Davvero chi non crede è condannato?

Prima di dividere il mondo in credenti e non credenti e condannare in massa i secondi, bisogna comprendere meglio che cosa significa “non credere” secondo il Vangelo di Giovanni.

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Nel lungo discorso di Gesù a Nicodemo, quello che più colpisce è che, a un certo punto, da una parte, si afferma che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi…”, poi però si afferma che “chi non crede è condannato”.
Il mondo si troverebbe diviso così, apparentemente, in credenti e non credenti. Che cosa dobbiamo concludere? Che i credenti sarebbero quelli “buoni”, mentre i non credenti i “cattivi”?
Se Gesù è venuto per salvare, perché chi non crede sarebbe condannato? Devo ammettere che, se fossi non credente, onestamente, mi girerebbero anche un po’ le scatole…

Leggiamo però con più attenzione. Per capire un testo ci serve sempre un contesto.

Il discorso di Gesù a Nicodemo riprende un’idea che Giovanni ripete, per tutto il Vangelo, a cominciare dal suo prologo: Gesù è il “logos” che è la vita degli uomini. Attraverso di Lui, si riversano sul mondo “la grazia e la verità” che lo trasformano.
La vita di tutto il genere umano viene da una fonte: Gesù stesso che si dona. Il mondo è sofferente, come avvelenato. Per guarirlo Dio dona al mondo la vita di Gesù. Da Lui viene una trasfusione di vita che salva tutti, una vita talmente abbondante e potente che è capace di abbattere anche la barriera della morte: chi la riceve non muore. Ecco la vita eterna.

Avere fede, per Giovanni, consiste nel lasciarsi raggiungere da questo dono, da questa abbondanza di vita che Dio dona al mondo.
Come il sole è nel cielo per tutti, così la vita di Gesù è offerta a tutti e tutti ne possono godere.

Al contrario, NON avere fede, non credere, significa preferire, sempre e comunque, il buio. Ma come si fa a preferire il buio e la morte? Lo fa, purtroppo, chi ha davvero qualcosa da nascondere.
Non tanto chi è ingiusto, imperfetto o chi fa casini a ripetizione, il cosiddetto peccatore, per intenderci, ma chi è profondamente disonesto, chi è sceso a patti con il male e ne ha fatto una scelta di vita. Ecco, allora, che cosa significa NON credere in Giovanni: essere “corrotti” dentro, cioè essere in “mala-fede”.
Non voler vedere e sostenere, nello stesso tempo, di vedere. Qualcosa perciò di molto diverso dal “non credente” onesto e in buona fede, che ama e ricerca comunque la verità.

Per farla breve: nel vangelo di Giovanni sono condannati coloro che condannano Gesù, l’uomo innocente, perché vedono in ciò un qualche loro vantaggio, coloro che preferiscono il male pur sapendo perfettamente che cos’è davvero il bene.
È come se proprio il dono della vita di Gesù, la sua luce, illuminasse e rendesse evidente qualcosa di inaspettato: Dio ha mandato il Figlio per salvare, cioè per guarire il mondo dal male, ma esiste un male ancora più grande che gli può resistere.

Questo male assoluto, ancora più grande di ogni altro male, è una scelta, un rifiuto che fa la differenza. Opera in altre parole, un “giudizio”.
Per Giovanni le parole e le azioni di Gesù che culminano nel dono di se stesso sulla croce, sono come una “luce” che si proietta su di noi e ci dice chi siamo veramente. Un fascio di raggi X che ci dice dove sta la frattura, una risonanza magnetica che svela dove si nasconde il nostro cancro.

Esporsi a Gesù, finire sotto il suo riflettore, significa mettere in evidenza il valore delle nostre azioni, le conseguenze delle nostre decisioni.
Non è perciò la fede, se la intendiamo come scelta ideologica, dottrinale, religiosa, che crea due schieramenti, uno di eletti e l’altro di dannati. Credere o non credere non divide il mondo sotto due bandiere. Quello che accade, oggi, nel presente non nel giorno del giudizio, è che la parola di Gesù, gettando luce sulle azioni degli uomini, ne svela il loro giusto valore.
È come dire: il vangelo costringe l’uomo a fare i conti con se stesso e a giudicare se stesso.

Su un muro di Roma, un graffitaro devoto ha scritto “Gesù ti ama”. Un altro graffitaro, forse ancora più devoto, ha aggiunto due lettere: “Gesù ti (sg)ama”. Ecco una sintesi perfetta. Di fronte a Dio, che si rivela in Gesù, non ci si può nascondere.

La rivelazione di Dio corrisponde alla rivelazione di noi stessi. Proprio perché ti ama, Gesù ti sgama.

Per approfondire:

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Adamo si veste di luce: la Trasfigurazione.

La Trasfigurazione è un episodio sulla nudità. Quella della verità innanzitutto. Gesù smette di raccontare parabole e comincia a parlare chiaro: sarà condannato a morte ma risorgerà. Poi, si spoglia di ogni apparenza. E si mostra così com’è, nudo, come Adamo.

Sotto il velo di ciò che appare si può nascondere di tutto.

La trasfigurazione di Matteo è una pagina di una ricchezza impressionante. Si potrebbero dire un’infinità di cose, ma concentreremo l’attenzione solo su due elementi.

1) Per cogliere meglio il senso della trasfigurazione di Gesù, bisogna tener presente dove è collocato il suo racconto, cioè ciò che è avvenuto prima e ciò che avviene dopo nella sequenza offerta dall’evangelista. Prima abbiamo visto Pietro che esprime la sua fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio, a Cesarea. Gesù, esattamente da quel momento, comincia a parlare a chiare lettere della sua passione e della sua morte. Alla reazione scandalizzata di Pietro, Gesù risponde con un rimprovero severo: Pietro, da fondamento della fede di tutti i credenti, diventa improvvisamente come “satana”, perché non ragiona con la logica di Dio. Però poi Gesù lo prende in disparte, insieme a Giacomo e Giovanni, per andare in cima al monte dove Dio cambia l‘aspetto di Gesù. Perciò tutto l’episodio è una risposta all’incredulità dei discepoli, a cominciare da quella di Pietro, che crede sinceramente, a parole, che Gesù sia il Messia e il Figlio di Dio, ma che ancora non crede nei fatti, come dovrebbe, perché rifiuta il modo in cui Gesù si presenta come Messia e Figlio di Dio al mondo, cioè attraverso la sua morte di croce. La trasfigurazione risponde perciò alla mancanza di fede dei discepoli e nello stesso tempo li prepara ad affrontare lo shock della morte di Gesù, in vista della loro fede matura. Il Padre mostra ai discepoli il volto “trasfigurato” per prepararli alla vista di quello “sfigurato” di Gesù. Ma è proprio, il secondo, quello “sfigurato” il volto con cui il Figlio di Dio si rivela al mondo. Il Tabor è una preparazione al Calvario.

2) Il volto di Gesù divenne brillante come il sole e la sua veste divenne di luce. Matteo fa qui due riferimenti importanti alla tradizione ebraica. Il primo riferimento è a Mosè, che, dopo aver parlato con Dio, per non abbagliare chi lo incontrava, era costretto a velarsi il volto. Qui però Gesù porta sempre un velo, quello della sua umanità, ed è Dio stesso che lo solleva mostrando ai discepoli tutta la verità su chi è Gesù. Dio, che ha coperto il volto di Mosè, ora svela il volto di Gesù. E che cosa vedono i discepoli? Luce, pura luce. Ma questo che cosa significa? Qui troviamo un secondo riferimento alla tradizione della sinagoga. Adamo ed Eva, nudi, nel paradiso erano vestiti solo della loro pelle. Solo dopo aver perso la loro felicità originaria cominciarono a coprirsi con i vestiti. In ebraico classico, pelle si dice “òr” mentre la parola “luce”, anche se si scrive diversamente, si legge allo stesso modo: “òr”. Matteo sapeva che i rabbini giocavano con queste due parole, dicendo che Adamo, che in paradiso era coperto di luce, cioè solo della sua pelle, dopo aver disobbedito, aveva coperto la sua luce, cioè la sua vera condizione, il vestito che Dio stesso gli aveva dato, la sua nudità felice, la sua trasparenza a Dio, con delle vesti opache. Gesù, vestito di luce, è perciò in realtà nudo, coperto della sua pelle umana, del vestito originario di Adamo, cioè della sua luce. È l’uomo vero, come Dio l’aveva pensato e creato. Il riferimento, ovvio, è anche alla nudità di Gesù sul Calvario. Perciò nella trasfigurazione di Gesù non si manifesta solo la sua divinità, ma ci sono tutti gli uomini e ciò che viene rivelata non è solo la natura del Figlio di Dio, ma la verità, tutta la nuda verità, su che cosa sono davvero gli esseri umani.

Il monte Calvario e il monte Tabor sono perciò inseparabili. La croce è la porta attraverso la quale tutta l’umanità ritrova se stessa.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Che cosa sarà il giudizio universale?

Come sarà il Giudizio Universale? Appartenere a una fede o a un’altra farà la differenza? Secondo il Vangelo di Matteo, saremo giudicati secondo un criterio molto semplice, in maniera davvero “universale”.

Conoscete il Giudizio Universale di Michelangelo? Se non venite da un altro pianeta, probabilmente sì.

Il Cristo, al centro dell’affresco, è al centro anche di tutto il movimento che fa salire i beati al cielo e allontana i dannati da lui. È l’occhio di un ciclone la cui potenza è la manifestazione della giustizia divina che rimette a posto tutte le storture del mondo e dà finalmente a ciascuno il suo.

La cosa però che pochi sanno è che questa immagine non è ispirata tanto dall’Apocalisse, quanto da una pagina del Vangelo di Matteo: precisamente dal capitolo 25, lo stesso capitolo che racconta le parabole delle dieci vergini e dei talenti, che abbiamo commentato in altri due video.

La scena del Giudizio Universale è una scena unica, che non viene raccontata in nessun altro Vangelo.

Nel Vangelo di Matteo le parole che descrivono il giudizio finale sono le ultime parole di Gesù prima della sua passione. Le parole con cui Gesù chiude la sua predicazione.  È come se tutto il suo messaggio convergesse in quel racconto, in quella scena, in quel momento.

Del resto, tutta la storia del mondo, stando al Vangelo, converge su quel momento.

Accade così un po’ quello che accade quando si sta fuori in attesa di dare un esame.

Tutti vogliono sapere una cosa sola: che cosa chiede il professore? Ecco, qui Cristo rivela l’unica cosa su cui ci viene chiesto davvero di essere preparati nella prova finale, quella in cui si può essere definitivamente promossi o bocciati.

Il giudizio si svolge su una scenografia grandiosa che raduna al cospetto di un uomo solo tutta l’umanità. Tutta la differenza la fa un gesto, offerto o rifiutato: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere,

nudo e mi avete vestito, affamato…”; e al contrario, per coloro destinati alla condanna: “avevo fame e NON mi avete dato…”, avevo bisogno e mi avete detto NO o mi avete ignorato. Fare o NON fare. Un criterio che tutti possono comprendere. Non servono catechismi, né dottrine, né lauree in teologia.

Il giudizio è estremamente semplice, basato su gesti fondamentali che gli essere umani sono in grado di compiere gli uni verso gli altri.

La cosa sorprendente? Non si parla di fede religiosa, né di abitudini religiose, né di scelte di campo, né di appartenenze. Si parla solo di fatti, di azioni.  E di azioni non particolarmente complicate o difficili. Non si parla di imprese e di eroismo. Non si parla di numeri. Si parla di gesti umani, diretti ed efficaci: dare da mangiare, da bere, visitare, vestire. Si parla di un accudire, di un prendersi cura, di uno stare accanto a chi incrocia la nostra strada in uno stato di bisogno. Non importa quante volte sia accaduto, non importa quante persone siano state coinvolte.

Non ci sono parole di condanna per gli atei, per gli eretici, per i pagani, per i non credenti o per quelli che credono diversamente. In questo giudizio, unico e speciale, sono condannati solo coloro che sono stati responsabili di un solo delitto irrimediabile: l’omissione. “Potevi fare, ma non hai fatto”. Dove sono le religioni, le chiese, le ideologie? Non ci sono. Nel giudizio, almeno di sicuro nel giudizio che conta, non ci sono.

Secondo il Vangelo di Matteo non saremo giudicati per le nostre convinzioni, per il colore delle nostre bandiere, né per le messe cui abbiamo partecipato, per i pellegrinaggi, per le ore trascorse in preghiera, nemmeno per il nome con cui invochiamo Dio.

Nemmeno farà la differenza se avremo invocato un Dio. Saremo giudicati come esseri umani, sulla nostra umanità. Non sarà un giudizio religioso, sarà un giudizio laico.

Laico nel senso più vero del termine. Perché saremo tutti trattati allo stesso modo.

Si tratta perciò di un giudizio che non fa distinzioni, che non fa differenze, che non guarda in faccia a nessuno. Un giudizio davvero, assolutamente, universale.

Ma la cosa più stupefacente, la cosa più spiazzante è l’effetto sorpresa, sia in chi ha usato misericordia sia in chi l’ha negata. La sorpresa di scoprire che un gesto semplice fatto od omesso e poi dimenticato poteva avere conseguenze così profonde e decisive. “Quando ti abbiamo incontrato e ti abbiamo aiutato o ti abbiamo abbandonato?”.

Dio, il Cristo, il giudice, si nasconde in ogni uomo e si nasconderà in ogni uomo, fino alla fine dei tempi. Vuole essere dimenticato, vuole essere ignorato, perché non vuole essere amato come Dio, ma come uomo.

Non vuole essere adorato, non vuole riti e sacrifici. Vuole essere salvato, accudito, protetto. La misura della verità non è dunque nei pensieri, nelle parole, nelle frasi, ma in ogni gesto di solidarietà e di attenzione.

La risposta a tutte le nostre domande, la soluzione a tutte le nostre inquietudini dunque non è domani, non è nel cielo, in paradiso, nell’aldilà, nell’eternità, come se all’eternità o al paradiso si potesse accedere pagando il biglietto di essere o sentirci brave persone.

Nel giudizio finale, tutti gli schemi saltano.

L’unica verità che ci serve, l’unica vera risposta di cui abbiamo bisogno sta nell’incontro con gli altri esseri umani, nella vita stessa, nell’oggi, dove, stendendo la mano o trattenendola, incontriamo subito la nostra salvezza o la nostra dannazione.

Alcuni filosofi atei hanno detto che l’unico Dio che bisognerebbe adorare è l’uomo.

Il loro errore è l’errore più vicino alla verità. Ma non tanto perché sostituiscono l’uomo a Dio, ma perché pensano a un uomo generico, a un’idea di uomo, che, alla resa dei conti, è solo un altro idolo.

Il Vangelo di Matteo dice al contrario che davvero devi onorare l’uomo come un Dio,

ma non un’idea astratta di uomo, ma quest’uomo concreto, in carne e ossa, quello che ti viene incontro imperfetto, debole, dolorante, bisognoso e fragile.

Questo è il vero Dio che devi onorare senza chiese, ma solo “in spirito e verità”.

Non fa alcuna differenza quello che pensiamo o diciamo di credere. Perché ogni nostra azione verso il prossimo ci pone davanti al nostro giudice in quello stesso istante. Lui, solo lui, l’amore stesso, ci giudicherà.

Per approfondire:

La vera differenza tra povero e ricco

La povertà assoluta diminuisce, ma i due estremi, gli straricchi e i poveri privi di tutto, aumentano. La cosa più grave? Chi è davvero povero non ha più la possibilità di risollevarsi.

Cominciamo con un autobus a due piani. Di quelli che si trovano a disposizione per i turisti nelle grandi città. Ora immaginate che imbarchi 62 persone. Ci stanno anche larghe, perché di solito un autobus a due piani dispone di ottanta posti. Ecco, le persone su quell’autobus possiedono tanta ricchezza quanta ne possiede metà delle persone che ci sono nel mondo. In pratica ci sono 62 persone che possiedono più beni e denaro di altre 3.600.000.000!

Se poi consideriamo tutti i beni che ci sono nel mondo, tutta la ricchezza che può contenere, sappiamo anche che l’1 per cento di tutti i suoi abitanti, cioè si è no settanta milioni di persone, ne possiede più del restante 99%.

Una buona notizia c’è: il mondo negli ultimi decenni è diventato meno povero, cioè il numero assoluto dei poveri è diminuito. Ma ce n’è anche un’altra cattiva: la ricchezza cresce, ma non è ben distribuita.

Si assiste a un fenomeno importante: anche se la povertà assoluta diminuisce, i due estremi, i ricchi straricchi, e i poveri privi di tutto, crescono, mentre si assottiglia lentamente la classe media: chi è molto ricco diventa sempre più ricco e chi è molto povero diventa sempre più povero. È un problema serio, perché questa grave disparità finisce per privare un grande numero di persone dell’accesso a ciò che è indispensabile per vivere o per poter anche solo sperare di migliorare la propria vita.

In parole povere, se si è tremendamente poveri, non si ha più la forza di risollevarsi.

Un ricco, per esempio, non ha solo più facile accesso al buon cibo, all’emporio dei grandi sarti o a una Lamborghini, ma può far valere la sua opinione, influenzare la politica, e, soprattutto, avere accesso alle ultime scoperte della medicina o agli avvocati che proteggono i suoi diritti se qualcosa va storto. Mentre chi è molto povero non è qualificato, non può contare sul sostegno di nessuno, non ha accesso a una buona istruzione, non può pagarsi le cure mediche. Nei casi più gravi non ha accesso al cibo, a un tetto, a un vestiario decente. Risultato? Muore.

La povertà, perciò, uccide più persone di quante ne uccida la guerra. È una terribile verità sulla quale non si riflette mai abbastanza.

La parabola di Lazzaro e del ricco egoista affronta proprio questo problema.

Che cosa dice questo raccontino? Vuole farci credere che dopo la morte torna tutto a posto e le sorti si invertono? Sarebbe una consolazione a buon mercato, davvero irritante! Una vera offesa a coloro che soffrono…

Ma leggiamo attentamente. Da una parte c’è un ricco esagerato e dall’altra un povero che muore di stenti. A separarli, c’è solo una porta. Il povero guarda il ricco dal basso, desiderando le briciole della sua tavola imbandita, di cui vede solo la parte inferiore, cioè quello che c’è sotto, non quello che c’è sopra. Quello che c’è sopra nemmeno se lo sogna.

La sua situazione è così miserabile che non può fare scelte, è impedito persino a muoversi ed è ridotto a una condizione inferiore a quelle delle bestie di strada: i cani randagi, appunto, che leccano le sue piaghe.

Dopo la morte di tutti e due, le parti si invertono.

Ora il ricco si trova in basso e guarda verso il banchetto eterno dei figli di Abramo, mentre la porta si trasforma in un abisso invalicabile. Le piaghe infiammate di Lazzaro sono ora le bruciature perenni del ricco. Prima c’era una possibilità di scambio e di incontro, ora non più, perché la morte ha segnato un punto di non ritorno. Per salvare il povero bastava un gesto. Ma anche il ricco è perduto, perché la sua salvezza dipendeva da quella del povero. Lazzaro ha vissuto la vita di una bestia di strada, mentre il ricco, che non è stato umano, ha vissuto anche lui come una bestia e ora si ritrova nell’inceneritore d’immondizia dell’Universo. Il fatto che non ci sia più rimedio alla situazione, richiama la necessità di rendere consapevole il ricco che, per salvarsi, aveva una possibilità che, notate bene, Lazzaro non aveva: ascoltare la Legge di Dio. In pratica: la voce della sua coscienza, quella regola che Dio ha scritto nel cuore di tutti, che si creda in lui o no.

Il nodo di tutta la storia è semplice: solo il ricco ha la possibilità di scegliere, mentre al povero non è data questa possibilità. Per questo il povero è in paradiso, perché chi non ha scelta è innocente. Non può capire, non può decidere, non ha la forza nemmeno di fare introspezione, di ricordarsi che ha un’anima, perché si vede ridotto sotto il livello dei cani randagi che leccano le sue ferite.

I ricchi invece hanno responsabilità perché possono godere della ricchezza più importante: possono comprendere e possono scegliere. Insomma, possono qualcosa. Possono capire. Possono vedere. Possono fare la differenza. Possono aprire quella porta. Ma se non ascoltano la voce della giustizia e della coscienza, niente può scuotere il loro disinteresse, nemmeno i morti che tornano in vita per raccontare come realmente stanno le cose.

Questa parabola non vuole consolare. Al contrario, carica di responsabilità chi la ascolta. Vuole tenerci svegli la notte, perché tutti abbiamo un Lazzaro, un povero che conosciamo distrattamente, di vista, ma che Dio conosce bene per nome, alla nostra porta. Quella porta che ci separa da Lazzaro è una porta sottile, una soglia che può essere varcata con un semplice atto di umanità. Non farlo, però, ha delle conseguenze irreversibili e tragiche. Perché, a meno che non siamo davvero malvagi, e il ricco non lo era, ciò che rende davvero cattive le nostre azioni non è tanto il male che contengono, ma il bene che omettono.

La morale insegna che chi deve può. Il Vangelo ci grida che chi può deve.

Per approfondire:

Che cosa significa credere che Cristo è risorto?

Non si tratta solo di decidere se credere o no al fatto che un morto sia tornato in vita. È molto di più.

Forse avrete visto le immagini di papa Francesco al Cairo insieme al papa dei copti, Teodoro. Con loro si sono riuniti i rappresentanti di quasi tutte le chiese cristiane del mondo. Gente apparentemente diversa, che veste in modo diverso, che prega e celebra la propria fede in modo diverso. Ma che cos’hanno davvero in comune tutti i cristiani di ogni genere e specie nel mondo? Credono nella Resurrezione di Gesù.

Ma che cosa significa credere nella Resurrezione?

