“Non abbiate paura!” (dei social)

I muri di una volta ricompaiono sui social e fanno paura. Ma non dobbiamo averne, se vogliamo abbatterli.

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@leroux.jolandi via Twenty20

Vi ricordate questo discorso di Giovanni Paolo II? “Aprite le porte a Cristo… Non abbiate paura!”.

A quel tempo, un muro divideva l’Europa e il mondo in due blocchi. L’invito di Giovanni Paolo II a non avere paura era rivolto a un mondo che si sentiva insicuro, lacerato da tensioni ideologiche, sempre sull’orlo di uno scontro apocalittico che non avrebbe avuto vincitori.

Il papa polacco, appena eletto, si rivolgeva ai due grandi contendenti che si fronteggiavano su quella che allora si chiamava “la cortina di ferro”: verso Est suonava come la richiesta urgente di garantire il valore della libertà, soprattutto religiosa, dopo decenni di persecuzione subiti dalla Chiesa;
verso Ovest era un richiamo a ritrovare il vero senso della libertà nelle proprie radici cristiane dimenticate.

A distanza di quasi mezzo secolo, con parole simili, papa Francesco invita oggi un mondo che si sente ancora insicuro per il terrorismo, per i cambiamenti economici e climatici, e per mille altri motivi, a non aver paura dell’altro, del diverso, dell’emigrato, di aprirsi al povero in cerca di speranza, di cercare sempre e comunque la strada della pace.

Il suo appello a non aver paura si rivolge particolarmente a coloro che pensano di risolvere i problemi del mondo chiudendosi in loro stessi, innalzando nuovi muri, ancora, di nuovo, per paura.

Come vedete, i tempi cambiano, ma le paure restano.

La storia del mondo in fondo si potrebbe raccontare come la storia dei suoi muri innalzati per paura anche se poi, sempre inesorabilmente, per un motivo o per un altro, prima o poi, sono caduti.

Ma anche la storia di tutti e di ciascuno si potrebbe raccontare come la storia delle nostre paure, vinte o invincibili… Una storia di piccole e grandi battaglie quotidiane, dove abbiamo vinto o siamo stati vinti dalla paura.

Gesù è stato il primo a dire: “Non abbiate paura”. Solo che nel Vangelo di Matteo Gesù non parla della paura del mondo di accogliere i suoi discepoli, ma di quella dei suoi discepoli davanti al mondo. Il problema per lui non è tanto la paura che viene dall’esterno, ma quella che ci paralizza, che ci toglie l’iniziativa, che ci castra e ci rende sterili, che ci porta a rimandare o a caricare su altri una responsabilità che invece è nostra.

Il discepolo di Gesù non è solo chiamato ad ascoltare, è chiamato anche a parlare a sua volta. Come ogni apprendista, deve interiorizzare il maestro per imitarlo e fare eco al suo insegnamento, in parole e in opere.
Gesù non vuole alunni solo attenti e obbedienti, come non li dovrebbe volere nessun insegnante, ma li vuole attivi, dinamici, capaci di partecipare e di prendere l’iniziativa. Nello specifico li vuole dotati della capacità di comunicare agli altri, a tutti, quindi al mondo, la ricchezza che hanno ricevuto. Hai ricevuto un valore, ora devi trasmettere un valore.
Insomma, come Gesù è stato un predicatore itinerante nell’annunciare il Vangelo, praticamente senza sosta, così vuole i suoi discepoli: gente inquieta, che non sta mai ferma, seminatori a loro volta della parola che ha germinato e portato frutto in loro.

Ogni discepolo è chiamato ad essere un comunicatore, un testimone, un catechista, un educatore, un insegnante, così come lo è stato il suo Maestro. Gesù si è sentito in debito della verità verso il mondo, e nessun discepolo può sentirsi “più grande” cioè esentato da questo dovere. Secondo Matteo il Vangelo è una pratica e il comunicare… fa parte a pieno titolo della pratica del Vangelo!

Fate attenzione: Gesù non ha detto di convincere, di convertire, di conquistare, di imporre, di contrastare chi non la pensa allo stesso modo. Ha detto solo di insegnare quello che lui aveva insegnato. Di comunicare lui. Di offrirgli, insomma, la nostra testimonianza o, se vogliamo usare termini un po’ meno biblici: Gesù chiede di sponsorizzarlo con la vita.

Certo, il mondo è pieno di pericoli, ma questo non deve fermare il discepolo.

Vi faccio un esempio, significativo, secondo me.
Quando si parla di internet e dei social network, vedo una grande resistenza e un grande pessimismo in molti educatori, insegnati, catechisti, in tanti che hanno una responsabilità formativa, per non parlare di chi ha incarichi pastorali, dei religiosi e delle religiose, dei laici impegnati, dei preti. E parlo di persone spesso anche giovani. È come se avessero paura della Rete.
Eppure, la Rete ormai è un luogo di incontro reale, non più solo virtuale, perché fa parte da tempo della vita quotidiana di tutti noi.

In questo campo si parla molto, ma si fa ancora poco. E quel poco che si fa, in molti casi si fa ancora male. Improvvisando totalmente, senza nessun progetto.

Paura di sbagliare? Ma come si fa ad imparare se non si sbaglia? Come si fa a migliorare se non si prova e si non riprova, se non si combina anche qualche guaio, se non ci si mette in gioco?

La scuola e la Chiesa forse hanno in comune una cosa, almeno in Italia: la prevalenza di addetti ai lavori, diciamo… di una certa età. In tutte e due questi ambienti ancora sento qualcuno parlare di “nuovi mezzi di comunicazione di massa”. Ma non sono più nuovi per niente. Sono vecchi. Internet ha cinquant’anni e questo oggetto ce l’abbiamo tutti nelle tasche da più di dieci… E mentre il mondo corre, noi restiamo bloccati dalle nostre paure, che poi diventano incompetenze.
Ecco. Non ce lo possiamo più permettere.

Il discorso può anche essere più generale. Persino laico. Se restiamo fermi, inattivi, chiusi nella nostra zona di conforto, non cambieremo mai, non miglioreremo noi stessi, né potremo lamentarci se ciò che amiamo viene trascurato o disprezzato dagli altri.

Ma c’è qualcosa, alla fine, di cui dovremmo davvero aver paura?
Beh, sì, se prendiamo sul serio il vangelo, in realtà dovremmo aver paura… solo della paura!

Per approfondire:

Autore: Gianmario Pagano

Scrittore, autore, sceneggiatore, insegnante, prete romano.

Un commento su ““Non abbiate paura!” (dei social)”

  1. Il V/V/V/ è il NOME di una macchina BESTIAle che un VERO CRISTIANO non deve aver paura di cavalcare.
    Il VERO CRISTIANO è quell’essere che non è forte nella carne e nemmeno nello spirito. La SUA FORZA è nell’ADEguARSI ai T’EMPI.
    Non fissarsi in UNO SOLO. Dietro ogni macchina e inVOI-LUCRO c’è sempre Un CORPO fatto di ANIMA e SPIRITO, anche chi ha programmato un ROBOT.
    (S.G.)AMATE gli SPIRITI che non vogliono essere MONDI.

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