto, ristabilisce la giustizia dove non c’è, non è, per chi lo attende, un elemento di paura, ma di speranza.

Ogni riferimento all’apocalisse, perciò, è un richiamo alla speranza di un futuro migliore.

Ciò non toglie però che il raggiungimento di questo futuro passi attraverso un evento drammatico, un passaggio critico, per niente facile e scontato. Ed è forse questo l’aspetto dei discorsi apocalittici che suscita inquietudine.

Il punto su cui riflettere però è che questi eventi drammatici non sono futuri, sono ben presenti. Fanno parte del nostro oggi. Li vediamo ripetersi nel nostro quotidiano. Quindi non sono una minaccia, sono una compagnia, una presenza continua alla quale dobbiamo cercare di dare un senso.

I discorsi apocalittici di Gesù usano perciò un linguaggio molto preciso, lo stile profetico, per illuminare il senso del presente e dare conforto a chi crede in Dio. In particolare, nel Vangelo, Gesù parla di come sarà difficile la vita di chi crede in lui, di come sarà complicato a volte manternere la fede e testimoniare il Vangelo, ma di come, nonostante tutto, alla fine tutte le sue promesse saranno mantenute.

Proprio per fare un esempio, torniamo al capitolo 13 del Vangelo di Marco. Non è di facile comprensione, a una prima lettura. Per interpretarlo, dobbiamo mettere in chiaro alcuni elementi-chiave.

Per prima cosa, il contesto.

Gesù è in forte polemica con la classe politica e religiosa che controlla il Tempio. Gesù ha detto che ormai è una “spelonca di ladri”, un luogo sfigurato, profanato, in un certo senso, ucciso nel suo significato, dall’avidità e dal potere.

Nel grande Tempio ormai si adora il denaro, non l’unico vero Dio, e il luogo sacro non è più al servizio del popolo, ma al servizio dei potenti che manipolano e sfruttano le folle che vi si recano in buona fede. Lo scontro è stato molto, molto duro e Gesù, estremamente deluso, si è allontanato dal Tempio dopo averne annunciato la distruzione.

Costruito “pietra su pietra”, il Tempio di Gerusalemme non è eterno. Perciò “pietra su pietra” sarà demolito.

Ora, ecco la seconda cosa da mettere in evidenza.

Per Marco esiste una relazione stretta tra ciò che accade al Tempio e ciò che sta accadendo a Gesù.

Così come il Tempio è stato, in un certo senso, assassinato, ora toccherà a Gesù essere preso, condannato, profanato e messo a morte, praticamente per gli stessi motivi: Gesù infatti chiede, come gli antichi profeti, di tornare a un culto e a una religione puri, disinteressati, sinceri e profondi.

Ma a Gerusalemme, non sono pronti per questo cambiamento.

Per questo, il suo messaggio è destinato ora a diffondersi nel resto del mondo.   

I discepoli si avvicinano per chiedere a Gesù come e quando il Tempio sarà distrutto proprio, ci dice Marco, “mentre stava guardando verso il Tempio”.

Il discorso apocalittico viene pronunciato infatti tutto sul Monte degli Ulivi, la collina che mostra una veduta panoramica di Gerusalemme, sulla quale si stagliava imponente la struttura del Tempio [clip]. Era una vista mozzafiato.

Perciò tutto il discorso apocalittico comincia dal Tempio e mantiene sempre un riferimento al Tempio. Dobbiamo anche noi averlo sempre come davanti agli occhi mentre ascoltiamo tutto il discorso del capitolo 13.

Ricordiamo che il Tempio per gli ebrei non era un luogo sacro qualsiasi, come poteva essere un tempio per un greco o un romano.

Il Tempio era unico e insostituibile, perché era un’immagine del cosmo, creato, ordinato e sostenuto da Dio. Un posto unico al mondo, una miniatura dell’universo intero, in cui Dio abitava tra gli uomini e si lasciava incontrare da loro. Non esisteva niente di sacro e di più importante. Solo pensare il Tempio profanato o distrutto, equivaleva a pensare a un mondo decapitato, un corpo ferito a morte, un motore elettrico al quale venga staccata la spina. Per un ebreo di quel tempo, tutto il bene del mondo dipendeva dal Tempio di Gerusalemme. Se il il Tempio finisce, il mondo cade in rovina, come un castello di carte, senza più un sostegno. Senza Tempio, tutto il mondo si spegne. Senza il Tempio, tutto il mondo muore. Esiste perciò una relazione simbolica vitale tra il Tempio e il mondo.

“L’abominio della desolazione (o, meglio, della devastazione)” è un’espressione famosa, già usata anche nel libro di Daniele, che si riferiva alla statua di Zeus che il re Antioco IV Epifane aveva fatto collocare nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione perciò richiama il simbolo di profanazione e dissacrazione per eccellenza. Ma, come abbiamo detto, il Tempio è stato già profanato. Sotto la facciata del sacro, è diventato uno strumento di potere economico, un luogo di commercio e di oppressione dei poveri, “una spelonca di ladri”. È come se un cancro lo avesse infettato, condannando, nello stesso tempo, tutto il mondo. Se il Tempio è profanato e corrotto, infatti, il mondo stesso si ammala e si corrompe.

Il destino del Tempio è segnato. Dato che ormai è stato profanato e non si lascia riconsacrare perché dominato dall’ipocrisia, non potrà reggere e presto sarà disfatto pietra per pietra. E proprio perché è stato sconsacrato, ora deve essere abbandonato in fretta, precipitosamente, scappandone via lontano, come si fuggirebbe da una centrale nucleare uscita fuori controllo e contaminata da radiazioni mortali. La distruzione del Tempio è la peggiore disgrazia possibile che possa colpire l’umanità.

Per salvare l’umanità bisognerebbe ricostruire il Tempio, rifondarlo da capo.

L’unico modo di salvare il mondo equivale così, sul piano simbolico, a ricostruire in qualche modo il Tempio ormai distrutto moralmente e che perciò lo sarà, presto, anche fisicamente.

Ma tale rifondazione non avverrà come tutti si aspettano: il Tempio ricostruito sarà Gesù e i suoi discepoli con lui. Tutto cadrà, tutto il mondo morirà, ma lui no, lui resterà, ritornerà, risorgerà. E i suoi discepoli con lui, uniti in uno stesso destino, come pietre del nuovo Tempio.