La prima cosa che ci viene in mente è che qualcuno morto sia tornato in vita. È corretto, ma non può essere tutto qui. Ci sono molti racconti di gente tornata viva dalla morte. Anche oggi se ne parla, e si tratta persino di racconti verosimili. Poi ci sono i miti dei popoli antichi, pieni di racconti di resurrezioni, e tantissimi racconti che si rifanno a questi miti: persino nei fumetti e nei cartoni animati ci sono personaggi che tornano dalla morte più forti di prima.

Ma tornando alle cose serie, la Bibbia stessa racconta di molte resurrezioni. Tanto che anche secondo i Vangeli, i nemici di Gesù, che credevano nella Bibbia, si aspettavano che i discepoli avrebbero potuto raccontare in giro che Gesù era tornato dalla morte e, proprio per questo, non credettero ai loro racconti.

Alcuni di voi direte: “Ma che dici, prof? la risurrezione di Gesù è accaduta VERAMENTE. Questa è la differenza!”. Beh, sappiate che nemmeno questo riesce davvero a impressionare.

Perché dovrebbe riguardarmi infatti il racconto di uno che è morto e poi viene visto vivo? Anche se si trattasse di un fatto realmente accaduto?

La domanda vera perciò è: perché dovrebbe riguardare me? Che differenza fa, nella vita quotidiana, ritenere ancora vivo qualcuno che prima era dato per morto?

Due discepoli, dopo la morte e la sepoltura di Gesù si allontanano da Gerusalemme per andare in un posto chiamato Emmaus. Non era un posto importante, ma era famoso perché gli ebrei avevano vinto lì, in passato, una famosa battaglia che li aveva liberati dall’oppressione dei nemici greci. A Emmaus, Israele, lottando, aveva ritrovato la libertà. I discepoli stanno andando lì, ma, secondo il racconto, è un percorso che fanno non solo con i piedi, ma con la mente. Per loro, che ora non credono più in Gesù, le cose hanno un senso se si arriva lì, a Emmaus, a quella libertà che quel posto rappresentava. Per tutto il Vangelo, Gesù ha invece camminato verso Gerusalemme. Anche qui, non si tratta solo di un posto, ma di uno scopo di vita. Gesù è andato a Gerusalemme per dare la vita per morire sulla croce. I discepoli vanno verso Emmaus per prendersi la propria vita e la propria libertà. Insomma i discepoli vanno nella direzione opposta alla quale Gesù è andato per tutta la vita. Detto in altre parole: il senso della loro vita è diverso dal senso della vita di Gesù.

Che cosa accade ora? Gesù cammina e dialoga con loro su ciò che gli è successo, ma quelli non lo riconoscono. È lì con loro, davanti a loro, ci parlano, lo ascoltano, ma, incredibilmente non riescono a riconoscerlo. Finché… finché non capiscono che Gesù è il senso di tutto, di tutta la storia che hanno vissuto, di tutta la loro vita. Allora, e solo allora, capiscono che era veramente lui. E nel momento in cui lo hanno riconosciuto con la mente, non lo vedono più con gli occhi.

Il punto è che la risurrezione di Gesù non può essere vista solo come un fatto raccontato, riguardo al quale dobbiamo decidere se crederci o no. Il Vangelo dice che dobbiamo capire se vediamo in essa o no il senso della nostra vita, il senso di tutte le cose.

Chi crede nella risurrezione di Gesù ha fatto di Gesù il senso della propria vita. Per questo può incontrarlo, vederlo in chiunque.

L’esperienza di Gesù risorto allora possiamo farla tutti. È la persona, spesso lo sconosciuto, che cammina accanto a noi. Basta guardare la propria vita in modo diverso, basta guardare le cose in modo diverso per riconoscerlo.

Credere nel Risorto non è quindi come credere in un miracolo, ma è vedere Dio in ogni essere umano.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Perché scegliere l’ora di Religione anche se non sei cattolico

Oggi, più che mai, non conoscere la religione significa rischiare di non comprendere il mondo.

La domanda è: “per coloro che non sono credenti o che sono credenti ma non cattolici, vale la pena di seguire l’ora di insegnamento della religione cattolica?”. Secondo me, decisamente sì.

Voglio offrire qui 7 motivazioni che trovo particolarmente importanti.

Primo motivo: l’insegnamento della religione oggi non è più offerto in modo confessionale, anche se la materia, presa in se stessa, lo è. Tradotto: garante dei contenuti è la Chiesa, ma tali contenuti sono – e devono essere – al servizio di tutti, al di fuori di ogni appartenenza.

Dal punto di vista giuridico: un contenuto confessionale (la religione cattolica, appunto), liberamente scelto, viene offerto in modo non confessionale, cioè non finalizzato alla persuasione concettuale, ma alla conoscenza e alla crescita personale di ogni cittadino dello Stato.

La conferma è definitiva la trovate in un’intesa del 2012, attiva dall’anno scolastico 2013, resa esecutiva con un decreto del Presidente della Repubblica, tra il Ministero dell’Istruzione e la Chiesa italiana.

In pratica, questo significa che l’insegnamento della religione non è e non deve essere catechismo o una forma di indottrinamento, ma istruzione della conoscenza religiosa in funzione di un allargamento della comprensione dei fenomeni sociali e culturali. In altre parole, lo studio della religione è offerto come un aiuto a comprendere meglio il mondo di ieri e di oggi. Serve a completare la formazione culturale. Chi crede, avrà più consapevolezza di ciò in cui crede, chi non crede, avrà più consapevolezza di ciò che credono gli altri e di ciò che ha scelto di non credere. Chi è indeciso o dubbioso avrà occasione di farsi un’idea più chiara in funzione di una sua eventuale decisione personale, attuale o futura. Insomma, l’insegnamento della religione può contribuire a fare dei cittadini più consapevoli, perché non è indottrinamento, ma un invito all’approfondimento e alla comprensione critica.

Secondo motivo: sapere è sempre meglio di non sapere. In tutti i campi, compresa la religione.

Non si può ignorare la tradizione religiosa, soprattutto se è la propria.

Comprendere la religione è comprendere meglio l’umanità e il mondo. Ma soprattutto la cultura, il mondo che l’uomo stesso ha costruito intorno a sé e nel quale la religione svolge un ruolo importantissimo, qualunque sia l’opinione personale di chi la studia.

In pratica: puoi non credere in alcuni concetti, non condividerli in parte o non condividerne nessuno, ma, in ogni caso, puoi capire quei concetti e puoi afferrarne meglio le implicazioni. Conoscere la religione ti aiuta insomma a comprendere meglio te stesso e gli altri. Una ragione fondamentale che, anche da sola, basterebbe.

Terzo motivo: la religione è un linguaggio comune. Saperlo comprendere è un contributo all’integrazione, a tutti i livelli. Si possono parlare tante lingue, anche se la tua lingua madre sarà sempre la tua in modo speciale e quella non te la leva nessuno. Si parla spesso di bisogno di integrazione e di approccio multiculturale alla diversità. Frequentare l’ora di religione, può dare un grande contributo alla soluzione di questo problema.

Quarto motivo: anche se non sei credente o se non credi nella religione cattolica, le religioni sono un dato di fatto con cui farei i conti.

Puoi non credere in Dio e scegliere di ignorare la sua esistenza nella vita, se vuoi, ma non puoi ignorare la religione. Puoi avere dubbi che Dio esista o credere che non esista, ma le religioni esistono, ed esiste anche la religione cattolica, ed ha un peso importante nella storia, nella cultura, nella tradizione del nostro paese.

Quinto motivo: l’ora di Religione ti abitua al confronto e al dialogo, perché spesso si svolge in un clima sereno e aperto al dibattito con l’insegnante, ma è anche un luogo dove si svelano e si confrontano le opinioni di tutti coloro che partecipano attivamente.

Sesto motivo: la Religione è una materia multidisciplinare, perché ha dei punti di incontro o di confronto con diverse altre materie e più di altre si presta a offrire delle prospettive, delle sintesi o delle visioni d’insieme. La religione si ritrova nella storia, nella filosofia, nella geografia, nella psicologia, nel confronto con la conoscenza scientifica, nella logica, nel latino, negli autori italiani e non italiani e chi più ne ha più ne metta. La religione è talmente radicata nella cultura che conoscerla non può che aiutare a comprendere meglio ogni disciplina, da punti di vista diversi.

Settimo motivo: per la formazione personale, tutte le scelte hanno la stessa dignità, anche quella di non fare religione. Ma frequentare una materia in più è sempre meglio di una materia in meno, soprattutto nelle scuole superiori. E questo vale anche per la materia alternativa.  Quindi se non fate religione, fate almeno la materia alternativa, ma di questo parleremo in un altro video.

Sette è un bel numero e mi fermo qui, ma credo si potrebbe continuare. Allungate l’elenco nei commenti e aggiungete le vostre motivazioni oppure stroncatemi impietosamente. Ogni contributo fatto in modo civile è bene accetto.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Dio e il mistero del male

Il mistero del male sembra opporsi all’esistenza di Dio. C’è una risposta? Sì, ma non è teorica. È pratica. E coinvolge ciascuno personalmente.

“Sembra che Dio non esista”.

Così Tommaso d’Aquino comincia a parlare di Dio nelle dispense per i suoi studenti. Tommaso era un ottimo professore e andava subito al nocciolo della questione.

Se Dio è un bene infinito, il male, dovrebbe essere travolto e cancellato dalla sua presenza e dalla sua potenza. Ma il male invece c’è, e lo vediamo tutti. Perciò Dio non esiste. Come vedete, l’argomento non suona per niente nuovo. L’alternativa perciò sembra essere: “o Dio o il male”. Se c’è uno non ci può essere l’altro.

Vediamo che cosa dice il Vangelo, che è la base di ogni discorso cristiano su Dio.

In verità, come era nel suo stile, Gesù non offre ragionamenti o sillogismi sul bene e sul male, ma racconta storie: le parabole. Ce n’è una, molto famosa, che tratta questo argomento.

Un uomo semina del seme buono nei suoi campi. Ma mentre tutti dormono qualcuno semina di nascosto zizzania in mezzo al grano e se ne va. Quando le spighe crescono ecco apparire anche le spighe dell’erba cattiva. Allora i servi esprimono i loro dubbi: ma siamo sicuri che il seme fosse buono? Il padrone precisa che è stato di sicuro un suo rivale, perché i suoi semi erano di ottima qualità. Quelli, preoccupati, vogliono sradicare subito la pianta infestante, ma il padrone li ferma: no, non dovete farlo, perché così rischiate di strappare via tutto. Bisogna aspettare, perché solo al momento della mietitura si potrà distinguere la zizzania e preservare il grano buono.

Per capirsi, che cavolo è ‘sta zizzania? È chiamata anche loglio. Quando i bambini giocavano ancora nei prati si tiravano dietro le spighe di quest’erba che restano facilmente impigliate nei capelli e nei vestiti.
Ricordo di averci giocato infinite battaglie. Al contrario di altre famose erbacce, come la gramigna, somiglia al grano e proprio per questo è diventata famosa.

Ce ne sono varie specie. Alcune sono buone per il foraggio, ma quella cui si riferisce il vangelo è il loglio cattivo: una varietà che cresce facilmente nei campi coltivati a cereali. La sua caratteristica peggiore è che la sua cariosside, cioè il frutto secco maturo della spiga, indistinguibile dal seme, è tossica a causa di un fungo che vi attecchisce sopra.

Così questa povera pianta è diventata la metafora del male e degli uomini che lo servono, il richiamo simbolico per indicare tutti coloro che rendono il mondo, anziché un posto ricco di vita e di gioia, un posto pericoloso e problematico.

Il padrone risponde subito al dubbio dei servi: “io ho seminato seme buono”.
Perciò il male non viene da lui. C’è un’altra volontà. C’è un antagonista, un avversario, un guastatore che ha seminato di nascosto, con malizia, quando i servi non vedevano.

Il male non è una cosa reale, autonoma, che sta in piedi e cammina da sola, ma è una decisione, una volontà ostile, una scelta libera che utilizza alcune cose per danneggiarne altre. Il male è un tentativo di sabotaggio.

La reazione dei servi è istintiva: strappiamo via tutta la zizzania.
Ma il padrone a questo punto, dà un ordine preciso: NO.
L’erbaccia va lasciata dove sta, anche se ruba la terra, il sole e l’acqua al grano vero.

Perché? Semplice: perché a strapparla si farebbe peggio. Le radici dell’uno e dell’altra crescono insieme, avvinghiate inestricabilmente tra di loro nella terra, ed è impossibile strappare via una senza distruggere l’altro. Distruggere il grano buono, quello sì sarebbe un danno intollerabile.

La tolleranza diventa così una strategia: sopportare il male in vista del bene.
Il raccolto finale farà la differenza, perché una volta mietuto, il frumento si separa facilmente dalla zizzania.

Come si vede, la parabola più che una risposta teorica al problema del male, non ne spiega il perché. Offre invece una risposta pratica, indicando come affrontare la sfida: bisogna sopportare il male, contrastandolo indirettamente, con la resilienza. Bisogna concentrarsi sul bene, sul grano buono, continuando a prendersi cura con pazienza del campo, nonostante tutto. Cercare di combattere direttamente, con violenza, la zizzania, farebbe solo il gioco dell’avversario.

L’attesa, come si vede, è presentata come la chiave di tutto. E l’attesa nella Bibbia è un altro modo di chiamare la fede. Il mondo è come un campo, dove sta crescendo tanto bene, un bene immenso, che attende di essere raccolto e la zizzania, alla fine, si rivela essere solo una scocciatura, un inconveniente accettabile all’interno di un disegno più vasto.

Torniamo al mio collega, Tommaso d’Aquino. Ai suoi studenti rispondeva più o meno allo stesso modo: Dio non tollererebbe il male in alcun modo e in nessuna forma se non avesse in vista un bene più grande.

Dio dunque permette il male perché può trasformarlo in un bene, mettendolo al suo servizio. Così “tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio”, come diceva anche San Paolo.

Ma questo bene, dobbiamo riconoscerlo, diventa evidente solo quando il fine, che noi non vediamo, viene raggiunto. E finché quel momento non arriva, la questione appare incerta. È una prospettiva comprensibile, ma ci va un po’ di traverso.

È un po’ come chiedere al guidatore, guardando fuori dal finestrino: “perché fai questa strada orribile?” e poi sentirsi dire: “Conosco la strada meglio di te!”.

C’è però un’altra cosa da considerare e che è un po’ alla base di tutto questo discorso: non si può comprendere la visione cristiana del bene e del male senza guardare al mistero della croce, della morte e della Resurrezione di Cristo. È in fondo quello il contesto vero di tutte le parabole, anche di quella della zizzania.

Il male infatti è una cosa talmente reale e dolorosa, soprattutto quando colpisce gli innocenti, che nessun discorso sarà mai soddisfacente e nessuna giustificazione fatta con le parole, per quanto logica e sofisticata, ci suonerà mai del tutto accettabile.

Ci vuole un gesto straordinario, che parli più di tutte le parole del mondo. La decisione di Gesù di stare dalla parte delle vittime innocenti in mano ai suoi carnefici è non tanto la risposta, ma la sua proposta silenziosa, davanti allo scandalo del male.

Ricordate il testamento di Tito, la bellissima canzone di De Andrè?
Uno dei due ladroni che muore accanto a Gesù fa un bilancio della sua vita, davanti alla madre che lo piange, proprio come fa la madre di Gesù accanto a lei: ha visto il dolore, la crudeltà, l’ingiustizia in tutte le sue forme e se ne è fatto anche complice e responsabile a sua volta. Eppure vede che Cristo, l’uomo che muore accanto a lui, non prova rancore e non odia chi gli fa del male.

E le sue ultime parole sono:
“Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, ho imparato l’amore”.
E così, anziché nell’odio, muore nella pace.
Il male, in questo caso la sofferenza, diventa così, un’occasione per amare, per dare un senso alla vita, anziché per odiare e bestemmiare.
Chissà, forse nel mondo non c’è solo il bene anche per questo.

Fatemi sapere che ne pensate.
Bella a tutti!

Per approfondire:

Scienza contro Religione?

La scienza e la religione si escludono a vicenda? In realtà, non dobbiamo affatto scegliere.

Oggi vorrei farvi fare conoscenza con un personaggio speciale.

Probabilmente la prima cosa che vi colpirà è il suo abito. Sì, si tratta di un prete.
Ma questo prete, quest’uomo, con l’abito religioso, Georges Lemaître, è una delle menti più brillanti e uno dei più grandi scienziati del XX secolo.

Nel 1927 pubblicò un articolo nella rivista della Società Scientifica di Bruxelles, un articolo in cui per primo presentò quella che lui chiamava la teoria dell’atomo primigenio. Cioè l’idea che tutto ciò che esiste, tutto la materia e l’energia, tutto l’universo fosse stato originariamente talmente denso da essere compresso nello spazio paragonabile a quello di un singolo atomo.

Quella, insomma, che poi fu chiamata, all’inizio solo per scherzo, la teoria del “grande botto” o “teoria del Big Bang”.

C’è da dire però che le scoperte scientifiche raramente sono il parto di una mente sola, e padre Lemaitre, anche se fu il primo a suggerire questa idea, tuttavia non fu l’unico, perché partecipò in modo molto attivo nella storia di una scoperta che coinvolge i nomi di diversi scienziati e che, tra l’altro, trovate raccontata molto bene in “Cosmicomic” che trovate in libreria e che vi consiglio di non perdere. È Parte di un’ottima collana a fumetti sugli scienziati più influenti dell’ultimo secolo, un piccolo capolavoro di divulgazione scientifica.

L’idea di un Universo in espansione, a partire da uno spazio piccolissimo dove tutta la materia è compressa ad altissime temperature, Georges Lemaître non la prese in prestito dalla Bibbia ma fu un’intuizione che gli venne in mente studiando prima con attenzione le equazioni di Einstein sulla relatività generale e poi alcune osservazioni fatte dagli astronomi che iniziavano ad usare i grandi telescopi a specchio e i radiotelescopi.

Lemaitre non fu, ovviamente, subito compreso. Ai suoi tempi la maggior parte degli scienziati credevano in un universo eterno e stabile e molti pensarono che, dato che era un prete, volesse provare la verità del racconto della Bibbia. Persino Einstein lo liquidò con molta sufficienza, la prima volta che si incontrarono. Einstein naturalmente, che il cervello ce l’aveva e come, dopo qualche tempo, perché si rese conto che Lemaitre aveva ragione, perché i dati e le misurazioni astronomiche provavano che le galassie si allontanano le une dalle altre come i punti sulla superficie di un palloncino che si gonfia.

La prova definitiva della realtà del Big Bang arrivò però solo con la prova dell’esistenza della radiazione cosmica di fondo, una specie di impronta fossile di calore che si trova in ogni direzione nello spazio, che si aggira intorno ai 3 gradi kelvin…

Furono due ricercatori, Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson, ad accorgersene e nel 1978 ricevettero il premio Nobel per la fisica. Dando finalmente ragione a Lemaitre, che accolse con gioia la notizia sul letto di morte.

Insomma, padre Lemaitre, credente e scienziato, è una delle menti che ha contribuito a cambiare il nostro modo di vedere il mondo, almeno quanto Galileo e Keplero. Tuttavia voglio richiamare la vostra attenzione, anche su un altro fatto che lo riguarda, che è altrettanto importante.

Padre Lemaitre era convinto che non si potesse usare la scienza per provare la fede. Era un anticoncordista, cioè era profondamente convinto che la scienza e la religione sono due cose distinte che seguono percorsi distinti. E si oppose sempre vivacemente a ogni tentativo di far coincidere la sua idea con quella della Creazione.

Disse e ripetè sempre con chiarezza che il Big Bang non corrispondeva alla prova della creazione.

La creazione è un’altra cosa. Il Big Bang non c’entra nulla con la creazione.
Perciò lasciate stare la scienza se volete parlare di religione. E viceversa.

Infatti è un discorso che vale anche in senso opposto. Il pericolo opposto è quello di fare della scienza una religione. Quella che noi chiamiamo “scienza” è un metodo per consolidare e accrescere la nostra conoscenza, ma non può essere un sostituto della religione. La scienza non può prendere il posto della religione e la religione non può prendere il posto della scienza.

Se fai della scienza la tua religione stai prendendo una decisione non scientifica.
Se uno scienziato si dichiara credente o non credente, non lo fa tanto sulla base delle sue scoperte o conoscenze scientifiche, ma lo fa in base a una propria riflessione filosofica o religiosa, che può anche tenere conto delle sue nozioni scientifiche, ma che, di fatto, è un’altra cosa. Se comincia a parlare di Dio, della sua esistenza o non esistenza, in realtà lo scienziato sta cominciando a fare il teologo. Ha tutto il diritto di farlo, come persona pensante, ma non sta più applicando il metodo della conoscenza scientifica, sta facendo altro. Sta facendo filosofia, metafisica.

Tanto per fare un esempio: la scienza non può provare l’esistenza o la non esistenza di Dio perché Dio, semplicemente, non ricade sotto il metodo scientifico. Usarla come un’arma contro la religione o, al contrario, strumentalizzarla a suo favore, è solo tempo perso. Se qualcuno vi dice: la scienza può soddisfare e risolvere tutti i problemi dell’uomo, ricordate che non può provare quest’affermazione con il metodo scientifico. Si tratta di una filosofia, appunto: lo scientismo. Non di una teoria scientifica.

Le persone sono un tutt’uno, la stessa persona che fa lo scienziato può porsi il problema di Dio o il problema del male, e, viceversa, una persona profondamente religiosa può amare la scienza perché anche religione non offre certo tutte le risposte alla curiosità dell’uomo e al suo bisogno di migliorare la propria vita. Uno può essere ispirato dalla religione a fare ricerca scientifica e un altro può, sulla base della sua ricerca scientifica, essere portato a fare considerazioni filosofiche e religiose.

Ma quello che deve essere chiaro è la linea di demarcazione del metodo. Se stai giocando a scacchi non puoi pretendere di giocare nello stesso tempo alla dama.

Ai miei alunni ripeto sempre: la scienza e la religione sono ambedue importanti, ma danno due risposte diverse a due domande diverse. Studiare l’una e l’altra ci aiutano a comprendere meglio l’una anche alla luce dell’altra. Sono due cammini diversi, ma non siamo costretti a scegliere tra l’uno e l’altro. Possiamo praticarli tutti e due con grande frutto e grande soddisfazione intellettuale.

In conclusione, vorrei lasciare la parola proprio a lui, a uno dei padri della teoria del Big Bang:

“Esistono due vie per arrivare alla verità. Ho deciso di seguirle entrambe. Niente nel mio lavoro, niente di ciò che ho imparato negli studi di ogni scienza o religione ha cambiato la mia opinione. Non ho conflitti da riconciliare. La scienza non ha cambiato la mia fede nella religione e la religione non ha mai contrastato le conclusioni ottenute dai metodi scientifici”.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Il più grande di tutti

Chi è il migliore di tutti? L’eroe più grande? Così grande che non si dovrebbe mai smettere di raccontarne la storia? Ognuno ha il suo eroe preferito. Quello di Gesù era Giovanni il Battista. Ma perché? E perché “il più piccolo nel Regno di Dio” è più grande persino di lui?

Chi è il più grande di tutti gli uomini?

Chi è che ha fatto la cosa più grande che si possa fare, che ha fatto la più grande scoperta, la più grande impresa che nessuno può eguagliare, che ha fatto la più grande conquista, che è stato il migliore di tutti, che ha affrontato le sfide e le sofferenze più grandi, che ha vinto le battaglie più difficili, che ha salvato più vite, che è stato così insomma così eroe da essere più eroe di tutti?

Ciascuno di noi ci dovrà pensare un po’ prima di dare una sua personale risposta.
Secondo quanto testimoniano i Vangeli, Gesù invece non aveva nessun dubbio.

“Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11,11)

“Nato da donna” è un giro di parole ebraico, una “circumlocuzione” per dirla in modo colto, che significa “essere umano”, “appartenente al genere umano”.

Insomma, l’espressione equivale a dire: non è mai spuntato fuori in questo mondo un essere umano straordinario quanto lui.

Anche tenendo conto di chi lo ha fatto, si tratta di un complimento davvero niente male.

Ma che cosa ha fatto il Battista per meritarselo?

Giovanni, detto il Battezzatore o, appunto, il Battista è un personaggio di cui abbiamo certezza storica. Ne parlano fonti extrabibliche e anche lui ha avuto un seguito di discepoli che è sopravvissuto a lungo e in modo indipendente rispetto al gruppo dei seguaci di Gesù.

Che cosa ha fatto di così speciale? Giovanni era certo uno che pensava in grande, che non accettava compromessi, che parlava con libertà e franchezza, che si schierava in favore della verità e la giustizia e non guardava in faccia a nessuno, cantandole a tutti, arrivando a sfidare il potere, in un tempo in cui però sfidare il potere non consisteva nel postare con livore su Facebook, ma nel rischiare letteralmente che ti staccassero la testa dal collo.

Che cosa predicava? Che tutto stava per cambiare e capovolgersi. Che tutto non sarebbe stato più come prima. Predicava un cambiamento imminente e inesorabile: Dio avrebbe fatto presto irruzione nella storia e avrebbe rovesciato come un pedalino l’esistenza di tutto e di tutti. Un messaggio simile a quello dei profeti, ma carico di una visione costruttiva e positiva che altri profeti non avevano. Dio infatti non avrebbe solo azzerato tutto ciò che di marcio, sbagliato, ingiusto c’era prima, ma avrebbe anche finalmente imposto un suo dominio, che niente e nessuno avrebbe più potuto contrastare: il Regno di Dio.

Alla fine, posto di fronte al pericolo e alle minacce, non ha avuto paura e gli è stata tagliata la testa da Erode Antipa, un uomo che voleva diventare re, a modo suo, ovviamente ma che, invece di ottenere una corona perde la testa per primo, non tanto per la danza di una ragazzina quanto per tenere il punto che la parola di un re non si può ritrattare, mai.

Ma neanche il coraggio di morire per una giusta causa è la cosa più grande che ha fatto Giovanni il Battista, secondo me.
Giovanni Battista ha fatto qualcosa di ancora più grande: convincere tanta gente di un messaggio che nessuno, ma proprio nessuno, vuole sentire.

Guardate che non era per niente facile quello che ha fatto. Un’impresa che, al confronto, scalare tutte le cime sopra gli ottomila metri è una passeggiata al parco.

Quale impresa? Provate voi a convincere la gente che i problemi del mondo non sono colpa degli altri, ma sono colpa loro. Una vera mission impossible. Dire a qualcuno “guarda che è colpa tua” è contro tutte le regole del marketing. Se siete venditori e dite a qualcuno che il suo problema è colpa sua, che le sue pentole, per esempio, fanno schifo perché lui le usa male, non riuscirete mai a vendergli un set di pentole nuove.

Provate a dire oggi, che ne so, se volete formare un partito politico o vincere le elezioni, a dire alla gente: “guardate che se c’è ingiustizia, corruzione, evasione fiscale e chi più ne ha più ne metta, è colpa vostra!”. Non c’è niente di sbagliato nel mondo che vi circonda. Siete voi quelli sbagliati, quelli che devono cambiare. È molto facile che si finirebbe odiati da tutti e soli come cani. E già forse, mentre parlo, forse un po’ di gente è fuggita su altre pagine o su altri canali. Pazienza.

Invece Giovanni era bravo. Era convincente. Aveva carisma. E soprattutto praticava quello che predicava, imponendo a se stesso una vita dura ai margini della società.

Giovanni ha fatto davvero qualcosa di straordinario. Ha detto a tutti: non aspettate che Dio cambi il mondo, non state a dare a Lui tutte le responsabilità (al mondo, a Dio) cambiate voi, cambiate in meglio. Non tentate di trasformate le cose, non cercate di cambiare gli altri, non scavate trincee, non alzate barriere, non fate la guerra a nessuno, siate solo onesti con voi stessi e ditevi: “adesso basta, devo cambiare io”.
Ciascuno deve dirsi: “da oggi, non domani, voglio essere l’uomo che desidero diventare”. Io, io stesso, devo essere il mondo come voglio che sia. Sono io che devo cambiare strada, imprimere una nuova direzione alla mia esistenza, ai miei desideri, ai miei progetti e, soprattutto, alle mie azioni. Questa è la radice della parola “convertirsi”: cambiare radicalmente modo di pensare, guardare tutte le cose con occhi nuovi.

Giovanni annunciava il messaggio più difficile di tutti. Ha capovolto la prospettiva. Non ha smesso di indicare le loro responsabilità ai potenti – del resto per quello ci ha rimesso la vita – ma indicava a tutti le proprie, uniche, responsabilità. Mentre annunciava l’imminenza di un’era nuova, invitava tutti a riprendere la vita nelle proprie mani, anche se questo significava fare scelte difficili.

Diceva: “vuoi cambiare il mondo, la società, la tua vita? Smetti di lamentarti e cambia te stesso”.

Per sottolineare il suo messaggio, aveva fatto un’invenzione speciale. Aveva iniziato a proporre un gesto, oggi diremmo una “challenge”, collettiva, simbolica: fare un bagno, immergendosi completamente nel Giordano, come a dire: “ricomincio da capo”, “rinasco di nuovo”, “mi lavo”, ma per lavarmi dentro, per non essere più lo stesso, per concedermi un nuovo inizio, ripercorrendo la strada degli antenati che attraversarono il Giordano per entrare nella Terra Promessa guidati da Giosuè. Questo era il suo battesimo.
Chi si battezzava mostrava la sua adesione a un nuovo modo di pensare e di vedere la vita, in cui ciascuno era chiamato a prepararsi al grande avvenimento dell’arrivo del dominio di Dio, permettendo innanzitutto a Dio di dominare nel suo cuore con la riscoperta della giustizia, dovuta al prossimo prima ancora dell’amore. Perché se al prossimo non dai giustizia, l’amore può diventare una crudele presa in giro.

Giovanni Battista è l’uomo più grande di tutti perché ha reso il servizio più grande di tutti all’umanità e, dunque, a ciascuno di noi: ricordarci che tutto comincia guardando dentro se stessi e mettendo in discussione se stessi.

Non è cosa da poco. Tutti noi siamo quelli che siamo perché possiamo salire sulle spalle di coloro che ci hanno preceduti. Si dice che tutti noi possiamo essere come nani sulle spalle dei giganti. Ma a volte, per salire ancora più in alto, i giganti salgono sulle spalle di altri giganti.

Gesù insomma ha detto: “Giovanni Battista è il mio gigante”.

Il Battista ha fatto in modo che la gente cominciasse a ragionare in un modo adatto ad accogliere la sfida, ancora più grande, della predicazione provocatoria di Gesù, che ricomincia proprio dalla sua: “convertitevi”, cioè “cambiate voi stessi, innanzitutto”, per preparare un mondo migliore dovete essere persone migliori.

Ma c’è un twist finale.

«Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui» (Lc 7,28)

Perché chi viene dopo di lui, il più piccolo nel Regno di Dio, in questo nuovo mondo predicato da Gesù, è ancora più grande?

Perché è come un nano che è salito sulle spalle non di uno, ma di due giganti.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Come vincere le cattive abitudini?

Perché non riesco a vincere una cattiva abitudine e, nonostante lo voglia davvero, poi torno sempre a fare le stesse cose? Perché non riusciamo a cambiare in meglio la nostra vita?

Prendete una vostra cattiva abitudine. Per esempio: prendere continuamente in mano il cellulare per scorrere le notizie su Facebook; oppure: rimandare sempre a domani qualcosa che sapete che è urgente cominciare subito; oppure: cercare di mangiare più sano, smetterla con le patatine fritte e mangiare più verdura e insalata; oppure ritrovarsi con gli stessi amici o amiche per parlare male di qualcuno, e così via.

Qualunque cosa, che già sapete che dovreste smettere immediatamente di fare non solo perché è moralmente cattiva, ma perché vi rende la vita più triste e difficile.

Ebbene: scordatevi di usare la sola forza di volontà. Se farete un proposito del tipo: “farò più esercizio e andrò” a correre, oppure “comincerò a mangiare sano”, oppure “studierò di più”, “non parlerò più male del prossimo”, non funzionerà. Davvero, non funzionerà proprio MAI. E il bello è che lo sapete già.

Allora è possibile cambiare? Sì, ma a patto di prendere consapevolezza di una cosa fondamentale, che ora vi dirò. Quando si tratta di vizi o di abitudini cattive (che in realtà sono esattamente la stessa cosa) noi concentriamo sempre l’attenzione sul comportamento, sull’azione in sé, sulla routine della cattiva abitudine che si ripete. E pensiamo: “non devo fare questo o quest’altro”. È un errore.

In realtà dovremmo essere molto più furbi di così e cominciare col conoscere meglio la nostra natura. Specialmente il lato semplicemente animale di noi stessi. Quando dico “animale” non intendo solo ciò che si riferisce alle funzioni vitali fisiche, all’istinto, alla sensibilità, alle passioni del cibo o della sessualità, ma proprio a una componente essenziale di ciò che siamo e che dobbiamo conoscere bene per poterla sfruttare a nostro vantaggio.

La verità è che per fare un vero progresso che definiamo “spirituale” dobbiamo amare e conoscere bene la nostra parte animale, nostro “frate asino” – come lo chiamava san Francesco – non disprezzarlo.

Vediamo in pratica che cosa significa. Immaginate voi stessi non come angeli caduti, esseri spirituali imprigionati nella carne, ma come animali da ammaestrare. E ripetete di nuovo la parola “animale” con tutto l’amore possibile.

Questa è una cosa più facile da capire per chi ama davvero gli animali. Non importa in quale animale vi riconoscete, perché, con la giusta pazienza e la giusta tecnica si possono ammaestrare anche quelli feroci. Si potrebbe dire che in un certo senso gli esseri umani sono animali capaci di fare meraviglie, ma che, se non sono ammaestrati bene, rischiano di diventare feroci e molto pericolosi.

Però andiamo sul facile, immaginate di essere come un topo o come un cagnolino, oppure, se vi sentite più belli e nobili d’animo, pensate a un cavallo (san Francesco, per umiltà, pensava a un asino) e ricordatevi di questo: la maggior parte delle cose che fai tutti i giorni le fai senza pensarci, per abitudine. Tanti comportamenti, ripetuti nel tempo, ci hanno ammaestrati male e si sono trasformati in vizi. E frate asino non ci ubbidirà a comando. Dovremo insegnargli di nuovo con pazienza a comportarsi diversamente. La natura animale cercherà sempre di adattarsi perché il suo primo intento è quello di sopravvivere, perciò, se le chiedete qualcosa di diverso dal solito, resisterà. Se siete sovrappeso il vostro corpo lotterà per restare sovrappeso. Se siete abituati a dormire con il cellulare, quando lo lascerete nell’altra stanza vi sentirete un a disagio finché non lo riprenderete in mano. L’unico modo di diventare magri o diventare più produttivi non consisterà perciò nel decidere di mangiare meno o di lavorare di più, perché l’animale che è in voi vi ingannerà sempre.

La parte più inconscia del vostro cervello vincerà sulla pura forza di volontà.

Perciò, che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, dobbiamo diventare più furbi, cambiare strategia e imparare a prendere il controllo della parte più automatica e spontanea di noi stessi. Nei video che seguiranno darò una serie di suggerimenti pratici basati sia sulla tradizione spirituale ascetica delle religioni sia sugli sviluppi scientifici sulla conoscenza di come funziona il nostro cervello. Due cose che sembrano lontane ma che invece vanno molto d’accordo.

Ecco, comunque il primo passo: se volete cambiare, la prima cosa che dovete fare è avere pazienza e amare profondamente l’animale che è in voi. Cercate insomma di volere bene a frate asino e ricordatevi che non potete fare a meno di lui. Non potete maltrattarlo o ignorarlo. Così come non potrete addestrare il vostro cagnolino, per esempio, a sedersi a comando se non vi prendete cura di lui e lo fate sentire amato. Se lo ignorate, vi ignorerà. Se invece lo fate soffrire e lo disprezzate l’unica cosa che potrete insegnargli è saltare al collo del prossimo per sbranarlo.

Per approfondire: