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La vita è un gioco? La scommessa di Pascal (spiegata bene)

Per comprendere Pascal, dobbiamo ricordarci che abbiamo a che fare non solo con un filosofo credente e un teologo, ma soprattutto con un matematico, uno scienziato e, teniamolo ben presente, un esperto giocatore.

Il calcolo delle probabilità, i cui fondamenti si studiano oggi a scuola, nacque proprio per risolvere alcuni problemi sul gioco dei dadi posti da un certo cavalier de Méré a Blaise Pascal, dal quale nacque un fitto carteggio, datato 1654, tra Pascal e il grande matematico Pierre de Fermat.

Pascal, ispirato dalle tante ore passate al tavolo verde e dalla passione per la matematica, è il primo ad applicare il calcolo delle probabilità anche alle grandi questioni della filosofia e, soprattutto, al problema di Dio. Questo modo originale di affrontare il problema ha aperto la strada a diverse ricerche in molti altri campi, tra i quali la cosiddetta “teoria della decisione”, fondamentale per quella che poi diventerà la “teoria dei giochi”.

Lo schema del suo ragionamento, più che la sua conclusione, ha influenzato profondamente non solo la filosofia ma persino l’informatica.

Anche se può sembrare incredibile, molti di quei programmi, chiamati “algoritmi”, che oggi regolano la nostra vita dentro e fuori da Internet – compresi quelli che vi hanno fatto scoprire questo video – trovano la loro origine proprio nella logica della decisione che soggiace alla famosa “scommessa”.

Pascal parte da una premessa, che non possiamo non condividere: tutti, per vivere, dobbiamo fare delle scelte. Le decisioni sono importanti, perché il nostro futuro è condizionato da quello che faremo o da quello che non faremo.

In più, nella vita reale, l’incertezza, che precede una decisione, è la regola non l’eccezione. Nelle situazioni concrete, non abbiamo a disposizione informazioni sufficienti per permetterci il lusso di non avere dubbi. Le variabili più importanti sono incontrollabili e gli esiti spesso incerti. Le decisioni, dunque, sono rischiose.

In pratica, la logica che domina la vita degli esseri umani non è tanto quella di Aristotele, adatta a manipolare concetti, quanto quella dello scommettitore, che deve confrontare il rischio con la posta in gioco.

La vita stessa può essere assimilata, in questa chiave, a un gioco. Siccome, però, non si può sapere tutto né calcolare tutto, la vita somiglia più ai dadi, alla roulette o al poker che al gioco degli scacchi. La vita è una partita nella quale è inevitabile confrontarsi con il calcolo delle probabilità.

Chi deve prendere una decisione dagli esiti incerti somiglia a un bravo giocatore d’azzardo che deve saper fare bene i suoi calcoli e domandarsi se abbia a disposizione un procedimento per affrontare l’inaspettato senza rimetterci. O, almeno, senza rimetterci troppo.

Pascal allora si domanda: esiste una strategia per misurare e controllare la nostra mancanza di conoscenza? un sistema pratico che possa aiutarci, in un gioco spesso imprevedibile come quello della vita, a fare sempre la scelta ottimale? Qual è, insomma, tra le tante, la scommessa migliore?

Cominciamo da un esempio davvero semplice. Il vostro professore ha assegnato diverse pagine da studiare, magari un po’… troppe, e ha annunciato che domani, forse, interrogherà. O forse… no. Non sarà proprio il massimo della pedagogia applicata, ma capita. Tornati a casa, siete davanti a un bivio: passare un pomeriggio sui libri oppure farvi una passeggiata con gli amici o… qualunque altra cosa vi piaccia fare.

Qui, anziché scomodare principi sacri e immutabili e farci dei pipponi sull’eterna lotta tra il bene e il male, tra il senso di responsabilità e la voglia di cazzeggio, o ripeterci, come farebbe Kant, che l’imperativo categorico dice che devi studiare e basta – o citare Buddha che rammenta che la vita è sfiga e sofferenza – Pascal suggerisce che potremmo affrontare la cosa da semplici giocatori e domandarci: sono in grado di determinare obiettivamente che mossa conviene fare, senza scomodare vangeli e corani o rincorrere leggi eterne e universali?

Studiare o non studiare? Questo è il problema. Attenzione: tenete ben presente che non avete informazioni sicure che possono aiutarvi a determinare, in un senso o nell’altro, che cosa farà il professore.

Le probabilità dunque, in questo caso, si equivalgono, come quando si lancia una moneta.

Una tabella ci può aiutare.

InterrogaNon interroga
StudioSufficienzaNessun voto
Non studioInsufficienzaNessun voto

In orizzontale, sulle colonne, elenchiamo le possibili situazioni che si possono verificare. In verticale, sulle righe, elenchiamo le scelte o “mosse” a nostra disposizione.

Se studio e il prof interroga, prenderò almeno la sufficienza. Se studio e non interroga, non riceverò alcuna valutazione. Se invece decido di non studiare e il prof mi chiama, sono guai: prenderò un’insufficienza. In alternativa, se sono fortunato e me la scampo, non ci sarà nessuna conseguenza perché il prof, non interrogando, non potrà dare alcun voto.

La tabella non elenca solo tutte le possibilità ma descrive una situazione di rischio, perché l’esito diverso delle uniche due mosse a disposizione – studiare o non studiare – ha delle conseguenze, che possiamo valutare con un punteggio.

Il valore dei punti assegnati dipende dall’obiettivo di chi sceglie, perché il fine, anche se non giustifica, permette di valutare i mezzi. Se lo scopo fosse farsi bocciare, sarebbe bene prendere un’insufficienza. Se invece si preferisce la promozione, è decisamente meglio evitare di farsi trovare impreparati.

Chi si trova di fronte a una scelta si confronta con delle aspettative. Questo è il motivo per il quale il “giocatore” assegna un “peso” soggettivo diverso agli esiti prevedibili.

Diventa ovvio che in alcuni casi c’è un guadagno; in altri o non si guadagna o si perde.

Dunque, alla luce di tutto questo, qual è l’azione più ragionevole da fare se il prof vi dice “forse domani interrogo”?

A questo punto, praticamente, non è più necessario spiegarlo.

Ora, torniamo di nuovo alla famosa “scommessa”. Pascal stesso le diede un titolo: “infinito nulla”. Materialmente, si tratta di un foglietto stilato sui due lati, scritto di getto sotto l’impeto di una mente in eruzione. Pascal, però, non ebbe tempo di chiarire quello che aveva solo annotato di getto. I suoi amici, invece, dopo la sua morte, trascrissero il tutto e lo inserirono in un libro: i famosi “pensieri”. Il resto è storia.

“La scommessa di Pascal” è ritenuta, fin da allora, una delle argomentazioni più interessanti e innovative dell’apologetica cristiana, seconda solo alla celebre “prova ontologica” di Sant’Anselmo.

È bene dirlo subito, però, per stare tutti più rilassati: la “scommessa” NON è una prova dell’esistenza di Dio. Per principio, Pascal non crede affatto sia possibile provare l’esistenza di Dio.

Il suo punto di partenza teorico è l’agnosticismo. Secondo lui non esistono prove convincenti dell’esistenza di Dio e, se ci fossero, sarebbero completamente inutili. Il Dio che si finirebbe per provare sarebbe una costruzione astratta, che si dimenticherebbe subito dopo averla studiata. Come anche l’illuminista Kant dopo di lui, Pascal è scettico riguardo le capacità della sola ragione di dimostrare la necessità di un essere divino trascendente.  

Allora, di che stiamo parlando? che cosa vuole davvero provare Pascal? Vuole tentare un’impresa più raffinata e, secondo lui, molto più importante. Vuole provare che agire supponendo l’esistenza di Dio è un comportamento ragionevole, anzi, il più ragionevole in assoluto.

Il suo argomento, dunque, non è teorico, ma pratico: secondo lui, vivere COME SE Dio esistesse, è la strategia vincente nella vita. Più o meno nel senso in cui, come abbiamo visto, il modo migliore per non avere insufficienze ed essere promossi, è quello di agire COME SE il prof interrogasse, in ogni caso.  

Pascal, tuttavia, sempre applicando la logica del giocatore, propone una partita su più livelli: da quello base per il principiante a quello riservato ai giocatori superesperti.

Primo Livello: la strategia dominante

Leggiamo le parole di Pascal:

Esaminiamo dunque questo punto, e diciamo: Dio è o non è: ma da quale parte propenderemo? La ragione non può dir nulla. Un abisso infinito ci separa [dalla verità].

Si gioca un gioco all’estremità di questa distanza infinita: testa o croce. Su che punterete? Seguendo la ragione non potete puntare né sull’una né sull’altra; seguendo la ragione non potete escludere nessuna delle due […]

è necessario scommettere. Non siete liberi di farlo o non farlo, ci siete costretti. Testa o croce, cosa prenderete?

Non si può evitare di giocare, perché siamo già dentro il gioco. Come abbiamo già visto, secondo Pascal la nostra condizione naturale non ci permette di sapere se Dio esiste o meno, perciò l’essere umano ha a disposizione, per raggiungerlo, solo la sua capacità di scelta. La volontà e il cuore arrivano dove non arrivano la ragione e la conoscenza. Dobbiamo dunque decidere se per noi Dio c’è o no. E non esiste scelta più importante. Credere, secondo Pascal, equivale ad agire. Ogni nostra azione dipenderà da questa decisione fondamentale. Fede e volontà sono inscindibili.

Pascal invita quindi il suo ideale interlocutore a valutare le possibili conseguenze della sua scelta:

Vediamo. Visto che bisogna scegliere, vediamo cosa vi conviene di meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da mettere in gioco, la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da cui fuggire, l’errore e la miseria. Visto che bisogna necessariamente scegliere, la vostra ragione non è offesa più da una scelta che dall’altra. Questo è un punto fermo. Ma la vostra beatitudine? Soppesiamo il guadagno e la perdita scegliendo croce: Dio esiste. Valutiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla; scommettete quindi che esiste, senza esitare.

Il ragionamento di Pascal, in sintesi, è questo: la ragione può ammettere o non ammettere l’esistenza di Dio. Perciò, per la pura componente razionale dell’uomo, la scommessa è indifferente. La ragione, di fatto, non ha certezze ma soppesa la probabilità: in questo caso 50 e 50. Tuttavia, anche se in teoria si può essere indifferenti a Dio, dice Pascal, in pratica, no. Esiste infatti un’altra facoltà umana fondamentale che “si mette in gioco”: la volontà. La ragione soppesa, la volontà desidera. Il ragionamento misura le probabilità, il desiderio valuta la convenienza.

Che cosa desidera la volontà? La felicità, senza dubbio. C’è felicità, se Dio non esiste? No, nessuna felicità vera, perché l’uomo sarebbe comunque destinato al nulla, perciò tutto sarebbe indifferente e senza senso. Ma anche se un senso, relativo, si trovasse comunque, che cosa davvero, in fondo, preferiresti? Essere felice per sempre o cessare di esistere? Il tutto o il niente? L’infinito o il nulla? La volontà umana, perciò, assegna spontaneamente un valore positivo all’esistenza di Dio, perché la sua esistenza coincide con una speranza di felicità.

Che senso avrebbe puntare sul nulla, su zero, su un’eventualità che non promette alcun guadagno? Dato che l’azione umana più sensata, se ci sono uguali possibilità, è quella che permette di ottenere il massimo beneficio, Pascal non ha dubbi: il gioco della vita si risolve solo scommettendo su Dio.

Dio c’èDio non c’è
Scommetto su DioFelicitàNulla
Scommetto contro DioNessuna felicitàNulla

Notare come Pascal descriva, per il momento, un gioco in cui non si offrono strategie alternative.

Nella teoria dei giochi, quando si presenta una e una sola strategia vincente, si parla di “strategia dominante” o “superdominante”.

È questo, di fatto, il primo livello della scommessa di Pascal: scommettere su Dio promette un risultato sempre migliore di ogni altra possibile alternativa. Questa strategia domina tutte le altre, com’era quella dello studente dubbioso: non sa se il prof lo interrogherà, ma sa di poter vincere solo preparandosi all’interrogazione.

Tuttavia, il gioco prosegue. Pascal non si ferma qui e afferra subito il toro per le corna, affrontando la prima, ovvia, obiezione che viene in mente a tutti: e se fosse una fregatura? Pascal ne è ben consapevole. Infatti, porta immediatamente la sua scommessa a un “secondo livello”.

Secondo Livello: il rischio calcolato

Ha senso mettere in gioco qualcosa che ho, nello specifico questa vita, per qualcosa che non ho, cioè una vita migliore della quale non ho alcuna certezza? Perché non tenersi quel poco di felicità che posso avere oggi, anziché rischiarla tutta per quella che potrei avere domani?

Rimandare una gratificazione immediata per un’altra possibile, più grande e duratura, è un altro modo, meno pesante, di chiamare il sacrificio. E i sacrifici non ci piacciono, se non sono necessari.

Pascal riparte proprio dal discorso diretto del suo eventuale interlocutore, cioè noi:

– Questo è strano. Sì, bisogna scommettere, ma io rischio forse troppo.

Quando si gioca, è vero, si rischia. Ma il gioco è sempre equo? Cioè, quando è giusto tirarsi indietro? Si dice infatti: “gioca consapevolmente”. Ma che cosa significa, in realtà, “giocare consapevolmente”?

Pascal fa un’analisi chiara:

…  Qualsiasi giocatore rischia con certezza per guadagnare senza certezza, e così non pecca contro la ragione se rischia con certezza il finito per guadagnare il finito senza certezza.

In ogni scommessa si mette in gioco un valore finito sperando di ottenerne uno maggiore, sempre finito. Fin qui, tutto chiaro. Ma quanto bisogna essere pronti a giocare per non esagerare? Quando, davvero, ci stiamo giocando “troppo”?

Pascal non risponde da filosofo, ma da matematico:

… l’incertezza di guadagnare è proporzionata alla certezza di ciò che si rischia secondo la proporzione delle possibilità di guadagno e di perdita.

Due righe fenomenali. Pascal è così preciso ci mette in grado di scrivere una formula!

Facciamolo. In un gioco in cui, nel caso si verifichi X, la cifra pagata è W, ma nulla in caso contrario, noi stiamo cercando una cifra massima f, in sé indifferente tra lo scommettere e il non scommettere, oltre la quale, giocare non è raccomandabile.

Dato che la probabilità è un numero sempre compreso tra zero e uno, la probabilità P(X) è la probabilità di vincere, mentre 1-P(X), evidentemente, rappresenta la probabilità di perdere.

Se f è ciò che paghiamo per giocare, f è una certezza presente, mentre il guadagno della possibile vincita, cioè W-f, rappresenta l’incertezza futura.

A questo punto, per scoprire quanto valga la pena scommettere, rispetto a un’ipotetica vincita W dobbiamo fare una semplice proporzione tra il rapporto scommessa/vincita e quello certezza/incertezza.

Scriviamola:

Se il termine incognito che vogliamo calcolare è f, cioè quanto di “certo” possiamo ragionevolmente rischiare, allora, dopo qualche passaggio di algebra, avremo:

Cioè: il giusto prezzo di una scommessa è il prodotto della probabilità per la vincita per ogni caso X. Esattamente quello che vuole dire Pascal.

Facciamo un esempio. Supponiamo che ci sia proposto questo gioco: puoi pagare un euro per indovinare in quale delle due mani ne tengo tre. Se indovini, i tre euro sono tuoi.

Qui la probabilità che un caso o l’altro si verifichi equivale sempre a un mezzo. Dato che una mano contiene ZERO e l’altra TRE, il calcolo è presto fatto: tre diviso due, equivale a 1,5. Questo è il limite massimo oltre il quale, in questo gioco, giocare non conviene più.

L’aspettativa di guadagno, scommettendo un euro, in caso di vincita equivale dunque a:

1,5 – 1 = 0,50

Come si vede è un valore maggiore di zero, il che significa, in definitiva, semaforo verde: puoi giocare, perché si presenta un’opportunità ben proporzionata al rischio. Cioè, in pratica: giocare conviene.

Come accennato, la cifra massima oltre la quale “il gioco non vale la candela” è 1,5. In tal caso, l’utilità attesa è uguale a zero. Se ti va e sei propenso al rischio, gioca pure, ma sei al limite. Di sicuro, però, in questo scenario non è mai bene rischiare più della metà della cifra che si può vincere.

Riassumendo: Pascal, all’obiezione “rischio forse troppo” risponde:

Vediamo. Il rischio di guadagno e di perdita è uguale; ora, se aveste da guadagnare due vite contro una, potreste ancora scommettere, ma se ne aveste tre da guadagnare, bisognerebbe giocare (visto che giocare è una necessità) e sareste imprudenti, costretti a giocare, se non giocaste la vostra vita per guadagnarne tre in un gioco in cui il rischio di perdita e di guadagno è pari.

Insomma, giocarsi una vita in cambio di due è accettabile. Da tre in su, conviene decisamente.

È quasi scandaloso come Pascal applichi la matematica alla filosofia. Teniamo presente ora che la sua risposta alla prima obiezione è così precisa e potente che non teme di complicare il gioco. Con la formula del calcolo dell’utilità attesa, infatti, in teoria, è possibile gestire qualsiasi tipo di scommessa, consapevoli di volta in volta quanto sia “giusto” mettere sul piatto.

Non solo un semplice testa o croce, o mano piena e mano vuota, ma possiamo gestire scenari anche più complessi e più rischiosi, come la Roulette, dove, oltre a giocare sul bianco o sul nero, possiamo puntare cifre diverse su numeri diversi con premi più alti.

Spero che fin qui non vi siate persi o non siate scappati tutti. Anche perché sta per venire il bello. Pascal, infatti, alza la posta. Avete il coraggio di restare al tavolo con lui?

Che cosa accade, se la posta sale ancora? Da quanto abbiamo visto, è chiaro che l’opportunità di guadagno cresce sempre in proporzione alla posta in gioco.

Ora, insiste Pascal, se invece di tre euro, ci fosse in palio una cifra grande a piacere? Cinque, dieci, diecimila euro… un fantastiliardo!?

In tal caso, con il 50 per cento di probabilità, bisognerebbe essere stupidi a non scommettere. Il premio è altissimo, il costo della puntata irrisorio, se confrontato all’aspettativa di guadagno, e la probabilità di vincere ottimale. In pratica, sarebbe come una lotteria miliardaria in cui si vendono e si estraggono solo due biglietti: tutti la vorrebbero giocare!

Riprendiamo questa analogia e applichiamo alla questione di Dio.

Se scommettendo una vita ne vincessi due, in teoria, in base a quanto visto, sarebbe ancora accettabile giocare. Se le vite fossero tre, sarebbe persino conveniente. Ora, qui non ci sono in gioco una vita, due o tre…

Ma si tratta di un’eternità di vita e di felicità.

Pascal ci invitata di nuovo a giocare al tavolo verde dell’Universo.

Che cosa sarebbe ragionevole fare se la vincita consistesse in tante di quelle vite da non riuscire nemmeno a contarle? Non ci sono dubbi: giocarsi tutto sarebbe persino l’unica cosa ragionevole da fare.

Suona strano, forse per qualcuno anche un po’ sgradevole, sentire Pascal paragonare una “vita” a una “fiche” sul tavolo da gioco. Eppure, è esattamente l’immagine che sta suggerendo: mettere Dio come premio significa che la posta in palio è un assegno in bianco. Se vuoi almeno sperare di vincere, devi lanciare sul piatto la tua fiche, cioè la tua vita.

Dato che Dio è per noi impensabile, Pascal ricorre all’immagine di un valore che non si può numerare. Che cosa significa “vincere” Dio? Pascal suggerisce di pensare alla posta in gioco come a un mucchio talmente grande di fiche che nessuno può contarle e sapere che ciascuna di esse mi permette di riscuotere una vita intera alla cassa del Casinò dell’Universo, è un modo analogo di pensare alla vita eterna. Questo è il valore esistenziale di Dio e questa è la posta in gioco, quando si punta su Dio.

Ora, però, facciamo bene attenzione a quelle che finora sono state le due premesse fondamentali del ragionamento di Pascal:

  1. La possibilità dell’esistenza di Dio è ½, cioè il 50%.
  2. La vincita, se Dio c’è, ha un valore inestimabile.

L’argomento, come finora è stato presentato, è valido solo se queste due assunzioni sono vere. Non a caso, tutte le obiezioni alla scommessa di solito si concentrano qui, specialmente sul primo punto. C’è infatti chi non assegna a Dio nemmeno la possibilità dell’1 per cento…

Approfondiremo le principali obiezioni a Pascal con attenzione in un altro video, un po’ perché questo è già lungo, un po’ perché vorrei che vi iscriveste al canale, se non altro per continuare questa conversazione…

Ma il vero motivo che ci spinge a rimandare è che ora ci aspetta il terzo livello, il vero colpo da maestro di Pascal, che si potrebbe anche riassumere così: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Terzo Livello: l’aspettativa dell’infinito

Riflettiamo sulle due premesse della scommessa.

La prima ci dice che l’ateo non è nella condizione di accettarla. Il motivo è ovvio: non può ammettere che ci siano il 50 per cento di probabilità che Dio esista. L’ateo, per definizione, assegna infatti il valore 0 (zero) a questa probabilità.

Se si è già sicuri che Dio non esiste, è ovvio che non ha alcun senso scommettere. All’estremo opposto, se dai Dio per certo, senza alcun’ombra di dubbio, il valore della probabilità per te è 1 (uno), perciò non stai realmente giocando. Stai solo facendo cassa.

Lo scenario di Pascal però non è questo. Pascal non si rivolge all’ateo o al talebano. È molto importante ribadire questo punto. Pascal non vuole convincere chi di fatto è già convinto che Dio non esista, o viceversa. La sua scommessa si rivolge a chi è dubbioso, esitante, anche molto esitante, e che, onestamente privo di certezze assolute, cerca di giocarsela meglio che può.

Perciò, atei e teisti, non giocate con Pascal. Lasciate spazio agli animi inquieti, agli scettici veri, ai cercatori mai contenti.

Al terzo livello della scommessa, Pascal compie il suo capolavoro: non solo alza indefinitamente il valore della posta, ma nello stesso tempo, porta all’estremo l’azzardo. In fondo, segue fino in fondo la logica del gioco, collegata a quella dell’investimento: maggiore è il rischio, maggiore è il possibile guadagno. Pascal, perciò, riformula di nuovo la scommessa facendo cadere la prima assunzione.

E se le possibilità dell’esistenza di Dio fossero molto minori di una su due? Persino scarse, se non scarsissime? Se la bilancia, insomma, pendesse molto verso la non esistenza di Dio? Al punto da ridurne le possibilità a meno dal cinquanta per cento, fino – diciamo – all’uno per mille? O addirittura a una su un milione?

Ecco la mossa decisiva. Qui Pascal aspettava l’agnostico, scettico sì, ma aperto alla possibilità, per quanto piccola, dell’esistenza di Dio. Questo terzo livello, più dei precedenti, esprime lo spirito profondo della “scommessa”.

Si riparte dunque dalla domanda: se le probabilità di vincere sono davvero così poche, vale la pena mettere in gioco la vita?

Vediamo come si esprime Pascal:

…c’è qui una infinità di vita infinitamente felice da guadagnare, una possibilità di vincita contro un numero finito di possibilità di perdita, e ciò che voi giocate è finito. Non c’è posta che valga là dove c’è l’infinito e dove non si hanno infinite possibilità di perdita contro altrettante di guadagno. Non c’è partita, bisogna dar tutto.

Se si legge con attenzione, si comprende che Pascal sta mettendo in evidenza due cose per lui fondamentali:

  1. la posta in gioco tende a un valore infinito, cioè vincere Dio equivale a sbancare il casinò dell’Universo;
  2. la possibilità di vincita, per quanto minima, è sempre diversa da zero; il che significa che, anche se sei molto scettico, non te la senti di escludere del tutto l’esistenza di Dio.

Come cambia allora la scommessa, se le possibilità dell’esistenza di Dio sono basse e il premio è un valore grande a piacere? Non si sta più giocando a testa o croce, come nel primo livello, né alla roulette, come nel secondo. Ora, in questo “terzo livello”, la scommessa si rivela come una lotteria nella quale c’è un premio da capogiro e milioni, o persino miliardi, di biglietti tra i quali scegliere.

Un altro paragone adeguato potrebbe essere una combinazione del Superenalotto quasi impossibile da indovinare.Le probabilità diventano molto scarse, ma la possibilità di vincere rimane. Se compri il biglietto di una lotteria o giochi una cinquina, molto probabilmente non vincerai. Eppure, si può vincere. Anzi qualcuno vince sempre, altrimenti nessuno giocherebbe.

Ma perché si compra il biglietto di una lotteria o si gioca al Superenalotto? Perché la somma che si spera di vincere è molto alta e la somma che si investe, al confronto, molto bassa! Quanto più la somma è alta, rimanendo fissato o comunque finito il prezzo del biglietto, tanto più la decisione di comprare un biglietto o staccare una ricevuta di gioco diventa un comportamento razionale, anche senza considerare la propensione al rischio.

Di fatto, riflettiamoci: perché aumenta, a volte vertiginosamente, il jackpot di un Superenalotto? Perché, quanto più sale il montepremi, tanto più si aggiungono altri giocatori. La speranza di una vincita enorme a fronte di una spesa irrisoria travolge anche gli scommettitori meno abituali. Un comportamento in cui gioca una forte componente emotiva, certo, ma assolutamente non irrazionale, sottolinea Pascal.

Come per i due livelli precedenti, possiamo fare una verifica matematica. Quello che dobbiamo fare è prendere il concetto di infinito (per i matematici è un concetto, ricordiamolo, non un numero) e applicarne le regole alla formula che abbiamo già incontrato.

In particolare, teniamo presente che:

Per tutti i numeri reali r:

Per tutti i numeri reali r:

Prendendo ora in considerazione una probabilità p, positiva e non infinitesimale – che è sempre un valore compreso tra zero e uno – possiamo calcolare la scommessa migliore basata sull’aspettativa di un guadagno infinito.

Ridisegniamo la tabella che rappresenta quello che abbiamo chiamato “il gioco della vita”, applicando i valori corrispondenti agli esiti di ogni eventuale possibile mossa e valutando come “infinita” la posta in gioco nel caso in cui Dio esista. Tutti gli altri valori eventuali, finiti, li indichiamo con un una “f”.

Nel caso in cui si scommetta su Dio, applicando la formula già vista, avremo:

In alternativa, scommettendo contro, avremo un’utilità attesa calcolata allo stesso modo:

che è comunque un valore finito.

Il che dimostra dunque come, anche nel caso in cui le probabilità della sua esistenza siano ritenute scarse, il comportamento più razionale è scommettere la vita su Dio.

Giunti fini qui, ricapitoliamo il tutto. L’argomento definitivo è formato da tre premesse e due conclusioni.

Premesse:

  • Dio esiste oppure no. Perciò la scommessa è solo pro o contro di lui.

Ciascun esito possibile, ben definito, è associato con un guadagno corrispondente, f1, f2, f3, ‘infinito’, dove le f sono tutti valori, negativi o positivi, ma inevitabilmente finiti.

  • L’agnosticismo è la condizione di default della ragione umana, anche se si può essere, di fatto, più o meno inclini al teismo o all’ateismo. In pratica si deve assegnare alla probabilità dell’esistenza di Dio un valore positivo, maggiore di zero, non infinitesimale.
  • Agire con lo scopo di ottenere il massimo guadagno è un comportamento razionale

Dunque:

  • Conclusione 1: scommettere su Dio è un atto razionale
  • Conclusione 2: in quanto essere razionale, dovresti farlo anche tu

Ecco, in definitiva, in che cosa consiste la scommessa di Pascal.

Prima di concludere un’ultima considerazione su: “infinito nulla”. Il titolo scelto da Pascal ora acquista un significato più chiaro: di fronte all’infinito, tutto tende a diventare infinitesimale, cioè un nulla. Perciò, ciò che l’uomo può perdere è insignificante in confronto a ciò che può guadagnare, perché le possibilità che Dio esista non sono nulle o infinitesimali.

Il Dio nascosto non si può conoscere né spiegare, ma sul suo mistero ci è data la possibilità di scommettere, in quel gioco della vita al quale nessuno di noi si può sottrarre.

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La tempesta di Giona

La barca affonda e Gesù dorme. I discepoli imprecano, quasi bestemmiano: “non ti importa di noi”. Quando tutto sembra perduto, lui si sveglia e, come se niente fosse, ordina alla tempesta: “stai zitta!”. E torna il sereno. È forse una delle più strane pagine del Vangelo di Marco, eppure una delle più dense dal punto di vista simbolico.

Tutto comincia da un comando di Gesù al quale i discepoli non obiettano: “Passiamo all’altra riva!”. Cioè andiamo da chi non ci vuole, da chi non ci aspetta, da chi pensa che siamo non solo inutili, ma persino dannosi. La riva opposta a Cafarnao sul lago di Tiberiade è infatti la riva dei non giudei, dei pagani, quella dove Gesù e i suoi giocano decisamente “fuori casa”, con lo sfavore del pubblico. Le barche, la tempesta, il sonno, i pagani come destinazione sono un “già visto” per chi la Bibbia l’ha letta, almeno un po’.

Sono gli stessi elementi di uno dei racconti più famosi e popolari di sempre: il profeta Giona, quello inghiottito e risputato da un grosso animale marino, forse, paradossalmente, l’elemento meno incredibile della storia. Giona è un profeta destinato ai pagani che, timoroso, fugge dalla sua missione impossibile di predicare a Ninive l’imminente distruzione. Sa infatti che fine fanno i profeti che annunciano sventure o, come diremmo oggi, portano sfiga. Come dimenticare il caso emblematico di Geremia, l’annunciatore della distruzione di Gerusalemme? I profeti come lui sono impopolari e destinati al fallimento, votati a una vita miserabile, emarginati e in costante pericolo. Giona si imbarca e dorme. Cade nel sonno incosciente di chi non vuole assumersi responsabilità.

Poi però è costretto a confessare il suo tentativo di fuga e salva i marinai gettandosi nel mare. È l’unico modo per placare la tempesta. Inghiottito da un pesce enorme, viene portato risputato sulle rive di Ninive, la sua destinazione iniziale. Predica e, incredibilmente, la città più pagana del mondo si converte e si salva.

Ma Giona non è un buon profeta, non solo perché prima ha cercato di fuggire, ma perché ora, dopo aver predicato, è arrabbiato e non capisce perché Dio non mantenga la sua parola. Vive il paradosso del profeta: salvando la città, la parola che aveva annunciato, la distruzione di Ninive, non si compie. E così viene presto dimenticato. Diventa noioso e lamentoso, al punto che persino gli alberi si stancano di dargli ombra. Si sente trattato da Dio in modo pessimo e viene da Lui giustamente rimproverato: salvare vite e ricondurre gli uomini al bene, per Dio è più importante della reputazione del suo profeta e persino della sua parola stessa. Un solo bambino di Ninive vale più della Bibbia e di tutti i suoi predicatori. Ma che centra Gesù con Giona? perché questo accostamento, decisamente voluto dall’evangelista? Perché Gesù è Giona come sarebbe dovuto essere. Il vero Giona.

Giona è il segno e Gesù la realtà. Quello che offre la vita per salvare tutti, affinché la tempesta venga placata, ma non perché è costretto a farlo. Quello che va volentieri a Ninive e coinvolge i suoi nella stessa impresa. Quello che dorme, come Giona, ma consapevole come il contadino della parabola che la potenza del Regno di Dio che si sta scatenando è superiore a quella di ogni tempesta. Gesù è il Giona che prega nel profondo delle tenebre e nell’abisso della morte e risorge il Terzo Giorno per ogni uomo, vecchio, donna, bambino di Ninive e del mondo intero.

Forse i “Giona” refrattari sono invece proprio i discepoli. Sono loro che devono imparare a somigliare al Maestro. Ma lo faranno con sincerità, generosità e persino eroismo solo dopo averlo bestemmiato un po’ e dopo averlo temuto, anzichè amato. Così vanno le cose, strane e imprevedibili, del Regno di Dio.

Che cosa può “fermare” Dio?

Si può davvero “fermare” Dio, impedirgli persino di agire? In un certo senso, secondo il Vangelo di Marco, sembra di sì. Gesù non può operare miracoli e guarigioni se si imbatte nella “apistìa”, la mancanza di fede o, se vogliamo, la “diffidenza”. Se la fiducia nel Maestro può qualunque cosa, la sfiducia e il pregiudizio, possono rendere inefficace persino la potenza di Dio.

È il mistero del rifiuto, sperimentato da Gesù stesso proprio nel suo paese, tra i suoi parenti, nella sua stessa casa. Gesù torna nella sinagoga di Nazareth a predicare, ma inutilmente. Tutti i suoi compatrioti lo snobbano, lasciandosi condizionare dalle facili etichette.

Nell’economia narrativa dell’evangelista, si tratta di un racconto di passaggio. Si sta infatti chiudendo un atto per passare al successivo, ancora più importante. Finora Gesù ha compiuto segni e annunciato messaggi, ha compiuto miracoli e raccontato parabole. Ora però sono proprio i seguaci di Gesù che stanno per essere chiamati in causa. Non possono più restare spettatori. Gesù li chiama a scendere nell’arena, come agnelli tra i lupi. La loro missione non comincia dal successo, ma dal rifiuto.

È chiaro perciò fin da subito che seguire Gesù non è certo una passeggiata. Ma il mistero del rifiuto ne nasconde uno ancora più profondo: quello pasquale, perché esattamente in quel rifiuto si nasconde il passaggio decisivo: quello della morte che diventa resurrezione, di una negazione che diventa affermazione, secondo la logica del seme più piccolo che diventa un albero capace di dare rifugio agli uccelli del cielo.

La chiave del cuore di Dio

Qual è la chiave che apre il cuore di Dio? Sembra una domanda superflua, perché il cuore di Dio non può essere “chiuso”. Eppure il Vangelo di Marco, come tutta la Rivelazione cristiana, ci dice che tra noi e Dio, così come tra noi e gli altri, esiste una “barriera” che ci impedisce di comunicare e di attingere alla fonte della vita. L’interruzione di questo canale ci vieta di attingere a ciò di cui abbiamo profondamente bisogno, a ciò che può guarirci interamente, a ciò che può sanarci da ogni male. Marco ribadisce in questa pagina che tutto il bene che può trasformarci e salvarci passa solo attraverso l’umanità di Gesù. È lui l’unica possibilità, la chiave da “afferrare”.

Il racconto “a incastro” di questa pagina ci presenta il confronto tra due casi diversi eppure simili. La storia prende avvio da un padre disperato che però riesce ad affidarsi, a lasciar fare a quell’uomo da tutti deriso e criticato, nel quale però intuisce esserci qualcosa che nessun altro può dare.

Al centro degli eventi, vero motore di tutto, però si trovano due donne, due storie diverse, due “destini” che si incrociano proprio nell’incontro personale con il Maestro. La prima è una donna matura, sofferente da tanto tempo, che riesce letteralmente a entrare in contatto con Gesù in modo diverso da chiunque altro e a strappare da lui la sua potenza. L’altra una bambina che sta per diventare donna, per la quale lo stesso tempo della lunga sofferenza della prima (12 anni) è un tempo ritenuto ancora troppo breve per abbandonare l’esistenza. La prima non può avere figli, la seconda è una figlia prematuramente perduta. Tutte e due rami aridi dove la morte sembra trionfare due volte, inaridendo alla radice la fonte stessa della vita.

Ma sia nel primo che nel secondo caso la rinascita e la resurrezione trionfa, passando attraverso l’incontro. Non con un semplice “toccare” o “imporre le mani” – il gesto in sé non basta mai – ma attraverso un riconoscimento e un atto di accoglienza interiore che crea un ponte, un canale vero attraverso il quale passa la vita e il bene: la fede in Gesù, unica speranza.

Poche pagine come questa mostrano la fede in azione, come qualcosa che vive e anima le scelte, che si innerva nelle storie e nelle vicende personali. Qualcosa di molto più profondo e radicale che l’adesione ideologica a una visione del mondo. Si vede infatti il mondo a partire dalla propria prospettiva e dai propri bisogni profondi. Se si riesce ad alzare lo sguardo, si vede interporsi tra noi e ogni bene pensabile, una sola Persona che può cambiare tutto.

Come leggere le parabole: il seme e la terra

La predicazione che cerca di spiegare il significato delle parabole di Gesù spesso non coglie l’elemento di provocazione che esse, in vario modo, contengono. Le parabole non sono un modo semplice di spiegare cose difficili, né un linguaggio facile per gli sprovveduti. Le parabole sono pensate e costruite come uno strumento della parola per offrirci la possibilità di vedere le cose in modo diverso e provocare una risposta attiva, sia nella mente, sia nella pratica della vita. Le tre parabole “contadine” di Mc 4 sono esemplari. Siamo invitati a leggerle come un codice che ci introduce a verità nascoste, eppure evidenti davanti a noi.

Ma la chiave giusta è, in ogni caso, la relazione con il loro narratore: Gesù stesso. La differenza tra chi può capire e chi non può capire è quella tra chi rimane a interrogare il Maestro e ad ascoltarlo e chi pensa invece che ci sia di meglio da fare. Il discepolo ha la possibilità di comprendere perché rimane esposto al ciclo continuo dell’apprendimento. Ed è in questo ripetersi nel tempo dell’imparare e cambiare, nella trasformazione progressiva del nostro modo di essere e di pensare, che si trova il vero motore ermeneutico delle parabole.

Esattamente come il contadino che semina, aspetta, falcia e poi ricomincia, così il discepolo, nella vita personale e persino la Chiesa stessa, anche attraverso le generazioni. È qui, nella comprensione della dinamica del mettersi alla scuola di Gesù, nella logica della pedagogia divina, che si può comprendere anche la corretta relazione tra valore della tradizione e necessario cambiamento.

Sei fondamentalista? facciamo un test!

Il fondamentalismo è un virus dell’anima, un atteggiamento mentale sempre più comune che sembra diffondersi sempre di più. Cerchiamo di capire quali sono i sintomi e se siamo stati contagiati.

Chi è un fondamentalista?

Forse tu, che mi stai leggendo. Anche se non lo vuoi ammettere. Proprio tu potresti essere un fondamentalista…

So che quando si pronuncia la parola, di solito si pensa all’estremismo religioso violento. Ma si commette un errore.

Il fondamentalismo non è infatti un problema che viene da lontano e che si infiltra tra noi con i lupi solitari o le cellule dormienti.

Il fondamentalismo è un virus dell’anima, un atteggiamento mentale sempre più comune e che sembra diffondersi sempre di più.

È un po’ come l’apocalisse zombie, dove però al posto degli zombie… ci sono i fondamentalisti.

Ciascuno di noi potrebbe essere stato contagiato.

Tuttavia, state tranquilli. Penso di aver messo a punto un test sicuro, che consiste in una sola, semplice, domanda.

Prima di sottoporvi il mio test alla fine del video, dedichiamo almeno qualche minuto a mettere a fuoco la questione, per chiarire di che cosa stiamo parlando.

Cominciamo col dire che il fondamentalismo non è una problematica esclusiva del mondo islamico o di parte del continente americano, ma è presente, in varie forme, un po’ ovunque.

I primi fondamentalisti che ci verranno in mente saranno probabilmente i “kamikaze” – diventati famosi dopo l’11/9 – e i loro sostenitori, ma ne esistono in realtà anche di meno aggressivi che non si sognerebbero lontanamente, per fortuna, di fare i terroristi.

Il fanatismo, in qualunque forma, c’è e c’è sempre stato, ma il fondamentalismo religioso vero e proprio appare sulla scena della Storia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando diventa molto duro il confronto con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e si diffonde sempre di più l’atteggiamento razionalista e tecnicista. È proprio quello il tempo in cui Nietzsche proclamava, facendo una parodia dello stesso Vangelo, il famoso annuncio della “morte di Dio”.

Le teorie evoluzionistiche, specialmente il darwinismo, ma anche la critica storica e letteraria applicata alle Sacre Scritture, e poi le varie scoperte della fisica, della biologia, dell’astronomia rendevano l’universo un posto inconsueto, immensamente più vasto e non più con l’uomo al centro di tutto. Si apriva uno scenario sul mondo molto, molto diverso da come veniva tradizionalmente fino a quel momento pensato in verità un po’ da tutti e non solo dalle religioni.

L’economia di mercato e la rivoluzione industriale diedero inizio al processo della globalizzazione, del quale il colonialismo fu solo una prima fase per arrivare fino alle conseguenze attuali. Infine, le teorie filosofiche e politiche, le varie forme di hegelismo, così tutte le ideologie che ne sono derivate hanno cominciato a deridere, sottovalutare, emarginare la religione, a considerarlo solo un pensiero primitivo, tollerabile solo se vissuto in modo esclusivamente privato.

È il famoso fenomeno della secolarizzazione.

Ogni forma di fondamentalismo nasce in risposta a questo fenomeno e si esprime come una reazione di difesa del mondo religioso nei confronti di un mondo secolarizzato, multiculturale, sempre più difficile da comprendere e da accettare, nel quale Dio sembra diventare sempre più assente.

Le religioni in pratica reagiscono per difesa. Davanti a un mondo che sembra mettere in discussione i fondamenti della fede, il “fondamentalista” non accetta di discutere davvero, ma si limita a negare per principio ogni confronto.

Il fondamentalista vuole garantirsi la sicurezza dei propri riferimenti, diventati ancora più importanti in un periodo di grande transizione sociale, politica, economica, culturale. La fede diventa così l’unica fonte di tutte le certezze.

Notate che per il fondamentalista non si tratta solo di difendere la propria Tradizione. Il fondamentalista è diverso dal conservatore. Il conservatore ammette di confrontare il dato rivelato, ciò in cui crede, con le altre scienze, con la storia, la critica letteraria, la fisica, ecc.

Il fondamentalista semplicemente non accetta un confronto che non sia sul suo terreno, non accetta che esista un terreno comune e che il mondo possa essere esplorato anche con la ragione, prima che con la fede.

Il fondamentalista ha l’illusione che sia tutto subito chiaro, tutto evidente, che sia tutto come dice lui, ma, soprattutto, che chi crede o pensa diversamente non meriti rispetto, né il tempo speso a confrontarsi.

Da qui nasce una certa aggressività, una tendenza a disprezzare l’opinione altrui e a cercare di imporre la propria.

Ecco spiegato anche perché il fondamentalista si trova a suo agio specialmente in Internet e sui social, dove tutti diventano facilmente leoni da tastiera e la violenza, per fortuna, si limita a essere verbale.

Ma cerchiamo di comprendere, prima di giudicare. Di solito, il fondamentalista religioso ragiona così: qual è il motivo per cui le cose vanno male nel mondo? Non si mette a considerare i problemi economici, sociali, politici, morali, ma va dritto a una sola risposta: “perché l’uomo di oggi non rispetta Dio e lo ignora”.

Il fondamentalista si sente un difensore dei diritti di Dio. Secondo lui il mondo va male in fondo solo per un motivo: perché ha perso la fede. Ovviamente, la fede come la intende lui.

Tra parentesi: se il mondo abbia davvero perso la fede in Dio e si sia distaccato dalla religione è una questione aperta. Io personalmente non lo credo affatto. La religione non si può sradicare dal cuore dell’uomo. Ma questo argomento merita una trattazione a parte…

Il problema è che i fondamentalisti non tengono in conto le mediazioni, preferiscono ignorare che il mondo sia un posto complicato che segue regole proprie. Perciò mettono subito di mezzo Dio, praticamente in ogni cosa. Vanno dritti al Principio Primo, senza passare da nessun punto intermedio. C’è solo la causa prima e non ci sono cause seconde.

Anche per questo il fondamentalista tende a diventare apocalittico: a vedere subito il grande scontro finale tra le forze del Bene e quelle del Male, a vedere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. A considerare l’avversario come il “male assoluto”. Ecco perché spesso è fissato col diavolo e lo vede dappertutto.

Il fondamentalista vede tutto il mondo in bianco e nero, ma non è questa la cosa più grave. È ancora più tragico che può arrivare a sentirsi talmente tanto paladino del bene da considerare leciti anche metodi immorali, come, per esempio insultare o seminare odio.

Un’altra caratteristica preoccupante del fondamentalista è che non deve essere necessariamente ignorante o arretrato. Molti fondamentalisti appartengono a fasce istruite. Ci sono medici, ingegneri, avvocati, professionisti.

Il fondamentalista non è nemmeno un nemico del progresso. Non vuole tornare a un mondo primitivo, medievale, come dicono alcuni insultando il medioevo senza saperlo. Anzi, spesso usa molto bene Internet e sfrutta tutti i mezzi che la tecnologia può mettere a disposizione della sua causa.

Il fondamentalista religioso spesso tende politicamente all’estrema destra perché nella sua mente l’ultraliberismo economico è compatibile con il rigorismo morale. Infatti, secondo lui, tutto dipende dalle sole virtù individuali. Che ciascuno personalmente segua la Legge divina, in qualunque modo la intenda, è, nel suo modo di vedere, essenziale perché torni nel mondo la giustizia e la felicità, mentre dà poca importanza al fatto che esistono anche peccati sociali, vere e proprie “strutture di peccato” che non dipendono dalle sole scelte personali.

Tra parentesi, prima che mi diate tutti del comunista: l’espressione “strutture di peccato” l’ho rubata a Giovanni Paolo II e non a Carlo Marx…

Il fondamentalista tende a pensare che il dirigente, l’uomo che riceve responsabilità di potere, debba essere devoto e pio, perché in questo modo sarà più facilmente destinato al successo politico.

Il fondamentalismo ha facile presa persino tra i poveri e i diseredati perché fomenta la convinzione che Dio ricompensi e benedica con la prosperità, anche materiale, chi segue la sua legge, ma non le altre persone.

Si potrebbe dire, in conclusione, che il fondamentalismo offre certezze e le contrappone alle proposte di un mondo che non ne offre più. Tuttavia questa affermazione è ancora un po’ generica, perciò voglio offrire uno schema che spero possa aiutare a chiarirci le idee.

Tutto si può rappresentare come una relazione tra due termini: quello tra la fede e la cultura, compresa anche la cultura popolare (o cultura pop). Da una parte c’è la visione del mondo proposta dalla comunità religiosa alla quale si sente di appartenere. Dall’altra quella, un po’ più impersonale e variegata, di tutti gli altri, del resto del mondo.

Se tra questi due termini non si prende in considerazione un terzo elemento, un terreno “neutro”, un ambito autonomo sul quale i diversi pensieri e le diverse convinzioni possono trovare una convergenza, non ci può essere dialogo perché non ci può essere nessun punto di incontro.

Si finisce per parlare lingue diverse restando chiusi in mondi diversi.
Se le cose vanno così, secondo me, c’è poco da stare allegri.

Ma ecco, finalmente, è arrivato il momento del test.

Se vuoi sapere se sei stato contagiato dal virus del fondamentalismo, rispondi a questa domanda:

Esiste per te un terreno comune tra la fede e la ragione, tra la religione e la società, tra i credenti e i non credenti, tra le tue convinzioni e la cultura in cui sei immerso?

Esiste un mondo autonomo da ogni visione di fede, che (pur creato da Dio per il credente) funziona con leggi proprie che bisogna conoscere e rispettare? Oppure pensi proprio non ci sia nulla che unisce, prima di ogni divisione?

Se per te la risposta è NO, è ovvio che non esiste per te un termine medio per incontrare chi la pensa diversamente da te e comunicare con lui.

Se per te ci sono solo luce e tenebre, se gli altri hanno sempre torto, se tutti, tranne quelli che la pensano come te, sono in malafede, se esistono solo confini netti, muri, frontiere invalicabili, porte chiuse… mi dispiace, ma comunque tu la pensi o qualunque cosa tu voglia credere, sei positivo al virus del fondamentalismo.

In conclusione, però voglio ricordare che non è solo per i credenti il pericolo di diventare “zombie”. Esiste anche una versione laica, non religiosa, del fondamentalismo: si chiama laicismo estremo.

Il laicista estremo si conforta e si rassicura a sua volta nel pensare che tutti i credenti, senza eccezione, siano in realtà dei fondamentalisti, ottusi, che hanno spento il lume della ragione e che sono capaci solo di vedere dogmi e proibizioni dappertutto, cioè, in pratica, dei disadattati culturali totalmente fuori del mondo e che quindi non hanno e non devono avere voce in capitolo sui problemi morali e sociali.

Il laicista estremo, ragiona, se così si può dire, in maniera esattamente speculare al fondamentalista: E quando si domanda: “Qual è il motivo di tutti i mali del mondo? Risponde: “Le religioni!”, ovviamente, e soprattutto il loro influsso sociale.

Per un laicista estremo i credenti, di ogni denominazione, dovrebbero tenersi la religione per sé e praticarla “a casa loro”. Perciò, per fare un esempio, i simboli religiosi, secondo loro, non dovrebbero essere esposti, e i credenti non avrebbero nemmeno diritto a pronunciarsi riguardo ai problemi della società se lo fanno in quanto credenti.

Ma è un atteggiamento altrettanto dannoso, perché alza una barriera invalicabile tra credenti e non credenti, aggravando, nel campo opposto, la tentazione del fondamentalismo, soprattutto in alcuni soggetti più predisposti.

Dall’altra parte, il fondamentalista reagisce sempre più convinto che ogni elemento culturale che non provenga dalla fede o che non derivi direttamente da essa sia illegittimo e demoniaco. E che quindi i simboli religiosi debbano essere non solo esposti, ma addirittura ostentati, imposti, come un’appropriazione di identità, come una bandiera che divide il campo e svetta orgogliosa sulla propria trincea.

Il risultato è una polarizzazione sempre maggiore e una discussione sterile, che non rende un buon servizio né ai valori dello stato laico, né ai simboli religiosi.

La posizione della Chiesa Cattolica al riguardo è stata ben esposta da Benedetto XVI
che parlava di una “sana laicità”.

La sana laicità è il patrimonio comune di credenti e non credenti, il saper accettare la distinzione tra fede e cultura perché esiste l’autonomia delle realtà temporali, ma, allo stesso tempo, difende anche il diritto al credente di esprimersi e di offrire in tutti i campi il proprio contributo.

Non posso aver detto tutto, né posso averlo detto in modo del tutto soddisfacente.

Perciò, fatemi sapere nei commenti qual è la vostra interpretazione del fondamentalismo e soprattutto, se vi interessano questi video, non dimenticate di iscrivervi al canale.

Bella a tutti!

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Mettiamo le telecamere (anche) in classe? 5 motivi per cui potrebbe non essere una buona idea

Ricordare il famoso video del bullo? Se ne è parlato molto e il giudizio prevalente che circolava era che il professore non sapesse fare il suo mestiere, perché restava impassibile senza battere ciglio. Questo è proprio un esempio di come le telecamere possano fare più male che bene, se le immagini sono lette fuori contesto. L’unico arbitro in campo, infatti, è il prof.

È una buona idea mettere delle telecamere in tutte le classi per monitorare le lezioni?

Ogni tanto si torna a parlare di telecamere a scuola e, nello specifico, a telecamere installate proprio nelle classi.

Una legge che prevedeva l’installazione di telecamere in ogni classe stava per entrare in vigore già nel 2016. Il testo era stato approvato dalla Camera, ma poi è stato fermato l’anno dopo dal Senato.

Il consiglio regionale della Lombardia ha approvato, il 27 novembre del 2018, l’installazione non obbligatoria, ma solo su base volontaria, di sistemi di video-sorveglianza a circuito chiuso negli asili nido. Ovviamente le leggi non sono gratis, perciò la legge prevede uno stanziamento per il 2019 di 600 mila euro.

“Telecamera sì  – telecamera no” è stato anche un sondaggio sulla pagina di “bella prof”. Avete partecipato in massa e con grande entusiasmo, non limitandovi a votare, ma a condividere con passione il vostro parere.

Colgo l’occasione per ringraziarvi tutti, specialmente per la civiltà mostrata nel sostenere idee spesso discordanti. È difficile incontrare su Facebook una community così eterogenea, ma anche così impegnata e civile come quella di “Bella prof!”.

La maggioranza si è mostrata favorevole, ma penso sia arrivato il momento di darvi il mio parere.

Bisogna fare una premessa: esiste già una legge che prevede l’uso delle telecamere a scuola. Ma la normativa vigente le permette solo per sorvegliare gli ambienti, vietandole in classe, fatte salve alcune gravi eccezioni.

In pratica perciò ciò di cui discutiamo è se sia opportuno metterle in un angolo della classe, magari sul soffitto, accese e funzionanti, per tutta la durata delle ore di lezione, in modo continuativo e ordinario.

Personalmente, al contrario della maggioranza, NON sono favorevole.

Per almeno 5 motivi.

1) Primo motivo: non esiste una vera emergenza.

Mettere telecamere in tutte le classi, rischia di essere una risposta inutile a una esigenza creata da un effetto mediatico. Non mi sembra opportuno fare leggi – che, detto sempre per inciso, costano molti soldi – per rispondere all’emozione anziché venire incontro a un effettivo bisogno.

Detto in parole povere: a scuola il bullismo o gli abusi si verificano, ma raramente assumono proporzioni davvero preoccupanti.

La scuola non è un paradiso, ma in quasi tutte le scuole la stragrande maggioranza degli insegnanti sa tenere sotto controllo una classe, anche se si fa un fegato grosso così.

L’anno scorso, quando si parlava dei fatti di bullismo a… alcuni amici mi domandavano che cosa stava succedendo a scuola e mi guardavano come un veterano scampato alla guerra in Afghanistan. Questo perché il fatto che si riproponessero continuamente le immagini del bullo che minacciava il professore [fig.], mobilitava l’emergenza nazionale. Ma, secondo me, non c’era e non c’è alcuna emergenza, se non in determinati casi e sicuramente non a livello nazionale.

2) Le telecamere sono un elemento di sorveglianza esterno che interferisce con uno scopo educativo.

In pratica: se non ci sono situazioni gravi da monitorare, mettere tutti sotto controllo serve a poco, se non a nulla.

Anzi, la presenza delle telecamere può diventare un elemento di interferenza e di disturbo, portando dentro le classi discussioni e tensioni che sono esterne alla scuola.

Facciamo un esempio calcistico. Da quando si usa il var in campo, non si hanno per questo meno falli e un gioco migliore… né si è certo posto fine alle discussioni infinite fuori campo.

Ma se pure il var risolve qualche problema nel calcio, la differenza con la scuola è enorme. Il lavoro educativo non è uno sport e, soprattutto, non è uno spettacolo per il quale si paga il biglietto. Una scuola con le telecamere è solo una scuola più controllata, non un posto educativo migliore

3) Il contesto.

Il paragone con il var, per quanto farà rizzare i capelli a qualcuno, mi da lo spunto per un altro motivo contrario: le telecamere offrono immagini che vanno interpretate ma che, se filtrano all’esterno, sono frammentate e fuori contesto.

Facciamo un esempio. Ricordare il famoso video del bullo? Giravano due riprese in particolare (che si trovano ancora su Internet) in una si vedeva un ragazzo che minacciava un professore perché gli mettesse sei, nell’altra un ragazzo che gli si avventava contro a testa bassa con il casco.

Se ne è parlato molto e il giudizio prevalente che circolava era che il professore non sapesse fare il suo mestiere, perché restava impassibile senza battere ciglio. Qualcuno si domandava persino perché non avesse reagito (e girava anche qualche vignetta che immaginava il prof mollare un bel ceffone…).

Io penso, al contrario, che quel prof, che ha continuato a fare il suo mestiere restando in classe e, soprattutto, mantenendo la calma – proprio quel prof – meriterebbe un monumento (che ne dite, tra parentesi, di un monumento all’insegnante “ignoto” che combatte per la patria ogni giorno, dimenticato spesso come un soldato giapponese ancora in guerra sull’ultima isola del pacifico?).

Il problema, nel giudicare quelle immagini, è che si prestavano a fomentare gli animi ma erano tutte fuori contesto. Non sapevamo nulla di quella classe. Non sapevamo nulla di quei ragazzi e di quell’ambiente.

Io in quella scena ho visto, come prof, un ragazzo in evidente difficoltà sociale e relazionale davanti a un professore che reagisce esattamente come si dovrebbe reagire in una situazione del genere: restare fermo a tenere il punto senza fare una piega.

4) Le telecamere in classe sono puntate sulle persone, non su un ambiente.

Non è come metterle all’ingresso o in un corridoio, o all’entrata della segreteria o della sala professori. Le telecamere in classe sorvegliano gli alunni, cioè bambini e adolescenti, e soprattutto i professori, cioè dei lavoratori mentre esercitano il loro mestiere.

Qui la faccenda diventa complicata, perché si perde il conto delle complicazioni normative che tutelano sia le riprese dirette dei minori, sia quelle dei lavoratori.

5) Infine: non è più sensato investire di più sull’educazione che sulle forme di controllo?

Questo vuol dire avere non solo ambienti migliori, ma insegnanti migliori. Lo so che è impopolare dirlo, ma, se ci sono soldi per la scuola, occorre usarli per sostenere di più gli insegnanti che sono già i veri responsabili e sorveglianti della classe. Se non vogliamo pagarli di più – come sarebbe comunque giusto, e adesso che l’ho detto linciatemi pure – allora facciamo lavorare più insegnanti in classi con meno alunni, in condizioni più gestibili, in modo che possano condurre meglio il rapporto con i loro allievi.

Un buon insegnante vale più di tutte le telecamere del mondo.

Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti.

E se vi piacciono i miei video non dimenticate di iscrivervi al canale. Si parlerà di scuola, di religione, di teologia, di cultura e di tutto quello che mi appassiona e che spero appassioni anche voi, anche se la pensate diversamente da me.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Che cos’è un dogma? I dogmi mariani della Chiesa Cattolica

Ogni dogma risponde alla domanda “che cosa credi?”, rivolta a un membro della Chiesa. La risposta è l’esposizione di una formula linguistica. Senza dogmi non esisterebbe nessuna comunità di fede, ma solo dei singoli che possiedono delle convinzioni personali. Una fede che non si può comunicare, cioè che non si può in qualche modo “dire”, infatti, può essere condivisa né rifiutata.

Photo by: @Pinningnarwhals via Twenty20

La parola, ancora una volta, viene dal greco, è una delle sostantivazioni del verbo dokéo, che significa credere, ritenere, e significa perciò originariamente credenza, convinzione, nel semplice senso di opinione.

Ognuno, certo, ha le sue convinzioni e esprime il suo punto di vista, in questo senso, tutti abbiamo i nostri “dogmi” personali.

Tuttavia, quando il termine entrò nel vocabolario cristiano, aveva già acquisito un ulteriore significato. La parola infatti era stata adottata in ambito giuridico e significava ormai una “convinzione documentata”, cioè un’affermazione formalmente deliberata, esposta con intento normativo, cioè, in pratica, un “decreto”.

In questo senso, i dogmi sono perciò da intendere come dei contenuti espressi, delle affermazioni su alcuni argomenti, in questo caso sui contenuti della fede, che sono ritenuti prescrittivi in quanto condivisi, da una comunità organizzata di credenti. In questo caso, la Chiesa esprime apertamente, attraverso un dogma, ciò in cui crede.

Ogni dogma perciò risponde alla domanda “che cosa credi?”, rivolta a un membro della Chiesa. La risposta è l’esposizione di una formula, e in questo caso per “formula” si deve intendere ovviamente non una formula matematica, ma una formula linguistica.

Tutto questo nasce anche da un’esigenza pratica: non basta infatti dire “credo”, bisogna anche che ciascun credente sappia dire “in che cosa” crede, e questo “che cosa” va espresso in modo corretto, cioè definito, in modo che sia riconosciuto e condiviso, non solo da un singolo individuo, ma dall’intera comunità di persone che si riconosce nella stessa fede.

Senza dogmi non esisterebbe infatti nessuna comunità di fede, ma solo dei singoli che possiedono delle convinzioni personali. Una fede che non si può comunicare, che non si può “dire”, non può essere condivisa. Del resto, a ben vedere, è proprio la comunicazione più chiara possibile di un contenuto, qualunque esso sia, che permette a esso di essere abbracciato o, al contrario, di essere rifiutato. Per questo è importante che anche un non credente comprenda correttamente i dogmi, perché almeno sappia e comprenda nel modo migliore possibile “ciò in cui NON crede”.

“Credere” infatti è un verbo transitivo che richiede un oggetto. L’atto di credere richiede un’intenzione della mente. Non si crede “nella fede”, si crede “in qualcosa” perché si ha fede “in qualcosa” o, se volete, “in qualcuno che comunica qualcosa” e questo “qualcosa”, appunto, è il termine della propria fede che richiede di essere comunicato. In questo senso, la fede, in se stessa, non è una risposta. È la fede che offre, semmai, delle risposte.

Se non si è capaci infatti di comunicare – almeno in una certa misura – che cosa si crede, in realtà non si crede in nulla o, il che non fa molta differenza, si è totalmente nell’impossibilità di comunicare e condividere le proprie convinzioni. Una fede senza dogmi è una fede vuota, senza appigli per la mente e la parola, totalmente oscura e inafferrabile, impossibile da proporre, perché una fede che non sa esprimere se stessa non si può né abbracciare né rifiutare.

Perciò, con buona pace di molti, non esiste una fede senza dogmi. A meno che non sia una fede generica, vaga e indeterminata: una fede senza niente in cui credere davvero.

Dunque, ricapitolando: in ambito religioso, attraverso un dogma, cioè attraverso una formula espressa nel linguaggio umano, io sono in grado di esprimere una convinzione, non esclusivamente personale ma condivisa con altri, nella quale espongo il contenuto oggettivo della mia fede affinché possa essere proposto, cioè accettato o, eventualmente, rifiutato. Prendo, in pratica, posizione su ciò che ritengo vero o falso riguardo a Dio, a Gesù Cristo, alla Chiesa e così via. Nello stesso tempo, il dogma segna perciò il confine della mia comunità di appartenenza, perché accettarne o rifiutarne uno cambia sostanzialmente il contenuto della mia fede.

Tanto per fare un’analogia un po’ banale: se mi piace giocare a scacchi, ma affermo che lo scopo del gioco è catturare la regina, in realtà sto giocando a un gioco simile, basato sugli scacchi, ma che non sono più in tutto e per tutto gli scacchi giocati secondo la regola fondamentale che il pezzo da catturare, per vincere, è il re. Sto giocando un mio gioco, che può essere anche divertente, ma che non è più “il vero” gioco degli scacchi, riconosciuto come tale da tutti gli scacchisti del mondo.

Notate che questo vale in maniera analoga per qualunque genere di appartenenza non solo religiosa, ma anche ideologica. Come non posso essere cristiano se non credo alla resurrezione di Cristo così non posso essere buddista se non credo alla reincarnazione. In maniera simile, non a caso, si parla, giustamente, anche di fede politica.

Per comprendere meglio che cos’è un dogma per la Chiesa Cattolica, prendiamo, come applicazione del concetto, i dogmi mariani.

La Chiesa Cattolica afferma su Maria di Nazareth, la madre di Gesù, quattro verità fondamentali, che ruotano intorno a quattro parole della lingua greca:

Maria è:

  • Theotókos
  • Kecharitoméne
  • Aeipárthenos

Infine, Maria è passata attraverso la:

  • Kóimesis

Perché il greco? perché è stato la lingua del Nuovo Testamento e, ancora prima del latino in occidente, la lingua comune con la quale tutta la chiesa antica esprimeva la propria fede e praticava il dibattito teologico. Insomma, il greco, prima ancora del latino, è la lingua preferita della teologia cristiana.

Questo rifarsi all’antichità e alla tradizione, se si parla di fede, è importante, perché il contenuto della fede non si può inventare. Bisogna partire, per riflettere sulla fede, da che cosa hanno creduto coloro che l’hanno ricevuta in passato e quali espressioni hanno scelto per comunicarla.

Torniamo alle “quattro parole” su Maria, che si possono tradurre nel modo seguente:

Theotókos => lett. “deipara”, cioè Maria è la “Madre di Dio”, colei che ha generato, portato in grembo, partorito e allevato Dio.

Kecharitoméne => lett. “privilegiata” o, come tradotto da Girolamo, “gratia plena”, cioè “colmata (da Dio) di grazia”, che è un po’ meglio del nostro latinismo “piena di grazia” che purtroppo non rende bene l’idea. È il modo in cui viene chiamata dall’angelo Gabriele al momento dell’Annunciazione.

Aeipárthenos => “sempre vergine”, cioè Maria, sebbene madre, è rimasta assolutamente integra nella sua persona fisica.

Kóimesis => “sonno” => dormitio, nel senso di stato di attesa della resurrezione, come quando Gesù disse della figlia di Giairo “non è morta, ma dorme” prima di restituirle la vita. L’espressione ha la funzione di descrivere perciò non uno stato, ma un passaggio verso un altro stato: la Resurrezione.

Ciascuna di queste parole vuole condurre a una definizione, non tanto di chi è Maria di Nazareth presa per se stessa, ma di chi è Maria di Nazareth rispetto a Cristo e rispetto, di conseguenza, a noi, cioè a tutti gli esseri umani. Ognuna di queste parole, esprimendo per il credente che cosa Dio ha compiuto in Maria, esprime perciò anche chi è Gesù di Nazareth e, in definitiva, chi siamo noi. Riferiscono, in parole povere, il contenuto del Vangelo rispetto a Maria e lo definiscono attraverso una frase affermativa, cioè quella che viene chiamata una formula dogmatica o, più semplicemente, appunto, “dogma”.

Rivediamoli in sintesi:

  • Maria è la Madre di Dio

La maternità non è riferita alla natura, ma alla persona divina. Cioè Maria è Madre di Dio nel senso che è madre della Persona di Gesù, che è la persona del Figlio di Dio, dunque Dio. Come vedete, questo dogma suppone quello della Trinità e quello dell’Incarnazione, sui quali torneremo, e ci mostra in modo evidente come i contenuti della fede siano tutti collegati tra di loro.

  • Maria ha vissuto ogni istante della sua vita, fin da quando i suoi genitori l’hanno concepita, nella grazia che unisce a Dio

Il che equivale a dire che è stata liberata fin dal primo istante della sua esistenza dal peccato originale. Usando un’analogia, viene fabbricata cioè come una “lampadina già accesa”. In proposito consiglio di dare un’occhiata al mio video precedente sul peccato originale… (cit.).

  • Maria ha preservato il suo stato di integrità spirituale e fisica in ogni fase della maternità, uno stato, legato alla sua maternità, che ha segnato interamente la sua esistenza terrena

In pratica: Maria ha concepito, ha partorito e ha vissuto fino alla fine la sua maternità in modo verginale, cioè in una maniera assolutamente unica e speciale.  Una cosa possibile, da notare bene, solo per opera di Dio, in modo simile al roveto ardente di Mosè che bruciava senza consumarsi, secondo il racconto dell’Esodo al capitolo 3.

  • Maria, come suo Figlio, è stata assunta in Cielo in anima e corpo

Cioè è passata attraverso una Pasqua di morte e Resurrezione improntata su quella di Gesù, specialmente nel suo esito finale. Maria vive pienamente fin da ora la stessa condizione del Risorto, cioè lo stato futuro promesso a Dio per tutta l’umanità.

Questi quattro dogmi sono profondamente legati tra di loro ed insieme vogliono esprimere una sola verità: Maria rappresenta tutti i credenti. Maria è, insieme a Gesù, la primizia dell’umanità nuova. La “nuova” Eva.

Lei, infatti, è la prima discepola di Gesù a compiere insieme a lui tutto il suo tragitto. E lo ha fatto per prima in forza del suo dono e della sua missione: la maternità di Gesù.

In qualche modo, semplificando, lei corrisponde a noi. Lei è stata già ciò che noi siamo e noi saremo ciò che lei è. Proprio questo suo vantaggio, che la rende unica, la rende anche profondamente vicina a tutti. Il suo essere stata privilegiata, colmata di grazia, permette che tutti gli esseri umani possano esserne colmi.

Guardiamo infatti ancora meglio come si compongono, in relazione a Gesù, che rimane il centro della fede cristiana, queste affermazioni sulla madre di Dio:

  • Maria, in quanto madre di Gesù, è nello stesso tempo figlia di Dio e sua genitrice. “Figlia del suo Figlio”, come dice Dante con un’espressione straordinaria. Questo è avvenuto gratis, da parte di Dio, e si è realizzato grazie alla fede operosa con cui Maria ha risposto ai doni gratuiti che ha ricevuto da Lui. Maria, cioè, ha collaborato attivamente ai doni straordinari ricevuti, come dovrebbe fare ogni credente.
  • Maria ha ricevuto doni unici e speciali, una completa integrità nel corpo e nello spirito, che non era indispensabile. Dio e la sua opera potevano benissimo farne a meno. Che Maria li ricevesse era conveniente, ma non strettamente necessario.
    Ma proprio per questo a maggior ragione sono doni perché non “servono” a qualcosa, ma sono espressione della bontà gratuita di Dio verso di lei e, di conseguenza, verso l’umanità intera. Maria è un segno che rivela un Dio che fa doni grandi semplicemente perché li vuole fare.
    Duns Scoto argomentava infatti che se Dio può fare un bene più grande, lo vuole, e se lo vuole, lo fa. E così ha fatto con Maria, che è come un segno di vita e di speranza per tutti gli esseri umani.
  • E, infine, l’ultimo dono, che porta a compimento gli altri: Maria partecipa pienamente del destino di Gesù in quanto lo segue subito, alla fine del suo viaggio in questa vita, anche nella Resurrezione e Ascensione al Cielo, cioè nella nuova realtà che attende tutta la creazione.

Ricordo ancora, quando ero ragazzo, il mio catechista che mi spiegava tutto questo dicendo: “Maria, una povera e semplice ragazza di un paesino sperduto senza importanza, ha ricevuto in anticipo i doni che Dio ha riservato per tutti noi”. Non so perché, ma queste parole mi accendono ancora il cuore.

Tutto questo, cioè il fatto che Maria ha ricevuto doni straordinari di grazia, che ha vissuto il Vangelo fino in fondo, e che per questo partecipa della stessa condizione attuale del Figlio Risorto, si può riassumere in uno dei titoli più belli con cui la tradizione della Chiesa invoca Maria chiamandola, “Maris Stella”, cioè “stella polare”.

La stella polare era un punto di riferimento per la navigazione dei marinai. Per i credenti, gli esseri umani sono marinai senza bussola nell’oceano dell’esistenza, ma Maria è un punto fermo, una garanzia di speranza, una promessa di felicità che supera ogni nostra aspettativa e ogni nostro merito. Maria indica la rotta sicura del Vangelo.

Ovviamente, ci sarebbero ancora un’infinità di cose da dire, ma mi aspetto il vostro contributo nei commenti.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Che cos’è il peccato originale?

Anche se è l’origine di infinite discussioni, il peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della fede Cattolica.
Ma credo che sia anche uno dei più equivocati e meno compresi. In questa pagina, cerchiamo di chiarire almeno l’essenziale.

Anche se è l’origine di infinite discussioni, il peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della fede Cattolica.

Ma credo che sia anche uno dei più equivocati e meno compresi.

In questo video cercherò di presentarlo nel modo più chiaro e veloce possibile.

Premetto che non è possibile dire tutto ciò che andrebbe detto, soprattutto in breve tempo.

Posso però cercare di evidenziare il nocciolo della questione e offrire un esempio che secondo me, letteralmente, aiuta a fare un po’ di… luce.

Se volete scoprire perché ritengo l’esempio che vi farò così “illuminante”, armatevi di pazienza, e seguitemi fino alla fine.

Occorre innanzitutto mettere in chiaro una cosa: il racconto della caduta dei progenitori, la storia di Adamo, Eva, l’albero e il serpente, che troviamo in Genesi al capitolo 3, non contiene, in sé stesso, la dottrina del peccato originale.

Quello che invece è alla base di quanto insegna la Chiesa lo troviamo in quel fondamentale scritto di Paolo di Tarso conosciuto come la Lettera ai Romani:

Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

[Rm 5, 17-19]

Fate caso a come Paolo presenta le cose. Non propone un racconto, ma fa un discorso che mette a confronto due racconti e, dunque, due personaggi fondamentali: Adamo e Cristo.

Notate soprattutto la struttura a corrispondenza binaria, cioè a coppie ripetute di parole, che si possono estrarre dal testo e mettere in evidenza con una tabella.

Le espressioni “Uno solo” in relazione a “tutti”, ribadita due volte, indica una relazione che lega l’umanità a questi due personaggi, appunto Adamo e Cristo.

  UNO SOLO
  Adamo Cristo
 

TUTTI

morte Vita
colpa Giustizia
disobbedienza Obbedienza
peccatori Giusti

Ecco una delle idee più importanti, se non la più importante del Nuovo Testamento, riassunta in uno schema: da Adamo viene la morte, da Cristo la vita. La Vita raggiunge tutti gli uomini per mezzo di Gesù, il Cristo.

Paolo, infatti, parte da un presupposto: la croce di Gesù non è stata solo un atto eroico o un esempio morale, ma un evento potente che ha trasformato tutto.

Se Cristo ha offerto la sua vita per tutti gli esseri umani, allora tutti gli esseri umani, tutti i figli di Adamo – passati, presenti e futuri – avevano bisogno che Cristo offrisse la vita per loro.

Notate come Paolo intende questo “bisogno”. È una necessità radicale, inerente al fatto stesso di possedere la natura umana, di essere generati in tale natura, di appartenere, se vogliamo dirlo con il linguaggio della Bibbia, alla stirpe di Adamo.

Nel mettere in evidenza questo “bisogno”, cioè questa esigenza di sopperire a una “mancanza” essenziale, la Chiesa parla di “peccato”, una parola che non va intesa nel senso di una colpa personale – nessuno infatti nasce colpevole – ma nel senso di una relazione della quale non si può fare a meno. In definitiva si dice che tutti nascono predisposti a un collegamento indispensabile e, dunque, mancanti di qualcosa. In altri termini: nessuno può bastare a sé stesso. Ci serve l’altro. In questo caso l’Altro, con la A maiuscola.

Secondo l’annuncio cristiano, Cristo è morto e risorto anche per tutti coloro che vengono o che devono venire ancora al mondo. Dunque, quando si dice che “tutti nascono nel peccato originale” si dice in realtà che tutti gli esseri umani hanno, fin dall’inizio della loro esistenza, la necessità di una speciale relazione con Dio che possiamo chiamare in tanti modi, ma che il Nuovo Testamento chiama “redenzione” o “salvezza”.

Paolo vede in Cristo, specialmente nella sua morte e resurrezione, l’altro capo di questa relazione necessaria. Tutti gli umani perciò non solo hanno una qualche convenienza, ma hanno proprio un bisogno vitale di entrare in relazione con Cristo: ecco il “peccato originale”. La parola peccato, in riferimento agli innocenti, perciò non è usata qui non nel senso comune del termine, ma in senso analogico. Non si parla di una mancanza morale, ma di una mancanza esistenziale.

Come un neonato ha bisogno degli adulti per sopravvivere, perché nasce fragile e impreparato ad affrontare da solo la vita, così ogni essere umano nasce spiritualmente fragile, con un bisogno profondo di Dio per trovare la forza di fare il bene, di ottenere il dono di una vera felicità, di ricevere la vita eterna.

Su tutte queste considerazioni di Paolo, si innesta una riflessione, portata a fondo soprattutto da Sant’Agostino: qual è la causa di questa condizione di bisogno? Dio, nella sua bontà, non poteva dare all’uomo la vita, la grazia, la vita eterna fin da subito? senza il bisogno che venisse Cristo, senza che si consumasse tutto il dramma della redenzione?

La risposta del dogma è che Dio, in realtà, lo ha fatto, perché nella sua bontà non poteva non farlo.  Ha dato all’uomo tutto. Fin dall’inizio ha creato l’uomo buono e perfetto, cioè senza alcun bisogno inappagato, e lo ha riempito di doni speciali, superiori, tra i quali quello della sua amicizia e dell’immortalità. Doni cioè che vanno oltre – badate bene, bisogna sottolineare oltre – i doni naturali della vita biologica e dell’intelligenza. Ma, per qualche motivo l’uomo ha perso questi doni, perché Adamo, cioè qualcuno che ci contiene tutti e ci rappresenta tutti, ha voltato le spalle a Dio e ha perso volontariamente la sua amicizia. Questo però, non possiamo non notarlo, non è solo un evento concluso nel passato. È un evento quotidiano, che si ripete nella vita di tutti. Il male si propaga intorno a noi e domina, in noi e su di noi, spesso causato da noi stessi.

Adamo, infatti, per un ebreo come Paolo è l’immagine di Dio impressa in ogni uomo. È come se il primo uomo contenesse in sé stesso l’umanità intera, di ogni tempo. Per usare un’altra immagine: per Paolo, Adamo è come un calco sul quale ogni essere umano è stato fatto. Portiamo perciò i pregi, che vengono da Dio, e i difetti, che vengono dalla caduta, alla quale assistiamo tutti i giorni, di questo stampo originario.

La dottrina del peccato originale perciò non è una dottrina triste e pessimista. Non dice che ogni uomo è condannato dalla nascita. Non dice che l’uomo sia cattivo e destinato a compiere il male, ma tutto il contrario.

L’aspetto più importante del dogma ci dice che Dio, nella sua bontà, ha creato un ottimo stampo, ma poi, dopo che questo si è reso difettoso a causa della libertà dell’uomo usata male, ne ha fatto subentrare uno migliore. Ora gli uomini possono rinascere e vivere modellati su un prototipo diverso.

Cristo è il secondo Adamo. L’Adamo 2.0.

Su questa nuova matrice, annuncia Paolo, l’umanità è come se avesse la possibilità di venire “ristampata”. L’umanità indebolita e malata può guarire, può tornare a essere ciò che è stata chiamata a essere.

Il fatto che il mondo sia pieno di conflitti, che sia ferito, che il male dilaghi, non è affatto un mistero ed è sotto gli occhi di tutti. Il dogma afferma che Gesù è la medicina del mondo e che il mondo può guarire. In lui gli esseri umani ricevono la possibilità di imparare a usare meglio la loro autonomia.

In altre parole, la storia raccontata da Genesi viene interpretata come una figura speculare, rovesciata, di quanto raccontato dai Vangeli. La vicenda simbolica di Adamo viene letta alla luce della storia reale di Cristo, cioè della sua Passione, Morte e Resurrezione.

Cristo, perciò, secondo Paolo, è un nuovo Adamo, un nuovo inizio per un’umanità nuova, trasformata, destinata anziché al dolore e alla morte, alla felicità e alla vita.

Su questo confronto tra due diversi “Adamo” si basa la dottrina detta del “peccato originale”.

In sintesi, ecco come si potrebbe formulare quanto detto, portando fino in fondo il discorso di Paolo:

Adamo è come un Cristo fallito. Cristo è un Adamo riuscito.

Adamo, in un certo senso, rappresenta una mediazione originaria che non ha funzionato, che è andata “male”. Le cose non sono andate come dovevano andare. Questo “fallimento” è l’origine (da qui il termine “originale”) di tutti i problemi della condizione umana, a cominciare dalla sua fragilità di fronte all’esistenza e di fronte al bene.

L’ultima, straordinaria, conseguenza della dottrina del peccato originale, è che la condizione umana – rimodellata sul prototipo di Cristo – è superiore alla precedente. Il secondo Adamo, l’Adamo 2.0 non è solo una sostituzione. È un upgrade. Per questo la caduta del primo Adamo, raccontata da Genesi, viene definita la notte di Pasqua, una “felice colpa”, cioè una caduta fortunata, perché può essere letta come l’occasione per il più vantaggioso dei cambiamenti. Come quando il premio della polizza di un’assicurazione è più remunerativo del bene perduto.

In conclusione: ogni dottrina cristiana, ogni dogma, non va inteso come un’imposizione, ma come un punto di riferimento. Non può esistere una fede senza punti di riferimento. Sarebbe un credere vuoto. Ogni dogma cerca di dire, con le parole, chi è Gesù, detto il Cristo. Ogni definizione della fede espressa con il linguaggio umano – un dogma non è altro che questo – è un modo con cui il credente parla di Gesù, per esprimere ciò che crede veramente di lui.

Se avete resistito fin qui, allora vi siete meritati il mio esempio “illuminante”.

Se invece avete già capito tutto, allora quello che farò sarà per voi perfettamente inutile. Però spero che sia utile, soprattutto per i miei colleghi che lo vogliono spiegare ai più piccoli…

Allora, abbiamo una… lampadina. Perché viene fabbricata una lampadina? Ovvio, prof, per fare luce!

Però, c’è dell’altro. Senza la corrente elettrica, una lampadina non avrebbe molto senso di esistere. Riempie uno spazio vuoto, ma non serve a granché.

Questo perché le lampadine sono pensate, fin dall’inizio in relazione alla corrente elettrica.

Grazie alle lampadine, per esempio, possiamo vedere con gli occhi qualcosa, in questo caso, appunto, l’energia elettrica, che altrimenti rimarrebbe invisibile.

Possiamo dire che le lampadine sono pensate come amiche inseparabili dell’energia elettrica.

Allo stesso modo, ecco l’analogia, l’uomo è fatto per essere amico di Dio. Nell’uomo, persino Dio invisibile può rendersi visibile. Non significa anche questo, infatti, essere “immagine di Dio”?

Il dogma dice – seguitemi attentamente, perché ora ripeto il concetto in altro modo – che Dio, che sa fare le cose bene, ha pensato e creato l’uomo non come una lampadina spenta, ma come una accesa, collegata a quella fonte di vita, di energia, che è Lui stesso. Cioè l’uomo è stato fatto buono e amico di Dio.

Ma gli esseri umani sono decisamente più complicati di una lampadina, mi direte.

E avete ragione. C’è la libertà, che è una faccenda seria. È come se tutti noi avessimo in mano l’interruttore di noi stessi.

Ma non basta neanche avere un interruttore. Per qualche motivo misterioso, perciò, qualcosa si è interrotto tra la sorgente dell’energia e la lampadina, ancora prima dell’interruttore.

E allora? San Paolo dice che Dio, per mezzo di Cristo, ha collegato la spina! E che ciascuno di noi, allora, finalmente – perciò con il suo aiuto e mai senza – può di nuovo “accendersi”, diventare ciò che è chiamato a essere nel progetto di Dio.

Rimaniamo nell’analogia e aggiungiamo un elemento di sorpresa, un ultimo colpo di scena. La “buona notizia” non è solo che è stato ripristinato il collegamento, ma che adesso anche la lampadina non è più come quelle di prima.

Ora è una di quelle di seconda generazione, che, per esempio, può restituire miliardi di colori, cambiare di intensità e tonalità, ed essere comandata con la voce. Una lampadina, appunto, 2.0.

Spero di non avervi annoiato. Ma i concetti complessi spesso hanno bisogno di immagini, anche se non sono mai perfette.

Se pensate che abbia omesso qualcosa di importante o sapete presentarla meglio o se avete, come è normale, obiezioni, fatemi sapere nei commenti.

Bella a tutti!

L’Apocalisse deve farci paura?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse… E se invece i discorsi apocalittici della Bibbia non parlassero della fine del mondo?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse…

Non c’è dubbio, del resto, che il potere usi spesso la paura per manipolarci e sottometterci, nel passato come nel presente.  E purtroppo, molta propaganda politica e religiosa, funziona ancora così.

In un tempo in cui sembra dominare la paura, in cui facciamo fatica a immaginare il futuro, persino la religione, che dovrebbe darci speranza, sembra non aiutarci. Almeno questa, per molti, è la prima impressione.

Prendete per esempio il famoso discorso “apocalittico” di Gesù nel Vangelo di Marco al capitolo 13: si parla di sconvolgimenti storici: guerre, terremoti, carestie, dolori; delle relazioni umane stravolte e pervertite, dove persino i figli mettono a morte i genitori e i genitori i figli; e per non farsi mancare nulla, persino di catastrofi cosmiche: la luce del sole che si spegne, luna che sparisce, le stelle che cadono dal cielo. C’è poco da stare allegri.

Io credo però che ci sia un problema: abbiamo capito male, molto male, il significato vero del messaggio apocalittico.  Su questo, e su molte altre cose che riguardano la religione, soprattutto quella cristiana, esiste, almeno per chi la conosce poco, un grande frainteso.

Cerchiamo perciò di approfondire.

Cominciamo dalla parola “apocalisse”.

La parola greca, Apocàlipsis, da cui il nostro “apocalisse” letteralmente, significa rivelazione e non ha niente a che fare con la fine del mondo.

La parola indica nella Bibbia un intervento di Dio che segna la differenza tra il passato e il futuro. Dio si manifesta, interviene, agisce e tutto cambia.

In questo senso, Gesù si può considerare un predicatore “apocalittico”, perché annuncia un grande cambiamento in arrivo: il Regno di Dio. Con l’avvento del Regno, tutto è destinato a trasformarsi profondamente: niente sarà più come prima.

L’attesa di un intervento di Dio che trasforma le cose e, soprattutto, ristabilisce la giustizia dove non c’è, non è, per chi lo attende, un elemento di paura, ma di speranza.

Ogni riferimento all’apocalisse, perciò, è un richiamo alla speranza di un futuro migliore.

Ciò non toglie però che il raggiungimento di questo futuro passi attraverso un evento drammatico, un passaggio critico, per niente facile e scontato. Ed è forse questo l’aspetto dei discorsi apocalittici che suscita inquietudine.

Il punto su cui riflettere però è che questi eventi drammatici non sono futuri, sono ben presenti. Fanno parte del nostro oggi. Li vediamo ripetersi nel nostro quotidiano. Quindi non sono una minaccia, sono una compagnia, una presenza continua alla quale dobbiamo cercare di dare un senso.

I discorsi apocalittici di Gesù usano perciò un linguaggio molto preciso, lo stile profetico, per illuminare il senso del presente e dare conforto a chi crede in Dio. In particolare, nel Vangelo, Gesù parla di come sarà difficile la vita di chi crede in lui, di come sarà complicato a volte manternere la fede e testimoniare il Vangelo, ma di come, nonostante tutto, alla fine tutte le sue promesse saranno mantenute.

Proprio per fare un esempio, torniamo al capitolo 13 del Vangelo di Marco. Non è di facile comprensione, a una prima lettura. Per interpretarlo, dobbiamo mettere in chiaro alcuni elementi-chiave.

Per prima cosa, il contesto.

Gesù è in forte polemica con la classe politica e religiosa che controlla il Tempio. Gesù ha detto che ormai è una “spelonca di ladri”, un luogo sfigurato, profanato, in un certo senso, ucciso nel suo significato, dall’avidità e dal potere.

Nel grande Tempio ormai si adora il denaro, non l’unico vero Dio, e il luogo sacro non è più al servizio del popolo, ma al servizio dei potenti che manipolano e sfruttano le folle che vi si recano in buona fede. Lo scontro è stato molto, molto duro e Gesù, estremamente deluso, si è allontanato dal Tempio dopo averne annunciato la distruzione.

Costruito “pietra su pietra”, il Tempio di Gerusalemme non è eterno. Perciò “pietra su pietra” sarà demolito.

Ora, ecco la seconda cosa da mettere in evidenza.

Per Marco esiste una relazione stretta tra ciò che accade al Tempio e ciò che sta accadendo a Gesù.

Così come il Tempio è stato, in un certo senso, assassinato, ora toccherà a Gesù essere preso, condannato, profanato e messo a morte, praticamente per gli stessi motivi: Gesù infatti chiede, come gli antichi profeti, di tornare a un culto e a una religione puri, disinteressati, sinceri e profondi.

Ma a Gerusalemme, non sono pronti per questo cambiamento.

Per questo, il suo messaggio è destinato ora a diffondersi nel resto del mondo.   

I discepoli si avvicinano per chiedere a Gesù come e quando il Tempio sarà distrutto proprio, ci dice Marco, “mentre stava guardando verso il Tempio”.

Il discorso apocalittico viene pronunciato infatti tutto sul Monte degli Ulivi, la collina che mostra una veduta panoramica di Gerusalemme, sulla quale si stagliava imponente la struttura del Tempio [clip]. Era una vista mozzafiato.

Perciò tutto il discorso apocalittico comincia dal Tempio e mantiene sempre un riferimento al Tempio. Dobbiamo anche noi averlo sempre come davanti agli occhi mentre ascoltiamo tutto il discorso del capitolo 13.

Ricordiamo che il Tempio per gli ebrei non era un luogo sacro qualsiasi, come poteva essere un tempio per un greco o un romano.

Il Tempio era unico e insostituibile, perché era un’immagine del cosmo, creato, ordinato e sostenuto da Dio. Un posto unico al mondo, una miniatura dell’universo intero, in cui Dio abitava tra gli uomini e si lasciava incontrare da loro. Non esisteva niente di sacro e di più importante. Solo pensare il Tempio profanato o distrutto, equivaleva a pensare a un mondo decapitato, un corpo ferito a morte, un motore elettrico al quale venga staccata la spina. Per un ebreo di quel tempo, tutto il bene del mondo dipendeva dal Tempio di Gerusalemme. Se il il Tempio finisce, il mondo cade in rovina, come un castello di carte, senza più un sostegno. Senza Tempio, tutto il mondo si spegne. Senza il Tempio, tutto il mondo muore. Esiste perciò una relazione simbolica vitale tra il Tempio e il mondo.

“L’abominio della desolazione (o, meglio, della devastazione)” è un’espressione famosa, già usata anche nel libro di Daniele, che si riferiva alla statua di Zeus che il re Antioco IV Epifane aveva fatto collocare nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione perciò richiama il simbolo di profanazione e dissacrazione per eccellenza. Ma, come abbiamo detto, il Tempio è stato già profanato. Sotto la facciata del sacro, è diventato uno strumento di potere economico, un luogo di commercio e di oppressione dei poveri, “una spelonca di ladri”. È come se un cancro lo avesse infettato, condannando, nello stesso tempo, tutto il mondo. Se il Tempio è profanato e corrotto, infatti, il mondo stesso si ammala e si corrompe.

Il destino del Tempio è segnato. Dato che ormai è stato profanato e non si lascia riconsacrare perché dominato dall’ipocrisia, non potrà reggere e presto sarà disfatto pietra per pietra. E proprio perché è stato sconsacrato, ora deve essere abbandonato in fretta, precipitosamente, scappandone via lontano, come si fuggirebbe da una centrale nucleare uscita fuori controllo e contaminata da radiazioni mortali. La distruzione del Tempio è la peggiore disgrazia possibile che possa colpire l’umanità.

Per salvare l’umanità bisognerebbe ricostruire il Tempio, rifondarlo da capo.

L’unico modo di salvare il mondo equivale così, sul piano simbolico, a ricostruire in qualche modo il Tempio ormai distrutto moralmente e che perciò lo sarà, presto, anche fisicamente.

Ma tale rifondazione non avverrà come tutti si aspettano: il Tempio ricostruito sarà Gesù e i suoi discepoli con lui. Tutto cadrà, tutto il mondo morirà, ma lui no, lui resterà, ritornerà, risorgerà. E i suoi discepoli con lui, uniti in uno stesso destino, come pietre del nuovo Tempio.

Ecco allora il cuore del messaggio evangelico: la distruzione, prima morale e poi materiale, del Tempio, è anche un’immagine del destino riservato a Gesù, che sarà insultato, condannato e crocifisso come un malfattore. Gesù, dal canto suo, è presentato come qualcuno che vede l’immagine di se stesso esattamente riflessa nel Tempio. La profanazione del Tempio, una profanazione che travolge il mondo, coinvolge così in qualche modo Gesù stesso. E Gesù lo dice più volte apertamente. Deve farsene interamente carico, come un eroe che prende tutto il male su di sé, lasciando che sia Lui a perire insieme al Tempio. Anche per questo sarà anche accusato di voler distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni, come sappiamo.

Il Tempio è, in qualche modo, un richiamo diretto alla sua sorte: dato che è stato distrutto nel suo significato, privato di senso da chi doveva esserne custode, ora deve essere rifondato. Distrutto, deve essere ricostruito. Proprio perché abbattuto, perché il mondo viva, deve risorgere.

Ma ecco la parte più sorprendente: non sarà più come prima. Il Tempio risorgerà e restituirà la vita al mondo non come un edificio fatto di pietra, ma nel corpo stesso di Gesù. Non solo nel suo corpo individuale, ma in quel suo corpo che è la Chiesa.

Terzo punto da chiarire: il “quando e come”.

Gesù non si sottrae a una risposta diretta alla domanda: “qual è il giorno e l’ora?”. Risponde che non spetta saperlo, cioè deciderlo, se non al Padre”. Qui non è in questione la conoscenza, ma la fiducia. Per quanto riguarda il momento culminante di tutta la storia umana, bisogna lasciar fare alla volontà del Padre, alla quale, Gesù per primo si affida.

Fissare date è tempo perso. Bisogna fissare solo la propria fede e la propria speranza nel Padre.

Gesù, del resto, non sta parlando neanche, come abbiamo detto, della fine del mondo, ma, in riferimento a se stesso e al Tempio, e dunque in riferimento, appunto, al mondo, del suo scopo, del suo significato ultimo.

L’apocalisse infatti non è la fine del mondo, l’apocalisse è il fine del mondo: la rivelazione, appunto, del suo scopo, del suo senso. Se c’è uno spoiler, cioè un finale da sapere in anticipo, beh, secondo il Vangelo di Marco questo è solo il trionfo finale di Gesù e del suo messaggio.

Quarto e ultimo chiarimento: le brutte notizie.

Le guerre, i terremoti, l’odio e le menzogne propagandistiche – o, come si dice oggi – le fake news, così come i profeti altrettanto “fake”, cioè altrettanto fasulli, che le sostengono, non sono altro che il telegiornale, la cronaca quotidiana, la storia ordinaria dell’uomo.

Tutto il male che conosciamo non è la fine e non preannuncia la fine. Sono piuttosto “l’inizio dei dolori”.

L’espressione greca originale si riferisce ai dolori del travaglio del parto, intensissimi, ma annunciatori di vita.

In altre parole, Gesù sta dicendo: non abbiate paura: tutto il mondo, l’universo intero, soffre, ma come soffre una donna per il travaglio del parto. Anche San Paolo lo dirà in modo esplicito. Da tutto questo dolore e questo male nascerà qualcosa. I discepoli sono chiamati a guardare tutti i mali che opprimono lo scorrere della storia presente proprio come i segni di un profondo cambiamento, ma con una certezza: tutto è per il bene, tutto avviene per preparare un mondo migliore. In questa chiave, la gioia di ciò che sta per arrivare, una nuova vita, è più grande di ogni dolore precedente.

È un messaggio, perciò, di profondo ottimismo che non perde il contatto con la realtà, che non nasconde o minimizza le difficoltà del presente. Perché però tale speranza funzioni, è necessario un atto di affidamento totale e incondizionato a Dio, riconosciuto e chiamato come Padre. Per questo Gesù dice: “solo il Padre conosce il giorno e l’ora”. Il “sapere” nella Bibbia è connesso quasi sempre con il possedere e il potere. La conoscenza è una forma di possesso, perciò è anche una forma di appartenenza. Dunque dire “nessuno lo sa, nemmeno il Figlio” equivale a dire che nessuno dispone di quel giorno se non Dio Padre, e l’unico modo per affrontarlo o prepararsi ad esso è un gesto di fiducia totale e assoluta, come quella che Gesù stesso, in quanto Figlio, avrà nei confronti del Padre, nel giorno sua Passione.

Infine, le catastrofi cosmiche, quelle che più fanno pensare alla fine di tutto: “il sole si oscurerà… allora vedranno venire il Figlio dell’uomo”.

Le catastrofi cosmiche, nel linguaggio dei profeti, hanno anche una chiave di lettura sociale: il sole, la luna e le stelle nella Bibbia sono simboli usati anche per indicare, come nel libro di Daniele, le grandi potenze politiche, ideologiche, economiche o sociali, del mondo. Tutto ciò che sembra un potere eterno e indistruttibile, in realtà non lo è, a cominciare da nazioni, imperi e re. Tutto passerà, tutto ha un tempo stabilito. Ma il figlio dell’uomo resterà, affermandosi alla fine come l’unico solido e definitivo punto di riferimento di tutto: l’unica cosa che resta quando tutto crolla. Perciò, per concludere: dobbiamo aver paura dell’apocalisse? Assolutamente no, l’apocalisse, la rivelazione del fine di tutte le cose, è un messaggio che vuole vincere ogni paura, ed essere un invito definitivo alla fiducia e alla speranza.

Per approfondire:

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