Mettiamo le telecamere (anche) in classe? 5 motivi per cui potrebbe non essere una buona idea

Ricordare il famoso video del bullo? Se ne è parlato molto e il giudizio prevalente che circolava era che il professore non sapesse fare il suo mestiere, perché restava impassibile senza battere ciglio. Questo è proprio un esempio di come le telecamere possano fare più male che bene, se le immagini sono lette fuori contesto. L’unico arbitro in campo, infatti, è il prof.

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È una buona idea mettere delle telecamere in tutte le classi per monitorare le lezioni?

Ogni tanto si torna a parlare di telecamere a scuola e, nello specifico, a telecamere installate proprio nelle classi.

Una legge che prevedeva l’installazione di telecamere in ogni classe stava per entrare in vigore già nel 2016. Il testo era stato approvato dalla Camera, ma poi è stato fermato l’anno dopo dal Senato.

Il consiglio regionale della Lombardia ha approvato, il 27 novembre del 2018, l’installazione non obbligatoria, ma solo su base volontaria, di sistemi di video-sorveglianza a circuito chiuso negli asili nido. Ovviamente le leggi non sono gratis, perciò la legge prevede uno stanziamento per il 2019 di 600 mila euro.

“Telecamera sì  – telecamera no” è stato anche un sondaggio sulla pagina di “bella prof”. Avete partecipato in massa e con grande entusiasmo, non limitandovi a votare, ma a condividere con passione il vostro parere.

Colgo l’occasione per ringraziarvi tutti, specialmente per la civiltà mostrata nel sostenere idee spesso discordanti. È difficile incontrare su Facebook una community così eterogenea, ma anche così impegnata e civile come quella di “Bella prof!”.

La maggioranza si è mostrata favorevole, ma penso sia arrivato il momento di darvi il mio parere.

Bisogna fare una premessa: esiste già una legge che prevede l’uso delle telecamere a scuola. Ma la normativa vigente le permette solo per sorvegliare gli ambienti, vietandole in classe, fatte salve alcune gravi eccezioni.

In pratica perciò ciò di cui discutiamo è se sia opportuno metterle in un angolo della classe, magari sul soffitto, accese e funzionanti, per tutta la durata delle ore di lezione, in modo continuativo e ordinario.

Personalmente, al contrario della maggioranza, NON sono favorevole.

Per almeno 5 motivi.

1) Primo motivo: non esiste una vera emergenza.

Mettere telecamere in tutte le classi, rischia di essere una risposta inutile a una esigenza creata da un effetto mediatico. Non mi sembra opportuno fare leggi – che, detto sempre per inciso, costano molti soldi – per rispondere all’emozione anziché venire incontro a un effettivo bisogno.

Detto in parole povere: a scuola il bullismo o gli abusi si verificano, ma raramente assumono proporzioni davvero preoccupanti.

La scuola non è un paradiso, ma in quasi tutte le scuole la stragrande maggioranza degli insegnanti sa tenere sotto controllo una classe, anche se si fa un fegato grosso così.

L’anno scorso, quando si parlava dei fatti di bullismo a… alcuni amici mi domandavano che cosa stava succedendo a scuola e mi guardavano come un veterano scampato alla guerra in Afghanistan. Questo perché il fatto che si riproponessero continuamente le immagini del bullo che minacciava il professore [fig.], mobilitava l’emergenza nazionale. Ma, secondo me, non c’era e non c’è alcuna emergenza, se non in determinati casi e sicuramente non a livello nazionale.

2) Le telecamere sono un elemento di sorveglianza esterno che interferisce con uno scopo educativo.

In pratica: se non ci sono situazioni gravi da monitorare, mettere tutti sotto controllo serve a poco, se non a nulla.

Anzi, la presenza delle telecamere può diventare un elemento di interferenza e di disturbo, portando dentro le classi discussioni e tensioni che sono esterne alla scuola.

Facciamo un esempio calcistico. Da quando si usa il var in campo, non si hanno per questo meno falli e un gioco migliore… né si è certo posto fine alle discussioni infinite fuori campo.

Ma se pure il var risolve qualche problema nel calcio, la differenza con la scuola è enorme. Il lavoro educativo non è uno sport e, soprattutto, non è uno spettacolo per il quale si paga il biglietto. Una scuola con le telecamere è solo una scuola più controllata, non un posto educativo migliore

3) Il contesto.

Il paragone con il var, per quanto farà rizzare i capelli a qualcuno, mi da lo spunto per un altro motivo contrario: le telecamere offrono immagini che vanno interpretate ma che, se filtrano all’esterno, sono frammentate e fuori contesto.

Facciamo un esempio. Ricordare il famoso video del bullo? Giravano due riprese in particolare (che si trovano ancora su Internet) in una si vedeva un ragazzo che minacciava un professore perché gli mettesse sei, nell’altra un ragazzo che gli si avventava contro a testa bassa con il casco.

Se ne è parlato molto e il giudizio prevalente che circolava era che il professore non sapesse fare il suo mestiere, perché restava impassibile senza battere ciglio. Qualcuno si domandava persino perché non avesse reagito (e girava anche qualche vignetta che immaginava il prof mollare un bel ceffone…).

Io penso, al contrario, che quel prof, che ha continuato a fare il suo mestiere restando in classe e, soprattutto, mantenendo la calma – proprio quel prof – meriterebbe un monumento (che ne dite, tra parentesi, di un monumento all’insegnante “ignoto” che combatte per la patria ogni giorno, dimenticato spesso come un soldato giapponese ancora in guerra sull’ultima isola del pacifico?).

Il problema, nel giudicare quelle immagini, è che si prestavano a fomentare gli animi ma erano tutte fuori contesto. Non sapevamo nulla di quella classe. Non sapevamo nulla di quei ragazzi e di quell’ambiente.

Io in quella scena ho visto, come prof, un ragazzo in evidente difficoltà sociale e relazionale davanti a un professore che reagisce esattamente come si dovrebbe reagire in una situazione del genere: restare fermo a tenere il punto senza fare una piega.

4) Le telecamere in classe sono puntate sulle persone, non su un ambiente.

Non è come metterle all’ingresso o in un corridoio, o all’entrata della segreteria o della sala professori. Le telecamere in classe sorvegliano gli alunni, cioè bambini e adolescenti, e soprattutto i professori, cioè dei lavoratori mentre esercitano il loro mestiere.

Qui la faccenda diventa complicata, perché si perde il conto delle complicazioni normative che tutelano sia le riprese dirette dei minori, sia quelle dei lavoratori.

5) Infine: non è più sensato investire di più sull’educazione che sulle forme di controllo?

Questo vuol dire avere non solo ambienti migliori, ma insegnanti migliori. Lo so che è impopolare dirlo, ma, se ci sono soldi per la scuola, occorre usarli per sostenere di più gli insegnanti che sono già i veri responsabili e sorveglianti della classe. Se non vogliamo pagarli di più – come sarebbe comunque giusto, e adesso che l’ho detto linciatemi pure – allora facciamo lavorare più insegnanti in classi con meno alunni, in condizioni più gestibili, in modo che possano condurre meglio il rapporto con i loro allievi.

Un buon insegnante vale più di tutte le telecamere del mondo.

Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti.

E se vi piacciono i miei video non dimenticate di iscrivervi al canale. Si parlerà di scuola, di religione, di teologia, di cultura e di tutto quello che mi appassiona e che spero appassioni anche voi, anche se la pensate diversamente da me.

Bella a tutti!

Per approfondire:

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Perché scegliere l’ora alternativa all’insegnamento della religione

Non sei interessato all’ora di religione? Non scegliere di uscire dalla scuola. Scegli comunque un’ora di scuola.

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@bceclect17 via Twenty20

Non sei interessato all’ora di religione cattolica? oppure sei minorenne e la tua famiglia non ti permette di frequentarla? che cosa fare?

Sembrerà strano, detto da un professore di Religione, ma la mia proposta è di seguire l’ora alternativa.

Non scegliere di non stare a scuola. Scegli un’ora di scuola.

Il mio invito ovviamente è rivolto anche a tutte le famiglie interessate. Se siete genitori e mi state leggendo e, soprattutto, non volete che i vostri figli seguano l’insegnamento della religione cattolica, iscriveteli immediatamente, senza esitazione, all’ora alternativa. Ovviamente, dopo aver concordato la cosa con i vostri ragazzi e le vostre ragazze, se in età di poter decidere da sé. Anche se in qualche scuola non dovessero ancora essere adeguatamente organizzati, la vostra richiesta sarà un incentivo per farlo per bene e per tempo. Anzi, secondo me, la presenza dell’offerta di un’ora alternativa è, di fatto, un indice di qualità da tenere in considerazione sin da quando si tratta di ponderare a quale istituzione scolastica affidare i figli.

Qualcuno pensa – e ci sarebbero anche buoni motivi per sospettarlo – che gli insegnanti di religione si sentano in concorrenza con gli insegnamenti alternativi all’ora di religione. Invece, di fatto, chi frequenta la scuola sa già che non è così. La legge, infatti, tutela ambedue le scelte.

Gli insegnanti stessi di religione, me compreso, sono a favore di un insegnamento alternativo e di buona qualità per chi, per qualunque ragione, non abbia intenzione di seguire l’ora di religione.

Dato che a volte si preferisce non fare né l’una né l’altra, voglio presentarvi almeno sei motivi per scegliere l’ora alternativa, proprio questa “benedetta” ora alternativa. E le virgolette non sono ironiche.

Primo motivo: chi la sceglie, segue comunque una materia in più, con tutti i vantaggi che questo comporta, anche dal punto di vista del curriculum scolastico e della valutazione dei crediti in sede di consiglio di classe. Un docente in più che ti segue ed esprime un’opinione su di te è meglio. Non ha senso seguire l’ora di religione solo per i crediti. Gli stessi crediti si ottengono con la materia alternativa.

Secondo motivo: una materia alternativa alla religione, se ben fatta, può dare un contributo importante alla tua crescita personale. “Più scuola” è sempre meglio che “meno scuola”. Perché più istruzione è sempre meglio di meno istruzione. È una matematica semplice. Perciò non è bene essere pigri, accontentandosi di entrare dopo, uscire prima, o di parcheggiarsi da qualche parte.

Terzo. Per legge, la scuola deve offrire una materia che sia fuori dal percorso di indirizzo. Per esempio, se fai lo scientifico non è previsto l’insegnamento di legge o di economia, e queste due materie sono un’ottima alternativa alla religione cattolica. Oppure può trattarsi di etica, morale, o di qualunque altra materia che non sia prevista nel tuo curriculum di studi. Ho sentito di scuole che hanno proposto come materia alternativa l’educazione ai diritti umani. Si tratta di una buona idea, a mio parere. Perché proposte come questa, se presentate con competenza, non possono che aiutarti ad aprire la mente e a darti una visione d’insieme, una prospettiva, che ti aiuta a mettere insieme ciò che studi anche in altre materie.

Quarto. Non sei costretto a vagare per i corridoi della scuola. Non bisogna sottovalutare questo aspetto. La legge non obbliga né a seguire l’insegnamento della religione cattolica, né a frequentare l’insegnamento della materia alternativa, ma avrebbe l’obbligo di provvedere in ogni caso ad ambienti per lo studio personale o assistito. Spesso però questo, per mille motivi, spesso organizzativi o logistici, non avviene, e gli studenti finiscono per vagare nel cortile o pascolare al bar. Non è una cosa buona, né per gli studenti né per la scuola.

Quinto motivo. Se puoi scegliere tra qualcosa e nulla, secondo me è sempre meglio scegliere qualcosa. Più ragazzi o ragazze sceglieranno la materia alternativa, meglio le scuole si sapranno organizzare per offrire una scelta seria.

Sesto e ultimo motivo (almeno per me, se conoscete altre buone ragioni, aggiungetele ai commenti): sia che tu sia credente, non credente, credente di un’altra religione o appartenga a una famiglia per qualunque motivo ostile all’insegnamento della religione cattolica, un’ora alternativa in cui si offra una materia che offra un dialogo costruttivo con l’insegnante e che contribuisca allo spirito critico e alla fondazione morale della persona, credo che sia non solo auspicabile, ma persino necessaria. Non negarti questa possibilità.

Ovviamente, quello che sostengo qui non è vangelo – scusate la metafora religiosa – perciò apro la questione al dibattito.

Bella a tutti!

Per sostenere “Bella, prof!”, puoi acquistare il materiale scolastico a questo link. Non solo potrai risparmiare acquistando on line, ma una piccola percentuale dei tuoi acquisti contribuiranno alle spese del blog, della pagina e del canale YouTube.
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Il palazzo della memoria: il metodo – sicuro – per ricordare qualsiasi cosa

Esiste un metodo infallibile e molto antico per memorizzare tutto, persino ciò che non ci interessa. Utilissimo per esami e interrogazioni. Provare per credere.

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@cheesetime via Twenty20

La capacità di ricordare molte informazioni non manca a nessuno. Tutto dipende infatti da quanto le cose da ricordare hanno effettiva importanza per noi e da quanto sono capaci di suscitarci emozioni.

Ora però molti mi hanno domandato come si fa a ricordare invece le cose noiose. Questo perché, per quanto sia grande la nostra passione per una materia, dovremo sempre superare esami o interrogazioni o, in generale, delle prove, nelle quali saremo costretti a cercare di ricordare molte informazioni monotone e poco coinvolgenti.

Esiste un sistema molto efficace e anche molto conosciuto. Faccio questo video per chi non ne ha mai sentito parlare. Viviamolo come un esperimento pratico, che possiamo fare immediatamente, in tempo reale.

Prendiamo dunque un elenco di parole a caso:

  • Portafoglio
  • Serpente
  • Cacciavite
  • Cocomero
  • Batteria
  • Libro
  • Chitarra
  • Capra
  • Specchio
  • Cisterna

Ve le ricordate? Sapreste già dirmele in ordine senza rileggere? Se siete persone normali, ovviamente no.

Allora, vi garantisco che alla fine del video – o quando avrete finito di leggere queste righe -, ve le ricorderete tutte. Le saprete dire non solo in ordine, ma in qualsiasi ordine, anche in ordine inverso. E saprete anche numerarle, cioè dire in quale numero d’ordine si trovano, se ve ne indico una a caso.

Ok. Proviamo insieme.

Immaginate di essere in casa vostra.

Pensate a percorso a tappe nei vari ambienti della vostra casa. Un percorso comune, che fate magari tutti i giorni. Vi aiuto io. Seguitemi.

Partite dalla camera da letto, entrate in bagno, poi passate dal corridoio ed entrate in soggiorno, dal soggiorno entrate in cucina, poi all’ingresso, davanti alla porta di casa. Usciti dalla porta di casa e vi trovate sulle scale, oppure sul giardino – dipende da come è fatta la vostra casa – e da lì passate dal cancello o dal portone di condominio e arrivate fino alla strada. Un percorso comune, che fate tutti i giorni. Mettete in pausa il video, oppure smettete di leggere per un momento, chiedete gli occhi, e ripensate attentamente a questi passaggi.

Non è un esperimento di memoria, ma di immaginazione. Non dovete cercare di ricordare, ma di immaginare, di dipingere con la mente le cose. Dovete usare solo la fantasia. Nell’immaginare, usate tutti i sensi: il tatto, l’odorato, la vista, il suono, il gusto. Usate anche il movimento, l’esagerazione, il senso dell’umorismo, le cose che vi piacciono, le vostre passioni.

Pronti? Cominciamo. Funziona anche meglio se chiudete gli occhi e ascoltate il video. Se volete, potete metterlo in pausa ogni tanto.

Vi svegliate e siete sul vostro letto. Nella vostra stanza da letto. Pensate bene a dove vi trovate. Sul comodino, accanto a voi, c’è un portafogli. Pensate alla posizione nello spazio del portafogli, alla sua forma, al suo aspetto. È accanto alla sveglia? Di che colore è? Aperto? Chiuso? È pieno o è vuoto? È di cuoio? Odora? Fa piacere avere un portafoglio pieno zeppo di soldi, che traboccano fuori. Se vi piace così, immaginatelo così, non vi costa nulla.

Ora vi alzate e siete in bagno. State per entrare nel vano doccia, lì dovete però fare un salto indietro. C’è un serpente. Tutti hanno paura dei serpenti, figuriamoci a trovarne uno proprio lì. Che serpente è? Un serpente a sonagli? Un cobra che salta per mordervi, o un grosso boa pacioccone che vuole solo stritolarvi lentamente? Non importa, fate voi. Usate, come vi ho detto, l’immaginazione.

Uscite dal bagno, magari ancora spaventati e notate, nel corridoio, lì davanti a voi un grosso cacciavite. Pensate e, soprattutto, create con il pensiero: chi lo ha lasciato lì? Perché? Nel dipingervi il cacciavite, potete divertirvi ed esagerare. Magari è gigantesco, sospeso nel vuoto, col manico bello colorato. Come in un videogioco. Girategli intorno. Guardatelo da varie angolazioni. Ora lasciatelo lì ed entrate nel soggiorno.

Ecco al centro, sul tavolo, su vassoio, un c’è grosso cocomero. Com’è? Grande? Piccolo? Già tagliato o ancora intero? Dipingetelo nella mente con tutti i suoi dettagli. Usate i sensi. Magari avete fame, o sete, avete voglia di qualcosa di fresco e ne prendete una fetta. Com’è? È rosso e dolce, oppure è insipido e con troppi semi? Non importa. È sempre un cocomero. Continuate, così, a usare tutti i vostri sensi. A farvi il vostro film.

Vi voltate e, sull’angolo opposto del soggiorno, vedete una batteria. Proprio una batteria per complesso rock, con tanto di tamburo, piatti e bacchette. Immaginate sul tamburo grande un grosso numero cinque. Continuate a disegnarlo nella vostra mente. Pensate al font, al colore, alla dimensione, alla decorazione. Magari è il nome del complesso. La batteria di un gruppo che si chiama “i 5”. Suonate la batteria, fate un po’ di casino. Immaginate il suono. Prima di procedere oltre, date un ultimo sguardo al numero cinque.

Ora entrate in cucina. Sul tavolino della cucina o sul piano per cucinare, trovate un libro. Forse è un libro di ricette. Sfogliatelo o, come fanno gli amanti dei libri, magari annusatelo. È nuovo di stampa? È vecchio, molto usato? Magari sulla copertina c’è la foto del vostro chef preferito. Oppure è il manuale delle giovani marmotte. Non importa. Immaginate e dipingete nella mente dettagli che vi danno sensazioni ed emozioni.

Da lì avviatevi all’ingresso. Trovate una chitarra. Forse è dello stesso gruppo che ha lasciato la batteria. O forse è la vostra chitarra. Oppure, lì, all’ingresso di casa, c’è ad aspettarvi Jimmy Hendrix che suona il vostro brano preferito. Ma va bene, se preferite, Gigi d’Alessio, tanto i gusti sono i vostri. Fatevi una risata. Anche tu, Gigi, non te la prendere…

Lasciato Gigi, siete sulle scale, oppure in giardino. Ci trovate, stupiti, una capra. Che tenera! Accarezzatela, se volete. È bella, tutta fiera e tranquilla. Sta masticando. Magari mangia la pianta del pianerottolo o l’erba del vostro giardino.

Uscite e siete sulle scale o al vostro portone di casa o al cancello, dipende da come è fatta la vostra casa. Degli operai stanno trasportando uno specchio! Oppure, forse, è già stato lasciato lì da qualcuno. Che cosa ci vedete? Voi stessi? Un’altra persona? Lo specchio come è fatto? È deformante? ha una cornice? È piccolo o grande? O è ancora imballato e la carta un po’ strappata vi permette di vedere un poco del suo riflesso? Di nuovo, usate la fantasia senza freni e senza pensare alla logica. Cercate solo di continuare a farvi un film tutto vostro.

Ora siete usciti e siete sulla strada davanti casa. C’è un grosso camion cisterna. La cisterna è enorme. È colorata? Scegliete un colore. Oppure no. Trasporta latte? Benzina? Acqua? Il camion cisterna, comunque, è fermo lì. Oppure vi passa accanto e vi fa il bagno sollevando l’acqua di una pozzanghera e facendovi arrabbiare. Immaginate. La fantasia è la vostra onnipotenza. Vi muovete nel vostro mondo.

Ora ripensate bene a tutto il percorso. Rifatelo nella mente. Concentratevi.

Se lo avete fatto con attenzione. Potete elencare tutti gli oggetti. Cosa c’era sul comodino? E nel vano della doccia? Che cosa vi siete trovati davanti quando siete usciti dal bagno? Cosa c’era al centro del soggiorno? E poi nell’angolo opposto quando vi siete voltati? C’era un oggetto con un numero? Poi in cucina? E chi vi aspettava davanti alla porta di casa prima di uscire e che cosa suonava? Appena usciti, sul pianerottolo o in giardino, che cosa c’era? Sulle scale o davanti al portone? E infine sulla strada? Se mi avete seguito, credo che ricorderete tutti gli oggetti.

Ora tornate indietro. Procedete al contrario: cisterna, specchio, capra, chitarra, libro, batteria, cocomero, cacciavite, serpente, portafogli. Che numero aveva il tamburo della batteria? Cinque. Era il quinto oggetto. Qual è il settimo? Semplice. La chitarra. Dato che avete visualizzato il percorso e sapete che la batteria è a metà, potete contare facilmente dalla batteria a tutti gli oggetti intermedi in avanti o indietro. Potete numerarli tutti perché li avete ordinati con il percorso.

Se non siete riusciti al primo tentativo, riprovate e rigirate il vostro film, in modo magari ancora più colorito e divertente, ricco di dettagli che suscitino in voi un’emozione o che abbiano importanza per voi. Provate a riascoltare il video a occhi chiusi, mettendo in pausa quando volete. L’importante è che a ogni tappa del percorso corrisponda qualcosa che volete ricordare. Vedrete che funziona!

Questo sistema per ricordare elenchi di cose difficili da tenere a mente era conosciuto già nell’antica Roma e si chiama tecnica dei “loci” (cioè dei luoghi) o palazzo della memoria. Con un po’ di esercizio potete estenderlo a centinaia di oggetti. Gli oggetti e le immagini a loro volta possono essere usati per dipingere concetti astratti. È una tecnica che sfrutta tre chiavi della memoria: l’associazione, l’immaginazione e la collocazione nello spazio. Oggi sappiamo che il percorso e i dettagli della fantasia attivano varie aree del vostro cervello per immagazzinare informazioni anche a lungo termine. È di sicuro molto più efficace che ripetere in continuazione.

Richiede solo una capacità che stiamo, purtroppo, perdendo un po’ tutti: la concentrazione. Usare il metodo, però, può aiutarci anche ritrovare la concentrazione, insieme alla memoria. Esercitando l’una, eserciterete anche l’altra.

Provate e fatemi sapere. Tentar non nuoce. Se volete approfondire, trovate molto materiale su internet. Per cominciare, date un’occhiata alla voce “mnemotecnica” su Wikipedia.

Bella a tutti!

PS: l’esempio è tratto dal libro che indico sotto, del quale, perciò, sono debitore. Lo consiglio vivamente. Se lo acquistate a questo link (o acquistate qualunque libro dello stesso autore, ugualmente consigliato) contribuite anche a sostenere il blog.

Per approfondire:

In Italiano forse uno dei libri migliori è invece questo:

Un trucco per fare (bene) quello che non ci va di fare

Siamo specialisti nel rimandare, perché fare cose importanti ci stressa. Lo facciamo per esempio con lo studio. Ecco un metodo semplice e vincente.

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Dovete recuperare qualche materia? Sostenere un esame difficile ma che non vi appassiona? Non volete rovinarvi l’estate ma non riuscite proprio a prendere l’abitudine di studiare? Avete un progetto a lungo termine che rimandate sempre?

Ecco come fare.

Raggiungere alcuni obiettivi è difficile non perché siano difficili in se stessi, ma perché richiedono un impegno a lungo termine. Per andare bene a scuola o riuscire negli esami universitari non bisogna essere molto intelligenti, serve in realtà solo una cosa: che lo studio diventi per voi un’abitudine, qualcosa che fate tutti i giorni, come lavarsi, mangiare o andare al bagno.

La differenza tra le buone e le cattive abitudini è che spesso quelle cattive ci danno una gratificazione immediata.

Essere promossi a fine anno senza debiti o laurearci nei tempi sono grandi gratificazioni, ma arrivano dopo mesi o anni.

Allora come si fa?

Ecco il segreto: spezzate un grande impegno in tanti pezzi più piccoli.

Ogni grande casa è fatta di mattoni. In pratica questo significa che se volete raggiungere un obbiettivo dovete pensarlo come fatto di tanti piccoli obbiettivi più piccoli. Dividete un impegno a lungo termine in tanti piccoli obbiettivi a breve termine.

In pratica, p. es., fate così. Prendete un timer e fissate un intervallo di 25 minuti. Cominciate a studiare e per quei venticinque minuti non ammetterete alcuna distrazione. Finito l’intervallo, concedetevi qualcosa che vi rilassi, senza impegnare la mente: ascoltare il vostro brano musicale preferito, alzarsi e sgranchirsi, fare esercizio.

Io consiglio di prendere un foglio di carta, magari un diario o un calendario, e segnare una stanghetta, come a indicare un punteggio raggiunto. Proprio quella stanghetta sarà la vostra gratificazione. Potete trasformare la cosa in un gioco e aiutarvi con una applicazione.

Io ne uso una, che si chiama “Forest” e che trovate sia per iOS che per Android. Per ogni intervallo di studio che avrete portato a termine senza interruzioni potrete piantare un alberello. La cosa vi sembrerà cretina, ma non lo è.

Ricordate che la nostra natura cerca sempre gratificazioni. Non sottovalutate la sensazione piacevole di aver concluso qualcosa, di aver riempito un’intera schermata di alberelli o un foglio di stanghette. A lungo termine, la soddisfazione finale vera sarà quella di aver raggiunto il vostro scopo: essere promossi. Ma nel frattempo avrete preso l’abitudine a studiare e a smettere di cazzeggiare, qualcosa insomma che cambierà la vostra vita decisamente in meglio.

È un metodo che può aiutarvi parecchio con qualunque cosa vi pesi fare, nonostante già sapete sia importante.

Commentate, fatemi sapere la vostra e, soprattutto, se per voi il metodo funziona.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Perché scegliere l’ora di Religione anche se non sei cattolico

Oggi, più che mai, non conoscere la religione significa rischiare di non comprendere il mondo.

La domanda è: “per coloro che non sono credenti o che sono credenti ma non cattolici, vale la pena di seguire l’ora di insegnamento della religione cattolica?”. Secondo me, decisamente sì.

Voglio offrire qui 7 motivazioni che trovo particolarmente importanti.

Primo motivo: l’insegnamento della religione oggi non è più offerto in modo confessionale, anche se la materia, presa in se stessa, lo è. Tradotto: garante dei contenuti è la Chiesa, ma tali contenuti sono – e devono essere – al servizio di tutti, al di fuori di ogni appartenenza.

Dal punto di vista giuridico: un contenuto confessionale (la religione cattolica, appunto), liberamente scelto, viene offerto in modo non confessionale, cioè non finalizzato alla persuasione concettuale, ma alla conoscenza e alla crescita personale di ogni cittadino dello Stato.

La conferma è definitiva la trovate in un’intesa del 2012, attiva dall’anno scolastico 2013, resa esecutiva con un decreto del Presidente della Repubblica, tra il Ministero dell’Istruzione e la Chiesa italiana.

In pratica, questo significa che l’insegnamento della religione non è e non deve essere catechismo o una forma di indottrinamento, ma istruzione della conoscenza religiosa in funzione di un allargamento della comprensione dei fenomeni sociali e culturali. In altre parole, lo studio della religione è offerto come un aiuto a comprendere meglio il mondo di ieri e di oggi. Serve a completare la formazione culturale. Chi crede, avrà più consapevolezza di ciò in cui crede, chi non crede, avrà più consapevolezza di ciò che credono gli altri e di ciò che ha scelto di non credere. Chi è indeciso o dubbioso avrà occasione di farsi un’idea più chiara in funzione di una sua eventuale decisione personale, attuale o futura. Insomma, l’insegnamento della religione può contribuire a fare dei cittadini più consapevoli, perché non è indottrinamento, ma un invito all’approfondimento e alla comprensione critica.

Secondo motivo: sapere è sempre meglio di non sapere. In tutti i campi, compresa la religione.

Non si può ignorare la tradizione religiosa, soprattutto se è la propria.

Comprendere la religione è comprendere meglio l’umanità e il mondo. Ma soprattutto la cultura, il mondo che l’uomo stesso ha costruito intorno a sé e nel quale la religione svolge un ruolo importantissimo, qualunque sia l’opinione personale di chi la studia.

In pratica: puoi non credere in alcuni concetti, non condividerli in parte o non condividerne nessuno, ma, in ogni caso, puoi capire quei concetti e puoi afferrarne meglio le implicazioni. Conoscere la religione ti aiuta insomma a comprendere meglio te stesso e gli altri. Una ragione fondamentale che, anche da sola, basterebbe.

Terzo motivo: la religione è un linguaggio comune. Saperlo comprendere è un contributo all’integrazione, a tutti i livelli. Si possono parlare tante lingue, anche se la tua lingua madre sarà sempre la tua in modo speciale e quella non te la leva nessuno. Si parla spesso di bisogno di integrazione e di approccio multiculturale alla diversità. Frequentare l’ora di religione, può dare un grande contributo alla soluzione di questo problema.

Quarto motivo: anche se non sei credente o se non credi nella religione cattolica, le religioni sono un dato di fatto con cui farei i conti.

Puoi non credere in Dio e scegliere di ignorare la sua esistenza nella vita, se vuoi, ma non puoi ignorare la religione. Puoi avere dubbi che Dio esista o credere che non esista, ma le religioni esistono, ed esiste anche la religione cattolica, ed ha un peso importante nella storia, nella cultura, nella tradizione del nostro paese.

Quinto motivo: l’ora di Religione ti abitua al confronto e al dialogo, perché spesso si svolge in un clima sereno e aperto al dibattito con l’insegnante, ma è anche un luogo dove si svelano e si confrontano le opinioni di tutti coloro che partecipano attivamente.

Sesto motivo: la Religione è una materia multidisciplinare, perché ha dei punti di incontro o di confronto con diverse altre materie e più di altre si presta a offrire delle prospettive, delle sintesi o delle visioni d’insieme. La religione si ritrova nella storia, nella filosofia, nella geografia, nella psicologia, nel confronto con la conoscenza scientifica, nella logica, nel latino, negli autori italiani e non italiani e chi più ne ha più ne metta. La religione è talmente radicata nella cultura che conoscerla non può che aiutare a comprendere meglio ogni disciplina, da punti di vista diversi.

Settimo motivo: per la formazione personale, tutte le scelte hanno la stessa dignità, anche quella di non fare religione. Ma frequentare una materia in più è sempre meglio di una materia in meno, soprattutto nelle scuole superiori. E questo vale anche per la materia alternativa.  Quindi se non fate religione, fate almeno la materia alternativa, ma di questo parleremo in un altro video.

Sette è un bel numero e mi fermo qui, ma credo si potrebbe continuare. Allungate l’elenco nei commenti e aggiungete le vostre motivazioni oppure stroncatemi impietosamente. Ogni contributo fatto in modo civile è bene accetto.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Cinque domande da farsi dopo la maturità

Tutti vi diranno di seguire le vostre passioni o di pensare agli sbocchi di lavoro. Credo sia sbagliato. Ecco perché.

Ricordo una volta, quando stavo tra i banchi anch’io, che il mio prof di religione se ne uscì più o meno così: “chissà, forse qualcuno tra voi un giorno farà il professore, come me”. Ricordo che ripetei dentro di me con vera convinzione, con tutte le mie forze questo pensiero: “mica sono pazzo, a me non succederà MAI!”. L’idea di diventare professore, specialmente di religione, mi sembrava una specie di punizione infernale del contrappasso.

Ma ora vi garantisco che non potrei farne a meno. Fare il prof di religione mi piace da morire.

La maturità è ormai alle spalle ed è arrivato il momento di fare delle scelte.

Vi daranno molti consigli. Generalmente sono di due tipi: 1) segui la tua passione; 2) scegli un corso di studi che ti dia più sbocchi di lavoro. Questi due suggerimenti hanno, però, secondo me, dei problemi. Il primo è incentrato troppo su se stessi. “Segui la tua passione e fregatene di tutto il resto”. Non so se funziona… Il secondo, è troppo rigido, soffocante, perché noi stessi non ci siamo più. Tutto dipende dai posti vuoti che lascia la società. È come se dovessimo per forza essere costretti a occupare quelli, col grande rischio però che, quando avremo finito di prepararci, le cose saranno cambiate e magari non serviremo più.

Perciò voglio darvi un consiglio diverso: non siate né egoisti, né utilitaristi, ma siate invece altruisti e concreti: scoprite e seguite la vostra vocazione.

La parola “vocazione” suona religiosa, perciò sta molto bene detta da un prof di religione. Ma non tutti i miei alunni sono credenti e io, come sempre, voglio parlare anche a loro. Allora cerco di spiegarmi meglio.

Per un credente, ascoltare la propria vocazione significa rispondere a una chiamata di Dio. Una vocazione ce l’abbiamo tutti, una diversa dall’altra. Comincia dalla nascita: siamo stati chiamati al mondo per un motivo ed è importante scoprire qual è, perché è la possibilità offerta a ciascuno di noi di dare un contributo che nessun altro può dare e collaborare così, nella misura del possibile, a fare del mondo un posto migliore.

Per un non credente, c’è un concetto analogo che possiamo affiancare a quello di vocazione, ed è questo: scoprire e seguire il proprio compito nella vita, il proprio posto nel mondo.

Lo so, può suonare come una grande… fesseria. Ma pensate in grande. Non accontentatevi, insomma, di trovare un posto per vivere, ma cercate il vostro posto nella vita.

Già vi leggo nel pensiero: “prof, di questi tempi, è già tanto se troverò un lavoro!”. Non pensate solo a questi tempi, pensate al tempo della vostra vita. Pensate a voi stessi tra dieci o venti anni: ciò che sarete dipende dalle scelte che avete fatto oggi.

Non posso mettermi al posto vostro, ma vi suggerisco cinque domande che dovete farvi subito, per trovare la vostra vocazione.

Chi sei?

Che cosa vuoi fare?

Per chi vuoi farlo?

Di che cosa hanno bisogno le persone per cui lo fai?

Come possono cambiare, grazie a te, queste persone?

Prima domanda: “chi sei?”. Ok, semplice. La risposta è il vostro nome. Io sono io e voi siete voi. Questa sembra facile. Sembra. Perché in realtà serve a ricordarci che ciascuno è unico e che per le scelte importanti bisogna sempre partire da se stessi. Insomma bisogna cominciare col guardarsi dentro. Bisogna avere il coraggio di essere un po’ spirituali. Almeno un po’.

Seconda domanda: Che cosa ti piace fare?  Dato che qualunque strada ha dei tratti faticosi e pieni di ostacoli, le passioni sono un’ottima cosa per acquisire adesso delle capacità che serviranno in futuro, perché non si può imparare nulla senza averci dedicato molto tempo. La passione serve, insomma, per diventare bravi in qualcosa. Però attenti: le passioni sono un po’ meno affidabili per scegliere davvero che cosa fare nella vita.

La mia passione è stata per tanto tempo lo studio della filosofia, della teologia e della Bibbia, soprattutto della lingua ebraica classica. E sono ancora la mia passione. Ma né la teologia né la Bibbia sono diventate il mio vero mestiere, anche se ora mi sono indispensabili per fare bene quello che faccio.

Perciò la passione non è tutto. Io vi sconsiglio di seguire SOLO la vostra passione, perché potrebbe portarvi a grandi delusioni. Puoi avere la passione per la recitazione, per la musica, per i viaggi spaziali, ma pochissimi riescono a vivere facendo l’attore, l’astronauta o il cantante rock.

Poi, non sottovalutate un’altra cosa: col tempo le passioni possono cambiare e voi potreste trovarvi a fare una cosa che, per qualche motivo, non vi piace più e perciò a non sentirvi soddisfatti. Non sto dicendo che le dovete ignorare, ma che non sono l’unica base su cui costruire il vostro futuro.

Terza domanda: “Per chi vuoi farlo?”. Notate bene: non perché, ma per chi. Questa domanda ti costringe a non pensare solo a te stesso. Questo significa che non basta guardarsi dentro, devi anche guardarti bene intorno. Devi rivolgere lo sguardo fuori di te. Agli altri e alle loro necessità.

Quarta domanda: “Di che cosa hanno bisogno quelle persone?”. Questa domanda ti pone in un atteggiamento fondamentale: quello del servizio. Se scegli di servire e non solo di essere servito, quello che farai avrà sempre un valore. Il tuo lavoro sarà prezioso per molti. Perciò difficilmente ti troverai disoccupato. La chiave è che se tu offri agli altri qualcosa di valore, in cambio loro saranno disposti a darti valore. Ricordate che il denaro è una misura dello scambio di valore. Perciò questo è anche il segreto per non essere mai con il portafoglio vuoto e persino per diventare ricchi.

Quinta e ultima: “Come possono cambiare le persone grazie a me?”. Questa forse è la domanda più importante di tutte, perché ti aiuta a rendere più chiaro il tuo obiettivo, il tipo di servizio concreto che rendi agli altri, a mettere a fuoco ciò in cui puoi fare la differenza.

Per esempio, ecco come rispondo io oggi a queste cinque domande: “Io sono Gianmario Pagano e aiuto le persone a comprendere che cos’è davvero la religione e la fede per accrescere la loro conoscenza, orientarsi e fare scelte migliori nella vita”.

In conclusione, il mio consiglio è questo: scegli di impegnarti in qualcosa che abbia valore. Cioè concentrati nel diventare bravo in qualcosa che davvero è utile per gli altri e che potrebbe fare del mondo un posto migliore.

Non puntare tanto alla tua felicità, al denaro, all’onore, a un posto. Punta a realizzare cose che abbiano un significato per gli altri e troverai un significato anche per te. In questo modo, prima della felicità, che nessuno ti può garantire in questa vita, potrai trovare qualcosa che però è indispensabile per essere felici e che nessuno ti potrà togliere: la soddisfazione di fare ciò che fai.

Per approfondire:

Come vincere le cattive abitudini?

Perché non riesco a vincere una cattiva abitudine e, nonostante lo voglia davvero, poi torno sempre a fare le stesse cose? Perché non riusciamo a cambiare in meglio la nostra vita?

Prendete una vostra cattiva abitudine. Per esempio: prendere continuamente in mano il cellulare per scorrere le notizie su Facebook; oppure: rimandare sempre a domani qualcosa che sapete che è urgente cominciare subito; oppure: cercare di mangiare più sano, smetterla con le patatine fritte e mangiare più verdura e insalata; oppure ritrovarsi con gli stessi amici o amiche per parlare male di qualcuno, e così via.

Qualunque cosa, che già sapete che dovreste smettere immediatamente di fare non solo perché è moralmente cattiva, ma perché vi rende la vita più triste e difficile.

Ebbene: scordatevi di usare la sola forza di volontà. Se farete un proposito del tipo: “farò più esercizio e andrò” a correre, oppure “comincerò a mangiare sano”, oppure “studierò di più”, “non parlerò più male del prossimo”, non funzionerà. Davvero, non funzionerà proprio MAI. E il bello è che lo sapete già.

Allora è possibile cambiare? Sì, ma a patto di prendere consapevolezza di una cosa fondamentale, che ora vi dirò. Quando si tratta di vizi o di abitudini cattive (che in realtà sono esattamente la stessa cosa) noi concentriamo sempre l’attenzione sul comportamento, sull’azione in sé, sulla routine della cattiva abitudine che si ripete. E pensiamo: “non devo fare questo o quest’altro”. È un errore.

In realtà dovremmo essere molto più furbi di così e cominciare col conoscere meglio la nostra natura. Specialmente il lato semplicemente animale di noi stessi. Quando dico “animale” non intendo solo ciò che si riferisce alle funzioni vitali fisiche, all’istinto, alla sensibilità, alle passioni del cibo o della sessualità, ma proprio a una componente essenziale di ciò che siamo e che dobbiamo conoscere bene per poterla sfruttare a nostro vantaggio.

La verità è che per fare un vero progresso che definiamo “spirituale” dobbiamo amare e conoscere bene la nostra parte animale, nostro “frate asino” – come lo chiamava san Francesco – non disprezzarlo.

Vediamo in pratica che cosa significa. Immaginate voi stessi non come angeli caduti, esseri spirituali imprigionati nella carne, ma come animali da ammaestrare. E ripetete di nuovo la parola “animale” con tutto l’amore possibile.

Questa è una cosa più facile da capire per chi ama davvero gli animali. Non importa in quale animale vi riconoscete, perché, con la giusta pazienza e la giusta tecnica si possono ammaestrare anche quelli feroci. Si potrebbe dire che in un certo senso gli esseri umani sono animali capaci di fare meraviglie, ma che, se non sono ammaestrati bene, rischiano di diventare feroci e molto pericolosi.

Però andiamo sul facile, immaginate di essere come un topo o come un cagnolino, oppure, se vi sentite più belli e nobili d’animo, pensate a un cavallo (san Francesco, per umiltà, pensava a un asino) e ricordatevi di questo: la maggior parte delle cose che fai tutti i giorni le fai senza pensarci, per abitudine. Tanti comportamenti, ripetuti nel tempo, ci hanno ammaestrati male e si sono trasformati in vizi. E frate asino non ci ubbidirà a comando. Dovremo insegnargli di nuovo con pazienza a comportarsi diversamente. La natura animale cercherà sempre di adattarsi perché il suo primo intento è quello di sopravvivere, perciò, se le chiedete qualcosa di diverso dal solito, resisterà. Se siete sovrappeso il vostro corpo lotterà per restare sovrappeso. Se siete abituati a dormire con il cellulare, quando lo lascerete nell’altra stanza vi sentirete un a disagio finché non lo riprenderete in mano. L’unico modo di diventare magri o diventare più produttivi non consisterà perciò nel decidere di mangiare meno o di lavorare di più, perché l’animale che è in voi vi ingannerà sempre.

La parte più inconscia del vostro cervello vincerà sulla pura forza di volontà.

Perciò, che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, dobbiamo diventare più furbi, cambiare strategia e imparare a prendere il controllo della parte più automatica e spontanea di noi stessi. Nei video che seguiranno darò una serie di suggerimenti pratici basati sia sulla tradizione spirituale ascetica delle religioni sia sugli sviluppi scientifici sulla conoscenza di come funziona il nostro cervello. Due cose che sembrano lontane ma che invece vanno molto d’accordo.

Ecco, comunque il primo passo: se volete cambiare, la prima cosa che dovete fare è avere pazienza e amare profondamente l’animale che è in voi. Cercate insomma di volere bene a frate asino e ricordatevi che non potete fare a meno di lui. Non potete maltrattarlo o ignorarlo. Così come non potrete addestrare il vostro cagnolino, per esempio, a sedersi a comando se non vi prendete cura di lui e lo fate sentire amato. Se lo ignorate, vi ignorerà. Se invece lo fate soffrire e lo disprezzate l’unica cosa che potrete insegnargli è saltare al collo del prossimo per sbranarlo.

Per approfondire:

Perché dimentichi quello che studi?

Passiamo tempo a studiare (si spera), ma poi dimentichiamo quasi tutto. Come mai? Perché è più facile ricordare la formazione della squadra del cuore che i nomi dei dodici apostoli? Forse perché studiare… non è solo studiare!

Perché dimentichi quello che hai studiato?

Quando spiego il Pentateuco che – detto tra parentesi – è il nome che si dà ai primi cinque libri della Bibbia – quelli che formano la Torah ebraica – dico sempre: mi raccomando voglio che ricordate i nomi, in ordine, dei questi primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio.

Li ho detti adesso una volta e poi facciamo un test. Cioè vi interrogo: vediamo se li ricordate alla fine del video…

Comunque è un elenco di soli cinque nomi, e quasi sempre, il cento per cento delle volte, l’alunno chiamato per primo fallisce al primo tentativo. Eppure è solo un elenco di cinque nomi, mica l’elenco telefonico.

Qualcuno dice che dovremmo tornare a imparare a memoria. Che dovremmo esercitarci di più. Tornare a studiare magari i canti di Dante e impararli tutti interi.

In effetti molti di noi ricordano alcuni passi fissati in modo indelebile durante il periodo della scuola:

Solo e pensoso i più diserti campi
Vo misurando a passi tardi e lenti,
E gli occhi porto per fuggire intenti
Ove vestigia uman l’arena stampi…

Un momento… ma questo è Petrarca, non è Dante… Perché mi ricordo Petrarca? Boh, non lo so nemmeno io…

Però è vero: esercitiamo poco la memoria e difficilmente oggi siamo incentivati a usarla. Il telefonino, insieme a Internet, è diventata la nostra memoria.

Ma è vero che ci stiamo atrofizzando e che il nostro cervello diventa sempre più piccolo, come quello di Homer Simpson?

Può darsi il problema sia anche questo, ma credo ci sia un aspetto più importante.

Vi dico la mia. Allo stesso ragazzo che non ricorda i primi cinque libri della Bibbia faccio una domanda più facile: “di che squadra sei?”. E quello: “della Roma”. Ovviamente, mi illumino d’immenso anche io, ma a bruciapelo gli domando: “Ti ricordi la formazione con cui è entrata in campo domenica scorsa?”. E quello parte senza esitare:

ROMA (4-2-3-1) – Szczesny; Rudiger, Manolas, Fazio, Emerson; De Rossi, Strootman; Salah, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko. All. Spalletti.

Non solo: si ricorda i risultati di tutte le partite della stagione e i cambi della squadra nel primo e nel secondo tempo. Ma non si limita a ricordare le formazioni del calcio reale, ricorda pure quelle del Fantacalcio e della Playstation durante tutto l’ultimo mese.

Ma sono sicuro di una cosa: sarebbe una cosa molto più difficile per un non tifoso ricordare tutto questo…

Un vero appassionato di calcio forse ricorderà persino tutti i calciatori di serie A. Non è impossibile. Da bambino, quando facevo le figurine, persino li conoscevo tutti, anche se avevo problemi con la geografia e l’elenco delle regioni Italiane (Ps: dimenticavo sempre il Molise e la Valle d’Aosta).

Non è poca roba da ricordare. Ci sono in un campionato di calcio più numeri quanti ce ne sono nella tavola degli elementi.

Dove voglio andare a parare? Voglio dire che la chiave della memoria non sono gli omega 3, sono le emozioni. Quello che ci piace, ci appassiona, ci emoziona, ci coinvolge, lo ricordiamo molto facilmente, spesso anche senza nessuno sforzo.  La memoria non è una RAM, un contenitore, un armadio o uno scaffale su cui mettiamo cose. Forse somiglia di più proprio a un album di figurine che non vediamo l’ora di riempire, perché siamo appassionati.

La parola latina “studeo”, da cui il nostro “studiare”, ha un significato che abbiamo, anche quello dimenticato (forse perché non amiamo il latino?).

Studére si traduce in italiano ANCHE con “studiare”, ma i prof di latino che vedranno questo video sapranno certamente che significa anche DESIDERARE, AMARE o PRENDERSI CURA.

Dante diceva: “non fa scienza, senza lo ritener, l’aver inteso”, cioè una cosa non la sai davvero se hai capito ma non la ricordi. Ma ricordare è, appunto, “ritenere”, “trattenere” e uno trattiene nella mente solo le cose che ama e desidera trattenere, perché non vuole perderle, non vuole lasciarle andare.

Insomma, per ricordare, devi studiare, cioè devi amare, desiderare di possedere quello che vuoi imparare.

A questo punto viene il difficile: come faccio a studiare e a ricordare quello che non mi piace. Se per te sarà una tortura, sarà possibile ricordare qualcosa a furia di ripetere, ma sarà molto molto pesante. Se invece ami una materia, imparerai e ricorderai con poco o minimo sforzo.

Quindi, per ottenere buoni risultati, non dovresti solo preoccuparti di studiare, materialmente, ma dovresti di farti piacere quello che studi. Se studiare non è per te amare, sarà quasi impossibile riuscire.

E qui si capisce allora a che cosa servono i buoni insegnanti. L’insegnante è un mestiere difficile non perché sia difficile spiegare, cioè presentare i contenuti della conoscenza, ma perché non è sempre facile innamorare alla conoscenza.

Il bravo insegnante è colui che trasmette la sua passione per ciò che studia, che continua a studiare e non smette di amare ciò che insegna.

Studiare è amare, e amare è desiderio di possedere, di trattenere e perciò ricordare, anche a lungo termine, diventa più facile.

E adesso passiamo all’interrogazione. Qual era la domanda…?

Non la ricordate più. Allora, da vero prof bastardo, la cambio: sapete i nomi dei dodici apostoli?

Allora…

Ah sì, gli apostoli…

Pietro, Giovanni, Giacomo, Andrea, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo… Paolo, Giuda… no, Giuda non ci va? Ah sì, sono due… Ma il traditore ci va…? Boh, che confusione.

… Anche San Paolo, no? O sì…?

Vabbe’… ne riparliamo.

Bella a tutti!

Per approfondire: