L’Apocalisse deve farci paura?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse… E se invece i discorsi apocalittici della Bibbia non parlassero della fine del mondo?

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La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse…

Non c’è dubbio, del resto, che il potere usi spesso la paura per manipolarci e sottometterci, nel passato come nel presente.  E purtroppo, molta propaganda politica e religiosa, funziona ancora così.

In un tempo in cui sembra dominare la paura, in cui facciamo fatica a immaginare il futuro, persino la religione, che dovrebbe darci speranza, sembra non aiutarci. Almeno questa, per molti, è la prima impressione.

Prendete per esempio il famoso discorso “apocalittico” di Gesù nel Vangelo di Marco al capitolo 13: si parla di sconvolgimenti storici: guerre, terremoti, carestie, dolori; delle relazioni umane stravolte e pervertite, dove persino i figli mettono a morte i genitori e i genitori i figli; e per non farsi mancare nulla, persino di catastrofi cosmiche: la luce del sole che si spegne, luna che sparisce, le stelle che cadono dal cielo. C’è poco da stare allegri.

Io credo però che ci sia un problema: abbiamo capito male, molto male, il significato vero del messaggio apocalittico.  Su questo, e su molte altre cose che riguardano la religione, soprattutto quella cristiana, esiste, almeno per chi la conosce poco, un grande frainteso.

Cerchiamo perciò di approfondire.

Cominciamo dalla parola “apocalisse”.

La parola greca, Apocàlipsis, da cui il nostro “apocalisse” letteralmente, significa rivelazione e non ha niente a che fare con la fine del mondo.

La parola indica nella Bibbia un intervento di Dio che segna la differenza tra il passato e il futuro. Dio si manifesta, interviene, agisce e tutto cambia.

In questo senso, Gesù si può considerare un predicatore “apocalittico”, perché annuncia un grande cambiamento in arrivo: il Regno di Dio. Con l’avvento del Regno, tutto è destinato a trasformarsi profondamente: niente sarà più come prima.

L’attesa di un intervento di Dio che trasforma le cose e, soprattutto, ristabilisce la giustizia dove non c’è, non è, per chi lo attende, un elemento di paura, ma di speranza.

Ogni riferimento all’apocalisse, perciò, è un richiamo alla speranza di un futuro migliore.

Ciò non toglie però che il raggiungimento di questo futuro passi attraverso un evento drammatico, un passaggio critico, per niente facile e scontato. Ed è forse questo l’aspetto dei discorsi apocalittici che suscita inquietudine.

Il punto su cui riflettere però è che questi eventi drammatici non sono futuri, sono ben presenti. Fanno parte del nostro oggi. Li vediamo ripetersi nel nostro quotidiano. Quindi non sono una minaccia, sono una compagnia, una presenza continua alla quale dobbiamo cercare di dare un senso.

I discorsi apocalittici di Gesù usano perciò un linguaggio molto preciso, lo stile profetico, per illuminare il senso del presente e dare conforto a chi crede in Dio. In particolare, nel Vangelo, Gesù parla di come sarà difficile la vita di chi crede in lui, di come sarà complicato a volte manternere la fede e testimoniare il Vangelo, ma di come, nonostante tutto, alla fine tutte le sue promesse saranno mantenute.

Proprio per fare un esempio, torniamo al capitolo 13 del Vangelo di Marco. Non è di facile comprensione, a una prima lettura. Per interpretarlo, dobbiamo mettere in chiaro alcuni elementi-chiave.

Per prima cosa, il contesto.

Gesù è in forte polemica con la classe politica e religiosa che controlla il Tempio. Gesù ha detto che ormai è una “spelonca di ladri”, un luogo sfigurato, profanato, in un certo senso, ucciso nel suo significato, dall’avidità e dal potere.

Nel grande Tempio ormai si adora il denaro, non l’unico vero Dio, e il luogo sacro non è più al servizio del popolo, ma al servizio dei potenti che manipolano e sfruttano le folle che vi si recano in buona fede. Lo scontro è stato molto, molto duro e Gesù, estremamente deluso, si è allontanato dal Tempio dopo averne annunciato la distruzione.

Costruito “pietra su pietra”, il Tempio di Gerusalemme non è eterno. Perciò “pietra su pietra” sarà demolito.

Ora, ecco la seconda cosa da mettere in evidenza.

Per Marco esiste una relazione stretta tra ciò che accade al Tempio e ciò che sta accadendo a Gesù.

Così come il Tempio è stato, in un certo senso, assassinato, ora toccherà a Gesù essere preso, condannato, profanato e messo a morte, praticamente per gli stessi motivi: Gesù infatti chiede, come gli antichi profeti, di tornare a un culto e a una religione puri, disinteressati, sinceri e profondi.

Ma a Gerusalemme, non sono pronti per questo cambiamento.

Per questo, il suo messaggio è destinato ora a diffondersi nel resto del mondo.   

I discepoli si avvicinano per chiedere a Gesù come e quando il Tempio sarà distrutto proprio, ci dice Marco, “mentre stava guardando verso il Tempio”.

Il discorso apocalittico viene pronunciato infatti tutto sul Monte degli Ulivi, la collina che mostra una veduta panoramica di Gerusalemme, sulla quale si stagliava imponente la struttura del Tempio [clip]. Era una vista mozzafiato.

Perciò tutto il discorso apocalittico comincia dal Tempio e mantiene sempre un riferimento al Tempio. Dobbiamo anche noi averlo sempre come davanti agli occhi mentre ascoltiamo tutto il discorso del capitolo 13.

Ricordiamo che il Tempio per gli ebrei non era un luogo sacro qualsiasi, come poteva essere un tempio per un greco o un romano.

Il Tempio era unico e insostituibile, perché era un’immagine del cosmo, creato, ordinato e sostenuto da Dio. Un posto unico al mondo, una miniatura dell’universo intero, in cui Dio abitava tra gli uomini e si lasciava incontrare da loro. Non esisteva niente di sacro e di più importante. Solo pensare il Tempio profanato o distrutto, equivaleva a pensare a un mondo decapitato, un corpo ferito a morte, un motore elettrico al quale venga staccata la spina. Per un ebreo di quel tempo, tutto il bene del mondo dipendeva dal Tempio di Gerusalemme. Se il il Tempio finisce, il mondo cade in rovina, come un castello di carte, senza più un sostegno. Senza Tempio, tutto il mondo si spegne. Senza il Tempio, tutto il mondo muore. Esiste perciò una relazione simbolica vitale tra il Tempio e il mondo.

“L’abominio della desolazione (o, meglio, della devastazione)” è un’espressione famosa, già usata anche nel libro di Daniele, che si riferiva alla statua di Zeus che il re Antioco IV Epifane aveva fatto collocare nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione perciò richiama il simbolo di profanazione e dissacrazione per eccellenza. Ma, come abbiamo detto, il Tempio è stato già profanato. Sotto la facciata del sacro, è diventato uno strumento di potere economico, un luogo di commercio e di oppressione dei poveri, “una spelonca di ladri”. È come se un cancro lo avesse infettato, condannando, nello stesso tempo, tutto il mondo. Se il Tempio è profanato e corrotto, infatti, il mondo stesso si ammala e si corrompe.

Il destino del Tempio è segnato. Dato che ormai è stato profanato e non si lascia riconsacrare perché dominato dall’ipocrisia, non potrà reggere e presto sarà disfatto pietra per pietra. E proprio perché è stato sconsacrato, ora deve essere abbandonato in fretta, precipitosamente, scappandone via lontano, come si fuggirebbe da una centrale nucleare uscita fuori controllo e contaminata da radiazioni mortali. La distruzione del Tempio è la peggiore disgrazia possibile che possa colpire l’umanità.

Per salvare l’umanità bisognerebbe ricostruire il Tempio, rifondarlo da capo.

L’unico modo di salvare il mondo equivale così, sul piano simbolico, a ricostruire in qualche modo il Tempio ormai distrutto moralmente e che perciò lo sarà, presto, anche fisicamente.

Ma tale rifondazione non avverrà come tutti si aspettano: il Tempio ricostruito sarà Gesù e i suoi discepoli con lui. Tutto cadrà, tutto il mondo morirà, ma lui no, lui resterà, ritornerà, risorgerà. E i suoi discepoli con lui, uniti in uno stesso destino, come pietre del nuovo Tempio.

Ecco allora il cuore del messaggio evangelico: la distruzione, prima morale e poi materiale, del Tempio, è anche un’immagine del destino riservato a Gesù, che sarà insultato, condannato e crocifisso come un malfattore. Gesù, dal canto suo, è presentato come qualcuno che vede l’immagine di se stesso esattamente riflessa nel Tempio. La profanazione del Tempio, una profanazione che travolge il mondo, coinvolge così in qualche modo Gesù stesso. E Gesù lo dice più volte apertamente. Deve farsene interamente carico, come un eroe che prende tutto il male su di sé, lasciando che sia Lui a perire insieme al Tempio. Anche per questo sarà anche accusato di voler distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni, come sappiamo.

Il Tempio è, in qualche modo, un richiamo diretto alla sua sorte: dato che è stato distrutto nel suo significato, privato di senso da chi doveva esserne custode, ora deve essere rifondato. Distrutto, deve essere ricostruito. Proprio perché abbattuto, perché il mondo viva, deve risorgere.

Ma ecco la parte più sorprendente: non sarà più come prima. Il Tempio risorgerà e restituirà la vita al mondo non come un edificio fatto di pietra, ma nel corpo stesso di Gesù. Non solo nel suo corpo individuale, ma in quel suo corpo che è la Chiesa.

Terzo punto da chiarire: il “quando e come”.

Gesù non si sottrae a una risposta diretta alla domanda: “qual è il giorno e l’ora?”. Risponde che non spetta saperlo, cioè deciderlo, se non al Padre”. Qui non è in questione la conoscenza, ma la fiducia. Per quanto riguarda il momento culminante di tutta la storia umana, bisogna lasciar fare alla volontà del Padre, alla quale, Gesù per primo si affida.

Fissare date è tempo perso. Bisogna fissare solo la propria fede e la propria speranza nel Padre.

Gesù, del resto, non sta parlando neanche, come abbiamo detto, della fine del mondo, ma, in riferimento a se stesso e al Tempio, e dunque in riferimento, appunto, al mondo, del suo scopo, del suo significato ultimo.

L’apocalisse infatti non è la fine del mondo, l’apocalisse è il fine del mondo: la rivelazione, appunto, del suo scopo, del suo senso. Se c’è uno spoiler, cioè un finale da sapere in anticipo, beh, secondo il Vangelo di Marco questo è solo il trionfo finale di Gesù e del suo messaggio.

Quarto e ultimo chiarimento: le brutte notizie.

Le guerre, i terremoti, l’odio e le menzogne propagandistiche – o, come si dice oggi – le fake news, così come i profeti altrettanto “fake”, cioè altrettanto fasulli, che le sostengono, non sono altro che il telegiornale, la cronaca quotidiana, la storia ordinaria dell’uomo.

Tutto il male che conosciamo non è la fine e non preannuncia la fine. Sono piuttosto “l’inizio dei dolori”.

L’espressione greca originale si riferisce ai dolori del travaglio del parto, intensissimi, ma annunciatori di vita.

In altre parole, Gesù sta dicendo: non abbiate paura: tutto il mondo, l’universo intero, soffre, ma come soffre una donna per il travaglio del parto. Anche San Paolo lo dirà in modo esplicito. Da tutto questo dolore e questo male nascerà qualcosa. I discepoli sono chiamati a guardare tutti i mali che opprimono lo scorrere della storia presente proprio come i segni di un profondo cambiamento, ma con una certezza: tutto è per il bene, tutto avviene per preparare un mondo migliore. In questa chiave, la gioia di ciò che sta per arrivare, una nuova vita, è più grande di ogni dolore precedente.

È un messaggio, perciò, di profondo ottimismo che non perde il contatto con la realtà, che non nasconde o minimizza le difficoltà del presente. Perché però tale speranza funzioni, è necessario un atto di affidamento totale e incondizionato a Dio, riconosciuto e chiamato come Padre. Per questo Gesù dice: “solo il Padre conosce il giorno e l’ora”. Il “sapere” nella Bibbia è connesso quasi sempre con il possedere e il potere. La conoscenza è una forma di possesso, perciò è anche una forma di appartenenza. Dunque dire “nessuno lo sa, nemmeno il Figlio” equivale a dire che nessuno dispone di quel giorno se non Dio Padre, e l’unico modo per affrontarlo o prepararsi ad esso è un gesto di fiducia totale e assoluta, come quella che Gesù stesso, in quanto Figlio, avrà nei confronti del Padre, nel giorno sua Passione.

Infine, le catastrofi cosmiche, quelle che più fanno pensare alla fine di tutto: “il sole si oscurerà… allora vedranno venire il Figlio dell’uomo”.

Le catastrofi cosmiche, nel linguaggio dei profeti, hanno anche una chiave di lettura sociale: il sole, la luna e le stelle nella Bibbia sono simboli usati anche per indicare, come nel libro di Daniele, le grandi potenze politiche, ideologiche, economiche o sociali, del mondo. Tutto ciò che sembra un potere eterno e indistruttibile, in realtà non lo è, a cominciare da nazioni, imperi e re. Tutto passerà, tutto ha un tempo stabilito. Ma il figlio dell’uomo resterà, affermandosi alla fine come l’unico solido e definitivo punto di riferimento di tutto: l’unica cosa che resta quando tutto crolla. Perciò, per concludere: dobbiamo aver paura dell’apocalisse? Assolutamente no, l’apocalisse, la rivelazione del fine di tutte le cose, è un messaggio che vuole vincere ogni paura, ed essere un invito definitivo alla fiducia e alla speranza.

Per approfondire:

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Autore: Gianmario Pagano

Scrittore, autore, sceneggiatore, insegnante, prete romano.

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