Ecco allora il cuore del messaggio evangelico: la distruzione, prima morale e poi materiale, del Tempio, è anche un’immagine del destino riservato a Gesù, che sarà insultato, condannato e crocifisso come un malfattore. Gesù, dal canto suo, è presentato come qualcuno che vede l’immagine di se stesso esattamente riflessa nel Tempio. La profanazione del Tempio, una profanazione che travolge il mondo, coinvolge così in qualche modo Gesù stesso. E Gesù lo dice più volte apertamente. Deve farsene interamente carico, come un eroe che prende tutto il male su di sé, lasciando che sia Lui a perire insieme al Tempio. Anche per questo sarà anche accusato di voler distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni, come sappiamo.

Il Tempio è, in qualche modo, un richiamo diretto alla sua sorte: dato che è stato distrutto nel suo significato, privato di senso da chi doveva esserne custode, ora deve essere rifondato. Distrutto, deve essere ricostruito. Proprio perché abbattuto, perché il mondo viva, deve risorgere.

Ma ecco la parte più sorprendente: non sarà più come prima. Il Tempio risorgerà e restituirà la vita al mondo non come un edificio fatto di pietra, ma nel corpo stesso di Gesù. Non solo nel suo corpo individuale, ma in quel suo corpo che è la Chiesa.

Terzo punto da chiarire: il “quando e come”.

Gesù non si sottrae a una risposta diretta alla domanda: “qual è il giorno e l’ora?”. Risponde che non spetta saperlo, cioè deciderlo, se non al Padre”. Qui non è in questione la conoscenza, ma la fiducia. Per quanto riguarda il momento culminante di tutta la storia umana, bisogna lasciar fare alla volontà del Padre, alla quale, Gesù per primo si affida.

Fissare date è tempo perso. Bisogna fissare solo la propria fede e la propria speranza nel Padre.

Gesù, del resto, non sta parlando neanche, come abbiamo detto, della fine del mondo, ma, in riferimento a se stesso e al Tempio, e dunque in riferimento, appunto, al mondo, del suo scopo, del suo significato ultimo.

L’apocalisse infatti non è la fine del mondo, l’apocalisse è il fine del mondo: la rivelazione, appunto, del suo scopo, del suo senso. Se c’è uno spoiler, cioè un finale da sapere in anticipo, beh, secondo il Vangelo di Marco questo è solo il trionfo finale di Gesù e del suo messaggio.

Quarto e ultimo chiarimento: le brutte notizie.

Le guerre, i terremoti, l’odio e le menzogne propagandistiche – o, come si dice oggi – le fake news, così come i profeti altrettanto “fake”, cioè altrettanto fasulli, che le sostengono, non sono altro che il telegiornale, la cronaca quotidiana, la storia ordinaria dell’uomo.

Tutto il male che conosciamo non è la fine e non preannuncia la fine. Sono piuttosto “l’inizio dei dolori”.

L’espressione greca originale si riferisce ai dolori del travaglio del parto, intensissimi, ma annunciatori di vita.

In altre parole, Gesù sta dicendo: non abbiate paura: tutto il mondo, l’universo intero, soffre, ma come soffre una donna per il travaglio del parto. Anche San Paolo lo dirà in modo esplicito. Da tutto questo dolore e questo male nascerà qualcosa. I discepoli sono chiamati a guardare tutti i mali che opprimono lo scorrere della storia presente proprio come i segni di un profondo cambiamento, ma con una certezza: tutto è per il bene, tutto avviene per preparare un mondo migliore. In questa chiave, la gioia di ciò che sta per arrivare, una nuova vita, è più grande di ogni dolore precedente.

È un messaggio, perciò, di profondo ottimismo che non perde il contatto con la realtà, che non nasconde o minimizza le difficoltà del presente. Perché però tale speranza funzioni, è necessario un atto di affidamento totale e incondizionato a Dio, riconosciuto e chiamato come Padre. Per questo Gesù dice: “solo il Padre conosce il giorno e l’ora”. Il “sapere” nella Bibbia è connesso quasi sempre con il possedere e il potere. La conoscenza è una forma di possesso, perciò è anche una forma di appartenenza. Dunque dire “nessuno lo sa, nemmeno il Figlio” equivale a dire che nessuno dispone di quel giorno se non Dio Padre, e l’unico modo per affrontarlo o prepararsi ad esso è un gesto di fiducia totale e assoluta, come quella che Gesù stesso, in quanto Figlio, avrà nei confronti del Padre, nel giorno sua Passione.

Infine, le catastrofi cosmiche, quelle che più fanno pensare alla fine di tutto: “il sole si oscurerà… allora vedranno venire il Figlio dell’uomo”.

Le catastrofi cosmiche, nel linguaggio dei profeti, hanno anche una chiave di lettura sociale: il sole, la luna e le stelle nella Bibbia sono simboli usati anche per indicare, come nel libro di Daniele, le grandi potenze politiche, ideologiche, economiche o sociali, del mondo. Tutto ciò che sembra un potere eterno e indistruttibile, in realtà non lo è, a cominciare da nazioni, imperi e re. Tutto passerà, tutto ha un tempo stabilito. Ma il figlio dell’uomo resterà, affermandosi alla fine come l’unico solido e definitivo punto di riferimento di tutto: l’unica cosa che resta quando tutto crolla. Perciò, per concludere: dobbiamo aver paura dell’apocalisse? Assolutamente no, l’apocalisse, la rivelazione del fine di tutte le cose, è un messaggio che vuole vincere ogni paura, ed essere un invito definitivo alla fiducia e alla speranza.

Per approfondire:

L’acqua e lo Spirito

Agli autori della Bibbia piacciono i simboli. Perciò si parla spesso dello Spirito di Dio paragonandolo al fuoco o al vento. Ma il simbolo preferito da Giovanni è un altro: l’acqua.

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Ricordate le famose parole di Gesù?
“Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”.
Spiegare che cosa significa acqua viva è facile: in greco è l’acqua che scorre da una fonte. Cioè, per farla breve, non è l’acqua del pozzo e non è l’acqua in bottiglia.

Ma le cose sono un po’ più complicate di così. Per capire davvero che cosa significano queste parole, dobbiamo fare un passo indietro.

La festa di Pentecoste, come la festa di Pasqua, è una festa ebraica che nel cristianesimo ha cambiato significato. Tuttavia, notate bene, “il grande giorno della festa” al quale si riferisce l’evangelista Giovanni, la festa durante la quale Gesù ha gridato queste parole nel Tempio, non è la Pentecoste, ma la festa di Sukkot, cioè la Festa delle Capanne.

La Festa delle Capanne è una delle feste ebraiche più antiche e importanti. Evoca il tempo del viaggio di Israele nel deserto dopo la fuga dall’Egitto, nella precarietà, sotto le tende, ma fin dalle sue origini è sempre stata collegata profondamente anche all’agricoltura e al raccolto, temi inseparabili dall’idea primordiale della fecondità e della vita.

Era perciò una festa di ringraziamento e di propiziazione per i prodotti della terra, legata alla simbologia dell’acqua, perché la terra, senz’acqua, è sterile. Insomma, si invocava il dono dell’acqua perché da essa dipendeva la vita, due cose inseparabili anche per Israele e la sua storia, nel deserto come nella Terra Promessa.

Ai tempi di Gesù la festa delle capanne durava sette giorni. Ciascun giorno si faceva una processione. Visualizziamo che cosa succedeva. Un sacerdote, seguito da molta folla, si recava alla fonte di Ghìhon, a sud-est rispetto alla collina del Tempio, poco fuori Gerusalemme.

Lì, mentre i presenti cantavano in coro “Attingerete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza”, il sacerdote riempiva d’acqua una brocca d’oro e poi la conduceva insieme alla folla verso il Tempio, entrando in città da quella che si chiamava, appunto, “la porta dell’acqua”.

Tutti portavano nella mano destra rami di palma legati a ramoscelli di mirto e salice, in ricordo della costruzione delle capanne nel deserto. Nell’altra mano stringevano un cedro, o un limone, segno del raccolto. Tutto avveniva in un clima di gioia e festa, con canti, musica e danze.

La processione entrava infine nel Tempio e raggiungeva il cortile più interno, di fronte al Santuario.

Il sacerdote, sempre seguito dalla folla, continuava girando intorno all’altare degli olocausti. Il settimo giorno della festa, l’ultimo, il giro si ripeteva sette volte.
L’altare dei sacrifici era davvero grande, ma proprio grande: non pensate all’altare di una chiesa. Per farsi un’idea, era una roba alta sette metri, su una base quadrata di almeno venticinque.

Il momento culminante arrivava quando il sacerdote, salita la rampa che portava in cima all’altare, versava l’acqua della brocca d’oro in un imbuto d’argento. L’acqua scorreva così dall’altare fino a terra, mescolandosi al sangue dei sacrifici.

Ecco, è esattamente questo il momento in cui, secondo Giovanni, Gesù si alzò e prese la parola.

Così come ha già detto in altre pagine dello stesso Vangelo di essere l’agnello pasquale, la manna, il serpente, ora Gesù sta dicendo di essere lui la vera fonte. Attenzione: non l’acqua, ma la fonte dell’acqua.

L’acqua è “viva”, cioè è acqua di sorgente, proprio perché viene dalla fonte, cioè da Lui. E quest’acqua è lo Spirito. Giovanni lo dichiara apertamente. Anche se nella predicazione si preferisce più spesso parlare di vento e di fuoco, facendo riferimento alla Pentecoste secondo Luca, l’associazione simbolica tra acqua e spirito era invece, per un ebreo del tempo, molto più naturale di quanto non lo sia per noi oggi. La stessa parola nefesh, che traduciamo normalmente come “spirito” era in realtà anche un sinonimo di gola, e quindi di sete. Nello stesso tempo il simbolo dell’acqua richiama, insieme allo Spirito, la rivelazione di Dio in Gesù. Lo Spirito che scaturisce da Gesù è inseparabile dalla sua Parola e dunque, per Giovanni, da Gesù stesso perché lui, Gesù, è “la Parola fatta carne”.

L’acqua nella Bibbia è associata anche alla Torah, la Legge di Dio. Chi ne beve, cioè la mette in pratica, vive. Dunque da Gesù scaturisce lo spirito-acqua perché lui stesso prende il posto della Legge. Il “comandamento nuovo”, infatti, non è altro che Gesù stesso colto nell’atto di donare la vita. Tutto questo Giovanni lo rappresenta anche plasticamente con l’acqua e il sangue che scaturiscono dal costato di Gesù sulla croce.

In conclusione: tutto ciò che c’è di buono nel mondo viene da questa fonte. Ogni annuncio, ogni azione, ogni testimonianza, ogni atto o gesto vitale che si compie nel mondo dipende dallo Spirito di Dio riversato attraverso Gesù sul mondo. Senza, nessuno può vivere, nessuno può essere fecondo, nessuno può portare frutto, nessuno può donarsi a sua volta. Anche se non lo sa. Perché l’acqua feconda la terra sempre e comunque e, a sua volta, la terra fa vivere tutti. Anche te.

Bella a tutti!

Per approfondire l’uso di simboli e parabole:

Non c’è peggior cieco di chi crede di vedere

La guarigione del cieco nato nel Vangelo di Giovanni è un capolavoro di ironia, nel quale tutti un po’ dovremmo riconoscerci.

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Perché è difficile cambiare? Cambiare è difficile come per un cieco tornare a vedere.

“Gli uomini non cambiano” dice una bellissima e tristissima canzone.
Secondo il Vangelo, solo Gesù, qualche volta, ci riesce. Anche così possiamo interpretare il famoso episodio del cieco nato.

Gesù lo guarisce, ma tutto il mondo intorno a lui non accetta quello che è successo. Nessuno vuole vedere come stanno realmente le cose: il cieco è stato guarito. Quell’uomo adesso vede, ma tutti gli altri continuano a negare la realtà. Chi è il vero cieco?

Il Vangelo, qui come in altri passi, ha un forte senso dell’ironia.

Ma questa ironia è rivolta proprio a noi che lo leggiamo e ci sentiamo, per qualche motivo “buoni”, non agli altri che, forse inconsciamente, scriviamo sulla lavagna dal lato dei cattivi.

Il motivo per cui non riusciamo a cambiare, anche quando dovremmo, è che continuiamo a vedere e giudicare le cose sempre allo stesso modo, senza saper scorgere le novità e il cambiamento.

Non vediamo, non perché non abbiamo occhi per vedere o intelligenza per capire, ma perché abbiamo la vista e il pensiero occupati da altre cose. Preferiamo il nostro solito modo di vedere o le nostre solite convinzioni alla verità. Mentre per accettare le cose come stanno occorre coraggio e trasparenza interiore.

Facile a dirsi, però, anche se è dura, è così.

Ricordo un vecchio cartone che mi piaceva molto quando ero bambino: Mister Magoo. Non smettevo di ridere perché Magoo vedeva a malapena, ma non ne era consapevole, perciò trasformava tutto ciò che aveva davanti in un oggetto che stava solo nella sua fantasia, mettendosi in situazioni sempre più ridicole.

Ecco, noi siamo Mister Magoo. Ci mettiamo in testa una cosa e pensiamo che sia giusta e vera, senza aver il coraggio di ammettere i fatti, senza riconoscere che possiamo aver sbagliato. Visti da fuori, facciamo un po’ ridere, come fanno sorridere amaramente i personaggi del Vangelo che non vogliono vedere che il cieco è stato guarito.

Le nostre idee, le nostre convinzioni, sono dunque qualcosa che non vogliamo mollare, ma che spesso ci impallano la realtà.

Essere ciechi non è un problema, se sai che è un problema. Ma se sostieni a tutti i costi di vedere, beh, allora la faccenda si fa seria.

“Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere” dice il proverbio.
In questo caso, però, non c’è peggior cieco di chi crede di vedere.

Bella a tutti!

Per approfondire (e sostenere il blog):

Dieci ragazze… e un matrimonio

Spesso non sappiamo interpretare una parabola perché non ne comprendiamo la metafora. Per la famosa parabola delle dieci vergini, ci aiuta rievocare come si svolgeva un matrimonio nell’antichità.

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Immaginate dieci ragazze che organizzano una festa di nozze per una loro amica.

Immaginate la chat da incubo tra loro dieci, finché, quasi all’ultimo momento, arrivano a una decisione che, come spesso succede, è un po’ assurda.

Sono compagne di studi, hanno studiato tutte archeologia o lettere antiche all’Università e vogliono fare una festa di nozze che ricalca il modo in cui si faceva ai tempi dell’antica Roma, con qualche adattamento, ovviamente.  Una trovata folle, è vero. Ma tutte le feste di matrimonio sono un po’ folli. E anche loro, diciamo la verità sono un po’ svitate.

Fatto sta che l’idea è simpatica e originale e riescono a convincere la coppia, anche lo sposo che all’inizio ovviamente era un po’ scettico…

Gli sposi hanno deciso di trascorrere in una bella villa in campagna la loro prima notte, perciò questo rende più facile organizzare il tutto e ricreare il clima giusto.

Dopo la cerimonia e la cena, dopo le bevute e i balli, e gli altri annessi e connessi soliti che tutti conosciamo, le ragazze, le dieci amiche, accompagneranno la sposa nella villa degli sposi, dove aspetteranno l’arrivo dello sposo, che le raggiungerà dopo, accompagnato da tutti i suoi amici. Appena arriverà la sfilata dei ragazzi, le ragazze usciranno incontro allo sposo e si uniranno al corteo che lo accompagnerà, attraverso il giardino, fin dentro la casa. Il tutto si farà alla luce delle fiaccole, con tamburi e chitarre, cantando e ballando le canzoni preferite degli sposi. Un momento indimenticabile.

Nell’antichità si faceva infatti così: gli amici degli sposi, ragazzi e ragazze, accompagnavano lo sposo fino alla porta della stanza dove i due avrebbero trascorso la loro prima notte insieme. Lì lo attendeva lei, ovviamente felice, bella e splendente come il sole, come tutte le spose. L’amico più caro dello sposo faceva un breve discorso e consegnava la sposa allo sposo. A quel punto tutti facevano gli auguri alla coppia, uno per uno, consegnando i loro regali. Poi i due entravano nella loro stanza tra scherzi e battute dei presenti. La porta veniva chiusa e gli sposi, finalmente, dopo tutta quella giornata impegnativa, rimanevano soli e si godevano la loro intimità in santa pace.

L’idea delle ragazze è proprio di ricreare quella magia. La sposa ci ha anche fatto la tesi di laurea. Perciò è necessario che tutto sia perfetto. La parte più difficile? le fiaccole. Le fiaccole sono la chiave di tutto. Tutta la magia sta lì. Le fiaccole sono dei piccoli bastoni in cima ai quali sono avvolti degli stracci. Perché brucino il tempo sufficiente per il corteo che accompagna lo sposo, devono essere poco prima impregnate nell’olio, che deve essere abbastanza, altrimenti si spengono. Le fiaccole alzate nel mondo antico sono simbolo di vita e sono di buon augurio per gli sposi, per nessun motivo al mondo si devono spegnere, perché questo sarebbe considerato un terribile segnale di sfiga. Insomma c’è una sola regola: giocando con le fiaccole si può anche dare per sbaglio fuoco ai capelli di qualcuno, ma una fiaccola che si spegne non si può tollerare per nessun motivo.

La genialata del corteo finale stile antico non è però l’unico momento della festa e, nonostante le raccomandazioni, alcune delle ragazze finisco per distrarsi tra mille altre cose e dimenticano ciò che serve per accendere le fiaccole.

Lo sposo fa pure tardi, per qualche motivo, forse perché gli amici, sempre terribili, gli fanno qualche scherzo. Magari lo buttano in piscina o gli fanno un gavettone di superalcolici e lui è costretto a cambiarsi.

Il tempo passa. Ormai è il cuore della notte. Non c’è campo e i cellulari non prendono. Che fine hanno fatto lo sposo e tutti i ragazzi? C’è stanchezza, ovviamente, e le ragazze finiscono per abbioccarsi tutte. Ma finalmente si sente un gran casino…: sto benedetto sposo è arrivato “eccolo, dobbiamo andargli incontro!”.

È il momento di accendere le fiaccole. E qui spunta il problema. Cinque di loro hanno dimenticato di fare la loro parte. Caspita! Avevano fatto pure le prove. Non c’è abbastanza olio per le fiaccole. “Dividiamolo!”, ma le altre sono, giustamente, contrarie: abbiamo messo su tutto questo balletto e adesso andiamo a fiaccole spente? Non se ne parla. Le cinque più organizzate sono inflessibili. Andate da un pakistano, o a un centro commerciale aperto 24 ore su 24. Ce n’era uno sulla strada, vicino al paese. Insomma un negozio aperto si trova sempre. Ma bisogna correre!

Quelle saltano in macchina sperando di fare in tempo. Fanno prima che possono, ma, quando tornano, è già successo tutto, gli sposi sono entrati nella loro stanza. Il momento più bello è passato.

Allora, una di loro, contro il parere di tutti, rompe le regole e fa una cosa da non fare assolutamente: bussa alla porta della stanza degli sposi: “vogliamo salutare, ci siamo anche noi”. Dentro gli sposi sono già nella loro intimità e si sente da dentro lo sposo rispondere, stanco e ovviamente un po’ irritato: “…ma chi ve conosce?”.

Scusate, in questo caso lo sposo era evidentemente romano…

La differenza tra la storia che vi ho raccontato e il modo in cui si svolgeva davvero il matrimonio nel mondo antico, soprattutto in Palestina, 2000 anni fa, era che la festa vera per tutti gli altri cominciava non prima ma dopo il ritiro degli sposi nella loro casa e durava anche parecchi giorni.

Insomma, spero che ora la parabola del Vangelo sia meno difficile da interpretare. Perché le ragazze che non hanno condiviso il loro olio con le altre possono entrare alla festa e le altre no? Come mai alla fine non sono perdonate?

La risposta deve tener conto del fatto che le ragazze meglio organizzate non potevano condividere l’olio perché avrebbero rovinato tutto e, una volta chiusa la porta della stanza nuziale, il momento più bello era finito. Le feste sono belle, ma hanno anch’esse delle regole.

Tutto doveva essere fatto in un certo modo perché fare diversamente era ritenuto un’offesa grave agli sposi e alle loro famiglie.

Un po’ come sarebbe oggi presentarsi a una festa formale in bermuda e infradito. Qualcosa ritenuto abbastanza offensivo da poter essere messi alla porta.

Insomma per far funzionare qualcosa, per creare un momento magico, per regalare una gioia, bisogna saper essere previdenti prima e a volte anche determinati, inflessibili al momento.

La parabola vuole ricordare che entrare nel Regno di Dio richiede anche questo: determinazione, prontezza, fermezza, la capacità di saper cogliere l’essenziale e il sapersi regolare di conseguenza, non trascurare nulla di ciò che conta. Insomma, ci vuole anche un briciolo di sana cattiveria.

Mi viene in mente il titolo di un famoso libro di Ute Ehrahardt: “Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto”. L’autrice intendeva capovolgere un paradigma. Le ragazze cattive che vanno dappertutto sono quelle determinate, che ci sanno fare, che non si lasciano trattenere da un conformismo che le vorrebbe sempre arrendevoli, cortesi e generose. Che, insomma, hanno capito come si fa a farsi valere e si organizzano per farlo davvero.

Le parabole sono pensate proprio per capovolgere i paradigmi. In questo caso, non le ragazze semplicemente buone, ma le ragazze previdenti e decise a far funzionare una festa, sono portate a modello. Senza fiaccole accese non si può partecipare. Hai trascurato ciò che serve a tenerle accese? A creare la bellezza di quell’istante? questo ti esclude automaticamente. Con chi te la devi prendere? Hai trascurato il dettaglio più importante nel momento più importante. Hai toppato. Non hai tenuto conto delle priorità.

Non basta essere amici con tutti e voler bene a tutti. Devi dimostrare la tua amicizia e la tua benevolenza nel momento preciso in cui è richiesto. Perciò, non essere negligente e sii saggio, cioè organizzati. Arriverà prima o poi un momento in cui nessuno può aiutarti, perché nessuno può prendersi le responsabilità al posto tuo!

Bella a tutti!

Per approfondire:

La parabola del guardiano notturno

Una parabola è un racconto breve che attinge dalla vita quotidiana per creare immagini che rimandano all’assoluto, al significato ultimo della vita: un meccanismo perfetto per pensare e andare al di là dell’ovvio.

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Le parabole sono parte essenziale del linguaggio del Vangelo e, dunque, del linguaggio religioso, specialmente di quello cristiano. Gesù, infatti, amava questo modo di comunicare. Era un vero e proprio autore di parabole, alcune delle quali fanno parte del patrimonio culturale e letterario di tutta l’umanità.

La parabola prende la vita, la vita reale e concreta delle persone, e ne fa un’immagine che rappresenta l’assoluto, l’infinito, il significato ultimo, universale della vita. In pratica usa il mondo per parlare di Dio e della sua verità. Si prende qualcosa di quotidiano e, attraverso la metafora, lo si rende segno di qualcosa di eterno. Si parla delle cose di tutti i giorni con l’intenzione di parlare delle cose che restano per sempre.

Se volete però davvero capire le parabole, per andare al loro senso profondo, diciamo “spirituale” dobbiamo perciò comprenderne la metafora, cioè partire dal livello più vicino a noi, quello sensibile e materiale, per poi affacciarci oltre.

In pratica dobbiamo afferrare quale situazione la parabola sta descrivendo della vita quotidiana, per poi andare oltre e, come quando si sale su un gradino per sbirciare oltre un muro, cercare di afferrare il suo messaggio.

Il motivo per cui questo richiede un certo studio è che le parabole descrivono un mondo che in parte somiglia al nostro in parte no, perché è il mondo degli antichi. Il mondo del I secolo, soprattutto quello della Palestina, che era un calderone, oggi diremmo un “melting pot” della cultura ebraica, greca e romana. Un mondo che inevitabilmente per certi aspetti è lontano da noi e richiede un certo studio, cioè un certo amore per ricostruire i dettagli della scena descritta che prendono vita soprattutto attraverso il loro contesto.

Per esempio, la parabola di Marco del padrone che parte per un viaggio e che non mette al corrente i suoi dell’ora in cui tornerà, ci offre una metafora semplice, intuitiva, ma possiamo renderla ancora più chiara se facciamo alcune considerazioni. Prendiamo per esempio la questione della casa.

Nel mondo antico, solo le case dei ricchi avevano una portineria.

La porta permetteva l’ingresso in uno stretto corridoio che portava a un atrio coperto che era il centro della casa. La portineria era presidiata sempre da uno schiavo specializzato nel compito. Si trattava spesso anche di una donna. C’era un portinaio e aveva un ruolo ben preciso, come il portinaio di oggi, dove ancora ce ne sono: notare chi entra e chi esce e, soprattutto, riconoscere chi si presenta e, eventualmente, verificarne le credenziali. L’apostolo Pietro, come sappiamo, ha avuto diversi problemi con le portinaie. Ricordate quando viene riconosciuto come un discepolo di Gesù alla portineria della casa del sommo sacerdote? Riconoscere le facce era esattamente il suo mestiere. E quando, dopo essere evaso di prigione si presenta in una casa abitata da discepoli e la portinaia, prima di farlo entrare, va ad avvisare la padrona di aver riconosciuto Pietro? Povero Pietro, ha avuto sempre problemi con la portineria…

L’idea di casa però non si limita all’edificio. Casa è spesso sinonimo di famiglia.

La casa affidata agli schiavi è la famiglia stessa, di cui gli schiavi a loro volta sono membri.

Ciascuno ha il suo compito, che deve esercitare a prescindere dalla presenza o meno del padrone. Nella casa tutti hanno delle responsabilità, non solo verso il padrone, ma anche gli uni verso gli altri, proprio perché tutto funzioni.

La casa di cui si parla perciò è anche una piccola società.

Nella morale greco-romana l’idea di casa poteva così facilmente poteva prendere le dimensioni del mondo intero.

Perciò facilmente chi ascoltava poteva associare subito la casa a tutta la famiglia umana.

C’è poi da considerare il tempo.

Il padrone parte per un viaggio di cui non si conosce né il motivo, né la durata. Quello che possiamo sapere è che non si viaggiava di notte per motivi di sicurezza. Nel mondo antico non c’era nessuna sorveglianza delle strade di notte. Anche quando si facevano cene, feste, eventi, si cercava di mandare le persone a casa prima del tramonto.

Quindi se ordina di vegliare potrebbe non essere andato lontano, oppure, se lo ha fatto, la sua ultima tappa deve essere a una distanza che permette di prendere in considerazione di fare un ultimo sforzo per arrivare a casa tardi senza dover pernottare di nuovo fuori. Il padrone non stabilisce un tempo e non da un appuntamento. È esattamente questo il punto. Nella parabola si può immaginare che il padrone non sappia prevedere quando torna o non vuole comunicarlo perché prevedere di far presto, ma si cautela. La condizione dei servi non cambia: non c’è modo per loro di conoscere il momento del ritorno del padrone di casa. Non possono fare previsioni.

Ora vediamo il fattore rischio.

Come abbiamo visto, la sicurezza è stata sempre un problema. Ma nel mondo antico lo era ancora di più. Le strade erano infestate di briganti e le città di ladri.

Viaggiare era rischioso, ma anche lasciare una casa incustodita. Soprattutto se eri ricco rischiavi di non dormire sonni tranquilli. Era perciò di vitale importanza avere servi fidati, per il tuo bene e quello di tutti i tuoi cari. La vita del padrone dipendeva dalla fedeltà incondizionata degli schiavi.

Anche per questo, era previsto dal diritto, anche se non sappiamo se questa norma venisse abitualmente applicata o se si ricorresse ad altre sanzioni, che il padrone avesse il diritto, in situazioni gravi, di mettere a morte i propri schiavi.

Un’ultima cosa che non ci deve sfuggire è la questione dell’incarico.

L’incarico fondamentale, quello cui il padrone tiene di più in sua assenza, è quello del portiere di notte. Questo significa vegliare, vigilare: fare il proprio turno di sorveglianza. Come una sentinella.

Il richiamo al mondo militare è dato dai quattro turni della notte, che corrispondono esattamente a quelli di una sentinella dell’esercito romano: dalle 6 del pomeriggio (che era il tramonto) fino alla sera (le nove), dalle nove a mezzanotte, dalla mezzanotte alle tre (che convenzionalmente si indicava con il canto del gallo) dalle tre all’alba, cioè alle sei del mattino.

Notate che le ore romane non erano di sessanta minuti – sono state tali solo a partire dalla rivoluzione francese – ma erano di durata variabile, cioè dipendevano sempre e solo dal sole. Quindi, qualunque fosse la stagione, l’ora prima del giorno cominciava con l’alba, e l’ora prima della notte cominciava con il tramonto. Quindi la durata stessa del turno poteva variare a seconda della stagione, perché la notte poteva essere più lunga.

Ma il punto è che essere sentinella è un compito rischioso. Il portinaio è la sentinella della casa. Il suo compito era di vitale importanza per proteggere la vita degli altri, perciò la sua pena, se sorpreso a dormire o ad assentarsi e a non rispettare il suo turno, poteva essere la morte.

Perciò “vegliare” va inteso letteralmente come “rispettare il proprio turno di servizio”. Lo stare svegli non è uno stato generico, ma è collegato direttamente all’affidabilità del servo che sa portare a compimento il compito vitale che gli è stato affidato.

Finalmente, ora abbiamo gli elementi più importanti per procedere a ogni interpretazione possibile.

Ricordate che la parabola non ha mai un significato univoco, perché è un motore che intende mettere in movimento la mente per produrre significati e mettere in movimento anche la volontà per spingerla realizzare scelte.

Perciò sono accettabili e, anzi, fondamentali interpretazioni diverse e diverse applicazioni concrete alla vita. Ma ci sono delle linee generali, dei binari che vanno rispettati.

In questo caso, la metafora suggerisce, a mio parere, queste conclusioni: 1) Il viaggio del padrone apre una sospensione che richiede un ritorno, un compimento. In parole povere chiede un atteggiamento di attesa. Il credente attende. La fede consiste nel saper aspettare, senza perdere la speranza. Ecco che cos’è “Avvento”: l’atteggiamento di chi si dà da fare perché consapevole di una responsabilità verso qualcuno, pur nell’incertezza. Incertezza perché il padrone, che ha detto che sarebbe tornato da un momento all’altro, potrebbe farsi aspettare a lungo e tu non ne sai di più. 2) Il padrone temporaneamente assente ha affidato dei compiti ai membri della sua stessa famiglia, la casa, perciò il tempo della sua assenza corrisponde a una responsabilità. Attendere significa lavorare, agire, fare il proprio dovere, non solo stare ad aspettare il padrone. 3) Il lavoro più delicato di tutti è quello di proteggere gli altri, di prendersi cura della loro sicurezza. È quello per cui si rischia la vita. Lo sanno bene i nostri amici delle forze dell’ordine, che rischiano la vita anche in tempo di pace. Il portinaio fa quello: rischia la vita per tutti. La rischia su due fronti: perché ne risponde con la vita, sia che faccia il suo dovere, sia che non lo faccia. È comunque, che gli piaccia o no, in una posizione scomoda. 4) La condizione di chi segue Gesù, del discepolo, del credente è esattamente quella: il portinaio che fa da sentinella al mondo. Qui di nuovo torna un tema caro a Matteo: la fede non è una rigida ideologia. Perché credere non è un privilegio, non è il biglietto per il paradiso, ma un servizio. La fede stessa è un’opera di servizio. Questo è il suo compito. Servire gli altri attendendo con fiducia. È, di fatto, la posizione più scomoda di tutte. Ma anche, dal punto di vista del vangelo, la più importante per il mondo.

Bella a tutti!

Per approfondire:

La samaritana e il marketing

Ci sono molti modi in cui si può interpretare una pagina del Vangelo. Questa volta concentriamoci sul punto focale del racconto, che non è tanto il dialogo, quanto il suo effetto…

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Durante il viaggio per tornare in Galilea dalla Giudea, dove le cose si stavano mettendo male, Gesù deve attraversare un territorio molto ostile, quello dei samaritani, da secoli rivali dei giudei. Gesù rimane solo, sotto il sole, affaticato, vicino a un pozzo, mentre i discepoli si allontanano per fare la spesa. Una donna samaritana si avvicina al pozzo e Gesù, stranamente, attacca bottone. I discepoli, quando tornano, sono sorpresi, di vederlo chiacchierare da solo, con quella persona che, ai loro occhi aveva almeno due grandi difetti: era una donna ed era pure samaritana. Quella, alla fine, se ne va via in fretta con la sua anfora, senza aver nemmeno dato da bere a Gesù.

I significati di questo episodio sono molti. Di solito si interpreta questo brano come una preparazione al Battesimo. Infatti, si parla molto dell’acqua come simbolo dello Spirito, ed è proprio questo il motivo per cui è inserito tradizionalmente tra le pagine che si leggono nelle domeniche di Quaresima.

Proviamo, invece, a leggere tutto l’episodio in un’altra chiave, che ci viene suggerita dallo stesso Vangelo di Giovanni. Se vogliamo capire il senso di una storia, dobbiamo capire dove va a parare. Il senso di una storia diventa chiaro infatti spesso nel suo finale. E come si conclude questo episodio? Con un momento di attesa che, alla fine, viene soddisfatta. Gesù non mangia perché dice ai discepoli che è ora di lavorare, ci sono per lui delle necessità più impellenti. Che cosa significa infatti che “il suo cibo è fare la volontà del Padre”? Significa che è in attesa di molto lavoro che sta per arrivare. Chi sta per arrivare? Che cosa sta aspettando Gesù? Che la sua chiacchierata profonda con la samaritana faccia effetto. Ed ecco, succede l’incredibile. I samaritani detestano i Giudei e non rivolgono loro la parola, ma ora vengono da lui praticamente tutti i samaritani del villaggio. Ecco il punto: a Gesù è bastato parlare con una persona, una persona sola, per conquistare prima la curiosità, poi il cuore di un villaggio intero di samaritani, cioè di gente che, in teoria, costituiva il pubblico peggio disposto che Gesù potesse avere.

La storia dunque è anche un grande insegnamento ai discepoli su come si annuncia il messaggio del Vangelo. Gesù in questo momento è un maestro del “marketing”. Il termine vi può sembrare irrispettoso, ma in realtà non lo è. Il marketing infatti consiste nel raggiungere il pubblico con un messaggio, che sia commerciale o no, non fa molta differenza, perché in realtà, la merce più preziosa di tutte è l’attenzione delle persone, il loro tempo. L’Evangelizzazione consiste nell’attirare l’attenzione delle persone, perché il tempo del loro incontro con Gesù possa cambiare in meglio la loro vita. Ed è quello che accade ai samaritani, come la conclusione dell’episodio ci ricorda.

Gesù non disprezza i singoli e i piccoli. Non teme di perdere tempo parlando con una sola persona, apparentemente persino la più improbabile, per raggiungere una comunità intera. Una sola persona infatti è parte di una rete che ne coinvolge altre. Nessun essere umano, in realtà, è davvero isolato. E Gesù offre a questa donna, in poco tempo, in sintesi, tutta la ricchezza e il valore del suo messaggio, ma, soprattutto, offre a lei rispetto e indivisa attenzione. Gesù chiede un bicchier d’acqua ma offre un valore, una merce rara: il rispetto e l’attenzione, senza giudicarla. Per parlarle poi di un’acqua misteriosa e potente che scaturisce da lui stesso, accendendo la sua curiosità. Come se lei, una donnina qualunque, fosse la persona più importante del mondo. Anzi. Non “come se”. Davvero, per lui, quella donna, è, in quel momento, la più importante del mondo. E allora il miracolo accade. Quale? Il seme è stato appena gettato e non c’è bisogno di aspettare i soliti quattro mesi per la mietitura. Eccola lì la mietitura, la famosa “messe” – per la quale gli operai sono sempre pochi –: arrivano i samaritani ad ascoltare Gesù! e lui si dona, si dedica a loro. E quelli lo vogliono, tanto da tenerlo impegnato per due giorni interi. Infine, li convince dell’impossibile: che lui è il Messia, di tutti, di Giudei e Samaritani, degli ebrei e dei palestinesi, dei bianchi e dei neri, dei cani e dei gatti.

L’episodio dovrebbe farci molto riflettere quando pensiamo alle strategie da seguire per raggiungere le persone, a come comunicare il Vangelo. A come “evangelizzare”. Gesù insegna una strategia molto chiara. Comincia dalle persone, anche da una sola. Con pazienza, con amore, con dedizione. Poi, la messe ci sorprenderà, perché, scopriremo che non siamo stati noi a lavorare, ma lui. Dobbiamo imparare a credere che non facciamo tutto noi, che non possiamo fare tutto noi. I discepoli sono chiamati a raccogliere quello che lui ha già seminato e continuamente semina nel mondo.

Per approfondire:

“Non abbiate paura!” (dei social)

I muri di una volta ricompaiono sui social e fanno paura. Ma non dobbiamo averne, se vogliamo abbatterli.

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Vi ricordate questo discorso di Giovanni Paolo II? “Aprite le porte a Cristo… Non abbiate paura!”.

A quel tempo, un muro divideva l’Europa e il mondo in due blocchi. L’invito di Giovanni Paolo II a non avere paura era rivolto a un mondo che si sentiva insicuro, lacerato da tensioni ideologiche, sempre sull’orlo di uno scontro apocalittico che non avrebbe avuto vincitori.

Il papa polacco, appena eletto, si rivolgeva ai due grandi contendenti che si fronteggiavano su quella che allora si chiamava “la cortina di ferro”: verso Est suonava come la richiesta urgente di garantire il valore della libertà, soprattutto religiosa, dopo decenni di persecuzione subiti dalla Chiesa;
verso Ovest era un richiamo a ritrovare il vero senso della libertà nelle proprie radici cristiane dimenticate.

A distanza di quasi mezzo secolo, con parole simili, papa Francesco invita oggi un mondo che si sente ancora insicuro per il terrorismo, per i cambiamenti economici e climatici, e per mille altri motivi, a non aver paura dell’altro, del diverso, dell’emigrato, di aprirsi al povero in cerca di speranza, di cercare sempre e comunque la strada della pace.

Il suo appello a non aver paura si rivolge particolarmente a coloro che pensano di risolvere i problemi del mondo chiudendosi in loro stessi, innalzando nuovi muri, ancora, di nuovo, per paura.

Come vedete, i tempi cambiano, ma le paure restano.

La storia del mondo in fondo si potrebbe raccontare come la storia dei suoi muri innalzati per paura anche se poi, sempre inesorabilmente, per un motivo o per un altro, prima o poi, sono caduti.

Ma anche la storia di tutti e di ciascuno si potrebbe raccontare come la storia delle nostre paure, vinte o invincibili… Una storia di piccole e grandi battaglie quotidiane, dove abbiamo vinto o siamo stati vinti dalla paura.

Gesù è stato il primo a dire: “Non abbiate paura”. Solo che nel Vangelo di Matteo Gesù non parla della paura del mondo di accogliere i suoi discepoli, ma di quella dei suoi discepoli davanti al mondo. Il problema per lui non è tanto la paura che viene dall’esterno, ma quella che ci paralizza, che ci toglie l’iniziativa, che ci castra e ci rende sterili, che ci porta a rimandare o a caricare su altri una responsabilità che invece è nostra.

Il discepolo di Gesù non è solo chiamato ad ascoltare, è chiamato anche a parlare a sua volta. Come ogni apprendista, deve interiorizzare il maestro per imitarlo e fare eco al suo insegnamento, in parole e in opere.
Gesù non vuole alunni solo attenti e obbedienti, come non li dovrebbe volere nessun insegnante, ma li vuole attivi, dinamici, capaci di partecipare e di prendere l’iniziativa. Nello specifico li vuole dotati della capacità di comunicare agli altri, a tutti, quindi al mondo, la ricchezza che hanno ricevuto. Hai ricevuto un valore, ora devi trasmettere un valore.
Insomma, come Gesù è stato un predicatore itinerante nell’annunciare il Vangelo, praticamente senza sosta, così vuole i suoi discepoli: gente inquieta, che non sta mai ferma, seminatori a loro volta della parola che ha germinato e portato frutto in loro.

Ogni discepolo è chiamato ad essere un comunicatore, un testimone, un catechista, un educatore, un insegnante, così come lo è stato il suo Maestro. Gesù si è sentito in debito della verità verso il mondo, e nessun discepolo può sentirsi “più grande” cioè esentato da questo dovere. Secondo Matteo il Vangelo è una pratica e il comunicare… fa parte a pieno titolo della pratica del Vangelo!

Fate attenzione: Gesù non ha detto di convincere, di convertire, di conquistare, di imporre, di contrastare chi non la pensa allo stesso modo. Ha detto solo di insegnare quello che lui aveva insegnato. Di comunicare lui. Di offrirgli, insomma, la nostra testimonianza o, se vogliamo usare termini un po’ meno biblici: Gesù chiede di sponsorizzarlo con la vita.

Certo, il mondo è pieno di pericoli, ma questo non deve fermare il discepolo.

Vi faccio un esempio, significativo, secondo me.
Quando si parla di internet e dei social network, vedo una grande resistenza e un grande pessimismo in molti educatori, insegnati, catechisti, in tanti che hanno una responsabilità formativa, per non parlare di chi ha incarichi pastorali, dei religiosi e delle religiose, dei laici impegnati, dei preti. E parlo di persone spesso anche giovani. È come se avessero paura della Rete.
Eppure, la Rete ormai è un luogo di incontro reale, non più solo virtuale, perché fa parte da tempo della vita quotidiana di tutti noi.

In questo campo si parla molto, ma si fa ancora poco. E quel poco che si fa, in molti casi si fa ancora male. Improvvisando totalmente, senza nessun progetto.

Paura di sbagliare? Ma come si fa ad imparare se non si sbaglia? Come si fa a migliorare se non si prova e si non riprova, se non si combina anche qualche guaio, se non ci si mette in gioco?

La scuola e la Chiesa forse hanno in comune una cosa, almeno in Italia: la prevalenza di addetti ai lavori, diciamo… di una certa età. In tutte e due questi ambienti ancora sento qualcuno parlare di “nuovi mezzi di comunicazione di massa”. Ma non sono più nuovi per niente. Sono vecchi. Internet ha cinquant’anni e questo oggetto ce l’abbiamo tutti nelle tasche da più di dieci… E mentre il mondo corre, noi restiamo bloccati dalle nostre paure, che poi diventano incompetenze.
Ecco. Non ce lo possiamo più permettere.

Il discorso può anche essere più generale. Persino laico. Se restiamo fermi, inattivi, chiusi nella nostra zona di conforto, non cambieremo mai, non miglioreremo noi stessi, né potremo lamentarci se ciò che amiamo viene trascurato o disprezzato dagli altri.

Ma c’è qualcosa, alla fine, di cui dovremmo davvero aver paura?
Beh, sì, se prendiamo sul serio il vangelo, in realtà dovremmo aver paura… solo della paura!

Per approfondire: