fbpx

L’Apocalisse deve farci paura?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse… E se invece i discorsi apocalittici della Bibbia non parlassero della fine del mondo?

La religione fa leva sulle nostre paure? Secondo alcuni, decisamente. Anzi, sarebbe la chiave del suo potere. La paura dell’Inferno, la paura del giudizio, la paura, appunto, dell’apocalisse…

Non c’è dubbio, del resto, che il potere usi spesso la paura per manipolarci e sottometterci, nel passato come nel presente.  E purtroppo, molta propaganda politica e religiosa, funziona ancora così.

In un tempo in cui sembra dominare la paura, in cui facciamo fatica a immaginare il futuro, persino la religione, che dovrebbe darci speranza, sembra non aiutarci. Almeno questa, per molti, è la prima impressione.

Prendete per esempio il famoso discorso “apocalittico” di Gesù nel Vangelo di Marco al capitolo 13: si parla di sconvolgimenti storici: guerre, terremoti, carestie, dolori; delle relazioni umane stravolte e pervertite, dove persino i figli mettono a morte i genitori e i genitori i figli; e per non farsi mancare nulla, persino di catastrofi cosmiche: la luce del sole che si spegne, luna che sparisce, le stelle che cadono dal cielo. C’è poco da stare allegri.

Io credo però che ci sia un problema: abbiamo capito male, molto male, il significato vero del messaggio apocalittico.  Su questo, e su molte altre cose che riguardano la religione, soprattutto quella cristiana, esiste, almeno per chi la conosce poco, un grande frainteso.

Cerchiamo perciò di approfondire.

Cominciamo dalla parola “apocalisse”.

La parola greca, Apocàlipsis, da cui il nostro “apocalisse” letteralmente, significa rivelazione e non ha niente a che fare con la fine del mondo.

La parola indica nella Bibbia un intervento di Dio che segna la differenza tra il passato e il futuro. Dio si manifesta, interviene, agisce e tutto cambia.

In questo senso, Gesù si può considerare un predicatore “apocalittico”, perché annuncia un grande cambiamento in arrivo: il Regno di Dio. Con l’avvento del Regno, tutto è destinato a trasformarsi profondamente: niente sarà più come prima.

L’attesa di un intervento di Dio che trasforma le cose e, soprattutto, ristabilisce la giustizia dove non c’è, non è, per chi lo attende, un elemento di paura, ma di speranza.

Ogni riferimento all’apocalisse, perciò, è un richiamo alla speranza di un futuro migliore.

Ciò non toglie però che il raggiungimento di questo futuro passi attraverso un evento drammatico, un passaggio critico, per niente facile e scontato. Ed è forse questo l’aspetto dei discorsi apocalittici che suscita inquietudine.

Il punto su cui riflettere però è che questi eventi drammatici non sono futuri, sono ben presenti. Fanno parte del nostro oggi. Li vediamo ripetersi nel nostro quotidiano. Quindi non sono una minaccia, sono una compagnia, una presenza continua alla quale dobbiamo cercare di dare un senso.

I discorsi apocalittici di Gesù usano perciò un linguaggio molto preciso, lo stile profetico, per illuminare il senso del presente e dare conforto a chi crede in Dio. In particolare, nel Vangelo, Gesù parla di come sarà difficile la vita di chi crede in lui, di come sarà complicato a volte manternere la fede e testimoniare il Vangelo, ma di come, nonostante tutto, alla fine tutte le sue promesse saranno mantenute.

Proprio per fare un esempio, torniamo al capitolo 13 del Vangelo di Marco. Non è di facile comprensione, a una prima lettura. Per interpretarlo, dobbiamo mettere in chiaro alcuni elementi-chiave.

Per prima cosa, il contesto.

Gesù è in forte polemica con la classe politica e religiosa che controlla il Tempio. Gesù ha detto che ormai è una “spelonca di ladri”, un luogo sfigurato, profanato, in un certo senso, ucciso nel suo significato, dall’avidità e dal potere.

Nel grande Tempio ormai si adora il denaro, non l’unico vero Dio, e il luogo sacro non è più al servizio del popolo, ma al servizio dei potenti che manipolano e sfruttano le folle che vi si recano in buona fede. Lo scontro è stato molto, molto duro e Gesù, estremamente deluso, si è allontanato dal Tempio dopo averne annunciato la distruzione.

Costruito “pietra su pietra”, il Tempio di Gerusalemme non è eterno. Perciò “pietra su pietra” sarà demolito.

Ora, ecco la seconda cosa da mettere in evidenza.

Per Marco esiste una relazione stretta tra ciò che accade al Tempio e ciò che sta accadendo a Gesù.

Così come il Tempio è stato, in un certo senso, assassinato, ora toccherà a Gesù essere preso, condannato, profanato e messo a morte, praticamente per gli stessi motivi: Gesù infatti chiede, come gli antichi profeti, di tornare a un culto e a una religione puri, disinteressati, sinceri e profondi.

Ma a Gerusalemme, non sono pronti per questo cambiamento.

Per questo, il suo messaggio è destinato ora a diffondersi nel resto del mondo.   

I discepoli si avvicinano per chiedere a Gesù come e quando il Tempio sarà distrutto proprio, ci dice Marco, “mentre stava guardando verso il Tempio”.

Il discorso apocalittico viene pronunciato infatti tutto sul Monte degli Ulivi, la collina che mostra una veduta panoramica di Gerusalemme, sulla quale si stagliava imponente la struttura del Tempio [clip]. Era una vista mozzafiato.

Perciò tutto il discorso apocalittico comincia dal Tempio e mantiene sempre un riferimento al Tempio. Dobbiamo anche noi averlo sempre come davanti agli occhi mentre ascoltiamo tutto il discorso del capitolo 13.

Ricordiamo che il Tempio per gli ebrei non era un luogo sacro qualsiasi, come poteva essere un tempio per un greco o un romano.

Il Tempio era unico e insostituibile, perché era un’immagine del cosmo, creato, ordinato e sostenuto da Dio. Un posto unico al mondo, una miniatura dell’universo intero, in cui Dio abitava tra gli uomini e si lasciava incontrare da loro. Non esisteva niente di sacro e di più importante. Solo pensare il Tempio profanato o distrutto, equivaleva a pensare a un mondo decapitato, un corpo ferito a morte, un motore elettrico al quale venga staccata la spina. Per un ebreo di quel tempo, tutto il bene del mondo dipendeva dal Tempio di Gerusalemme. Se il il Tempio finisce, il mondo cade in rovina, come un castello di carte, senza più un sostegno. Senza Tempio, tutto il mondo si spegne. Senza il Tempio, tutto il mondo muore. Esiste perciò una relazione simbolica vitale tra il Tempio e il mondo.

“L’abominio della desolazione (o, meglio, della devastazione)” è un’espressione famosa, già usata anche nel libro di Daniele, che si riferiva alla statua di Zeus che il re Antioco IV Epifane aveva fatto collocare nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione perciò richiama il simbolo di profanazione e dissacrazione per eccellenza. Ma, come abbiamo detto, il Tempio è stato già profanato. Sotto la facciata del sacro, è diventato uno strumento di potere economico, un luogo di commercio e di oppressione dei poveri, “una spelonca di ladri”. È come se un cancro lo avesse infettato, condannando, nello stesso tempo, tutto il mondo. Se il Tempio è profanato e corrotto, infatti, il mondo stesso si ammala e si corrompe.

Il destino del Tempio è segnato. Dato che ormai è stato profanato e non si lascia riconsacrare perché dominato dall’ipocrisia, non potrà reggere e presto sarà disfatto pietra per pietra. E proprio perché è stato sconsacrato, ora deve essere abbandonato in fretta, precipitosamente, scappandone via lontano, come si fuggirebbe da una centrale nucleare uscita fuori controllo e contaminata da radiazioni mortali. La distruzione del Tempio è la peggiore disgrazia possibile che possa colpire l’umanità.

Per salvare l’umanità bisognerebbe ricostruire il Tempio, rifondarlo da capo.

L’unico modo di salvare il mondo equivale così, sul piano simbolico, a ricostruire in qualche modo il Tempio ormai distrutto moralmente e che perciò lo sarà, presto, anche fisicamente.

Ma tale rifondazione non avverrà come tutti si aspettano: il Tempio ricostruito sarà Gesù e i suoi discepoli con lui. Tutto cadrà, tutto il mondo morirà, ma lui no, lui resterà, ritornerà, risorgerà. E i suoi discepoli con lui, uniti in uno stesso destino, come pietre del nuovo Tempio.

Ecco allora il cuore del messaggio evangelico: la distruzione, prima morale e poi materiale, del Tempio, è anche un’immagine del destino riservato a Gesù, che sarà insultato, condannato e crocifisso come un malfattore. Gesù, dal canto suo, è presentato come qualcuno che vede l’immagine di se stesso esattamente riflessa nel Tempio. La profanazione del Tempio, una profanazione che travolge il mondo, coinvolge così in qualche modo Gesù stesso. E Gesù lo dice più volte apertamente. Deve farsene interamente carico, come un eroe che prende tutto il male su di sé, lasciando che sia Lui a perire insieme al Tempio. Anche per questo sarà anche accusato di voler distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni, come sappiamo.

Il Tempio è, in qualche modo, un richiamo diretto alla sua sorte: dato che è stato distrutto nel suo significato, privato di senso da chi doveva esserne custode, ora deve essere rifondato. Distrutto, deve essere ricostruito. Proprio perché abbattuto, perché il mondo viva, deve risorgere.

Ma ecco la parte più sorprendente: non sarà più come prima. Il Tempio risorgerà e restituirà la vita al mondo non come un edificio fatto di pietra, ma nel corpo stesso di Gesù. Non solo nel suo corpo individuale, ma in quel suo corpo che è la Chiesa.

Terzo punto da chiarire: il “quando e come”.

Gesù non si sottrae a una risposta diretta alla domanda: “qual è il giorno e l’ora?”. Risponde che non spetta saperlo, cioè deciderlo, se non al Padre”. Qui non è in questione la conoscenza, ma la fiducia. Per quanto riguarda il momento culminante di tutta la storia umana, bisogna lasciar fare alla volontà del Padre, alla quale, Gesù per primo si affida.

Fissare date è tempo perso. Bisogna fissare solo la propria fede e la propria speranza nel Padre.

Gesù, del resto, non sta parlando neanche, come abbiamo detto, della fine del mondo, ma, in riferimento a se stesso e al Tempio, e dunque in riferimento, appunto, al mondo, del suo scopo, del suo significato ultimo.

L’apocalisse infatti non è la fine del mondo, l’apocalisse è il fine del mondo: la rivelazione, appunto, del suo scopo, del suo senso. Se c’è uno spoiler, cioè un finale da sapere in anticipo, beh, secondo il Vangelo di Marco questo è solo il trionfo finale di Gesù e del suo messaggio.

Quarto e ultimo chiarimento: le brutte notizie.

Le guerre, i terremoti, l’odio e le menzogne propagandistiche – o, come si dice oggi – le fake news, così come i profeti altrettanto “fake”, cioè altrettanto fasulli, che le sostengono, non sono altro che il telegiornale, la cronaca quotidiana, la storia ordinaria dell’uomo.

Tutto il male che conosciamo non è la fine e non preannuncia la fine. Sono piuttosto “l’inizio dei dolori”.

L’espressione greca originale si riferisce ai dolori del travaglio del parto, intensissimi, ma annunciatori di vita.

In altre parole, Gesù sta dicendo: non abbiate paura: tutto il mondo, l’universo intero, soffre, ma come soffre una donna per il travaglio del parto. Anche San Paolo lo dirà in modo esplicito. Da tutto questo dolore e questo male nascerà qualcosa. I discepoli sono chiamati a guardare tutti i mali che opprimono lo scorrere della storia presente proprio come i segni di un profondo cambiamento, ma con una certezza: tutto è per il bene, tutto avviene per preparare un mondo migliore. In questa chiave, la gioia di ciò che sta per arrivare, una nuova vita, è più grande di ogni dolore precedente.

È un messaggio, perciò, di profondo ottimismo che non perde il contatto con la realtà, che non nasconde o minimizza le difficoltà del presente. Perché però tale speranza funzioni, è necessario un atto di affidamento totale e incondizionato a Dio, riconosciuto e chiamato come Padre. Per questo Gesù dice: “solo il Padre conosce il giorno e l’ora”. Il “sapere” nella Bibbia è connesso quasi sempre con il possedere e il potere. La conoscenza è una forma di possesso, perciò è anche una forma di appartenenza. Dunque dire “nessuno lo sa, nemmeno il Figlio” equivale a dire che nessuno dispone di quel giorno se non Dio Padre, e l’unico modo per affrontarlo o prepararsi ad esso è un gesto di fiducia totale e assoluta, come quella che Gesù stesso, in quanto Figlio, avrà nei confronti del Padre, nel giorno sua Passione.

Infine, le catastrofi cosmiche, quelle che più fanno pensare alla fine di tutto: “il sole si oscurerà… allora vedranno venire il Figlio dell’uomo”.

Le catastrofi cosmiche, nel linguaggio dei profeti, hanno anche una chiave di lettura sociale: il sole, la luna e le stelle nella Bibbia sono simboli usati anche per indicare, come nel libro di Daniele, le grandi potenze politiche, ideologiche, economiche o sociali, del mondo. Tutto ciò che sembra un potere eterno e indistruttibile, in realtà non lo è, a cominciare da nazioni, imperi e re. Tutto passerà, tutto ha un tempo stabilito. Ma il figlio dell’uomo resterà, affermandosi alla fine come l’unico solido e definitivo punto di riferimento di tutto: l’unica cosa che resta quando tutto crolla. Perciò, per concludere: dobbiamo aver paura dell’apocalisse? Assolutamente no, l’apocalisse, la rivelazione del fine di tutte le cose, è un messaggio che vuole vincere ogni paura, ed essere un invito definitivo alla fiducia e alla speranza.

Per approfondire:

L’acqua e lo Spirito

Agli autori della Bibbia piacciono i simboli. Perciò si parla spesso dello Spirito di Dio paragonandolo al fuoco o al vento. Ma il simbolo preferito da Giovanni è un altro: l’acqua.

Photo by
@5byseven via Twenty20

Ricordate le famose parole di Gesù?
“Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”.
Spiegare che cosa significa acqua viva è facile: in greco è l’acqua che scorre da una fonte. Cioè, per farla breve, non è l’acqua del pozzo e non è l’acqua in bottiglia.

Ma le cose sono un po’ più complicate di così. Per capire davvero che cosa significano queste parole, dobbiamo fare un passo indietro.

La festa di Pentecoste, come la festa di Pasqua, è una festa ebraica che nel cristianesimo ha cambiato significato. Tuttavia, notate bene, “il grande giorno della festa” al quale si riferisce l’evangelista Giovanni, la festa durante la quale Gesù ha gridato queste parole nel Tempio, non è la Pentecoste, ma la festa di Sukkot, cioè la Festa delle Capanne.

La Festa delle Capanne è una delle feste ebraiche più antiche e importanti. Evoca il tempo del viaggio di Israele nel deserto dopo la fuga dall’Egitto, nella precarietà, sotto le tende, ma fin dalle sue origini è sempre stata collegata profondamente anche all’agricoltura e al raccolto, temi inseparabili dall’idea primordiale della fecondità e della vita.

Era perciò una festa di ringraziamento e di propiziazione per i prodotti della terra, legata alla simbologia dell’acqua, perché la terra, senz’acqua, è sterile. Insomma, si invocava il dono dell’acqua perché da essa dipendeva la vita, due cose inseparabili anche per Israele e la sua storia, nel deserto come nella Terra Promessa.

Ai tempi di Gesù la festa delle capanne durava sette giorni. Ciascun giorno si faceva una processione. Visualizziamo che cosa succedeva. Un sacerdote, seguito da molta folla, si recava alla fonte di Ghìhon, a sud-est rispetto alla collina del Tempio, poco fuori Gerusalemme.

Lì, mentre i presenti cantavano in coro “Attingerete con gioia acqua alle sorgenti della salvezza”, il sacerdote riempiva d’acqua una brocca d’oro e poi la conduceva insieme alla folla verso il Tempio, entrando in città da quella che si chiamava, appunto, “la porta dell’acqua”.

Tutti portavano nella mano destra rami di palma legati a ramoscelli di mirto e salice, in ricordo della costruzione delle capanne nel deserto. Nell’altra mano stringevano un cedro, o un limone, segno del raccolto. Tutto avveniva in un clima di gioia e festa, con canti, musica e danze.

La processione entrava infine nel Tempio e raggiungeva il cortile più interno, di fronte al Santuario.

Il sacerdote, sempre seguito dalla folla, continuava girando intorno all’altare degli olocausti. Il settimo giorno della festa, l’ultimo, il giro si ripeteva sette volte.
L’altare dei sacrifici era davvero grande, ma proprio grande: non pensate all’altare di una chiesa. Per farsi un’idea, era una roba alta sette metri, su una base quadrata di almeno venticinque.

Il momento culminante arrivava quando il sacerdote, salita la rampa che portava in cima all’altare, versava l’acqua della brocca d’oro in un imbuto d’argento. L’acqua scorreva così dall’altare fino a terra, mescolandosi al sangue dei sacrifici.

Ecco, è esattamente questo il momento in cui, secondo Giovanni, Gesù si alzò e prese la parola.

Così come ha già detto in altre pagine dello stesso Vangelo di essere l’agnello pasquale, la manna, il serpente, ora Gesù sta dicendo di essere lui la vera fonte. Attenzione: non l’acqua, ma la fonte dell’acqua.

L’acqua è “viva”, cioè è acqua di sorgente, proprio perché viene dalla fonte, cioè da Lui. E quest’acqua è lo Spirito. Giovanni lo dichiara apertamente. Anche se nella predicazione si preferisce più spesso parlare di vento e di fuoco, facendo riferimento alla Pentecoste secondo Luca, l’associazione simbolica tra acqua e spirito era invece, per un ebreo del tempo, molto più naturale di quanto non lo sia per noi oggi. La stessa parola nefesh, che traduciamo normalmente come “spirito” era in realtà anche un sinonimo di gola, e quindi di sete. Nello stesso tempo il simbolo dell’acqua richiama, insieme allo Spirito, la rivelazione di Dio in Gesù. Lo Spirito che scaturisce da Gesù è inseparabile dalla sua Parola e dunque, per Giovanni, da Gesù stesso perché lui, Gesù, è “la Parola fatta carne”.

L’acqua nella Bibbia è associata anche alla Torah, la Legge di Dio. Chi ne beve, cioè la mette in pratica, vive. Dunque da Gesù scaturisce lo spirito-acqua perché lui stesso prende il posto della Legge. Il “comandamento nuovo”, infatti, non è altro che Gesù stesso colto nell’atto di donare la vita. Tutto questo Giovanni lo rappresenta anche plasticamente con l’acqua e il sangue che scaturiscono dal costato di Gesù sulla croce.

In conclusione: tutto ciò che c’è di buono nel mondo viene da questa fonte. Ogni annuncio, ogni azione, ogni testimonianza, ogni atto o gesto vitale che si compie nel mondo dipende dallo Spirito di Dio riversato attraverso Gesù sul mondo. Senza, nessuno può vivere, nessuno può essere fecondo, nessuno può portare frutto, nessuno può donarsi a sua volta. Anche se non lo sa. Perché l’acqua feconda la terra sempre e comunque e, a sua volta, la terra fa vivere tutti. Anche te.

Bella a tutti!

Per approfondire l’uso di simboli e parabole:

Perché scegliere l’ora alternativa all’insegnamento della religione

Non sei interessato all’ora di religione? Non scegliere di uscire dalla scuola. Scegli comunque un’ora di scuola.

Photo by
@bceclect17 via Twenty20

Non sei interessato all’ora di religione cattolica? oppure sei minorenne e la tua famiglia non ti permette di frequentarla? che cosa fare?

Sembrerà strano, detto da un professore di Religione, ma la mia proposta è di seguire l’ora alternativa.

Non scegliere di non stare a scuola. Scegli un’ora di scuola.

Il mio invito ovviamente è rivolto anche a tutte le famiglie interessate. Se siete genitori e mi state leggendo e, soprattutto, non volete che i vostri figli seguano l’insegnamento della religione cattolica, iscriveteli immediatamente, senza esitazione, all’ora alternativa. Ovviamente, dopo aver concordato la cosa con i vostri ragazzi e le vostre ragazze, se in età di poter decidere da sé. Anche se in qualche scuola non dovessero ancora essere adeguatamente organizzati, la vostra richiesta sarà un incentivo per farlo per bene e per tempo. Anzi, secondo me, la presenza dell’offerta di un’ora alternativa è, di fatto, un indice di qualità da tenere in considerazione sin da quando si tratta di ponderare a quale istituzione scolastica affidare i figli.

Qualcuno pensa – e ci sarebbero anche buoni motivi per sospettarlo – che gli insegnanti di religione si sentano in concorrenza con gli insegnamenti alternativi all’ora di religione. Invece, di fatto, chi frequenta la scuola sa già che non è così. La legge, infatti, tutela ambedue le scelte.

Gli insegnanti stessi di religione, me compreso, sono a favore di un insegnamento alternativo e di buona qualità per chi, per qualunque ragione, non abbia intenzione di seguire l’ora di religione.

Dato che a volte si preferisce non fare né l’una né l’altra, voglio presentarvi almeno sei motivi per scegliere l’ora alternativa, proprio questa “benedetta” ora alternativa. E le virgolette non sono ironiche.

Primo motivo: chi la sceglie, segue comunque una materia in più, con tutti i vantaggi che questo comporta, anche dal punto di vista del curriculum scolastico e della valutazione dei crediti in sede di consiglio di classe. Un docente in più che ti segue ed esprime un’opinione su di te è meglio. Non ha senso seguire l’ora di religione solo per i crediti. Gli stessi crediti si ottengono con la materia alternativa.

Secondo motivo: una materia alternativa alla religione, se ben fatta, può dare un contributo importante alla tua crescita personale. “Più scuola” è sempre meglio che “meno scuola”. Perché più istruzione è sempre meglio di meno istruzione. È una matematica semplice. Perciò non è bene essere pigri, accontentandosi di entrare dopo, uscire prima, o di parcheggiarsi da qualche parte.

Terzo. Per legge, la scuola deve offrire una materia che sia fuori dal percorso di indirizzo. Per esempio, se fai lo scientifico non è previsto l’insegnamento di legge o di economia, e queste due materie sono un’ottima alternativa alla religione cattolica. Oppure può trattarsi di etica, morale, o di qualunque altra materia che non sia prevista nel tuo curriculum di studi. Ho sentito di scuole che hanno proposto come materia alternativa l’educazione ai diritti umani. Si tratta di una buona idea, a mio parere. Perché proposte come questa, se presentate con competenza, non possono che aiutarti ad aprire la mente e a darti una visione d’insieme, una prospettiva, che ti aiuta a mettere insieme ciò che studi anche in altre materie.

Quarto. Non sei costretto a vagare per i corridoi della scuola. Non bisogna sottovalutare questo aspetto. La legge non obbliga né a seguire l’insegnamento della religione cattolica, né a frequentare l’insegnamento della materia alternativa, ma avrebbe l’obbligo di provvedere in ogni caso ad ambienti per lo studio personale o assistito. Spesso però questo, per mille motivi, spesso organizzativi o logistici, non avviene, e gli studenti finiscono per vagare nel cortile o pascolare al bar. Non è una cosa buona, né per gli studenti né per la scuola.

Quinto motivo. Se puoi scegliere tra qualcosa e nulla, secondo me è sempre meglio scegliere qualcosa. Più ragazzi o ragazze sceglieranno la materia alternativa, meglio le scuole si sapranno organizzare per offrire una scelta seria.

Sesto e ultimo motivo (almeno per me, se conoscete altre buone ragioni, aggiungetele ai commenti): sia che tu sia credente, non credente, credente di un’altra religione o appartenga a una famiglia per qualunque motivo ostile all’insegnamento della religione cattolica, un’ora alternativa in cui si offra una materia che offra un dialogo costruttivo con l’insegnante e che contribuisca allo spirito critico e alla fondazione morale della persona, credo che sia non solo auspicabile, ma persino necessaria. Non negarti questa possibilità.

Ovviamente, quello che sostengo qui non è vangelo – scusate la metafora religiosa – perciò apro la questione al dibattito.

Bella a tutti!

Per sostenere “Bella, prof!”, puoi acquistare il materiale scolastico a questo link. Non solo potrai risparmiare acquistando on line, ma una piccola percentuale dei tuoi acquisti contribuiranno alle spese del blog, della pagina e del canale YouTube.
https://amzn.to/2wwO6of

Non c’è peggior cieco di chi crede di vedere

La guarigione del cieco nato nel Vangelo di Giovanni è un capolavoro di ironia, nel quale tutti un po’ dovremmo riconoscerci.

Photo by
@hadigern via Twenty20

Perché è difficile cambiare? Cambiare è difficile come per un cieco tornare a vedere.

“Gli uomini non cambiano” dice una bellissima e tristissima canzone.
Secondo il Vangelo, solo Gesù, qualche volta, ci riesce. Anche così possiamo interpretare il famoso episodio del cieco nato.

Gesù lo guarisce, ma tutto il mondo intorno a lui non accetta quello che è successo. Nessuno vuole vedere come stanno realmente le cose: il cieco è stato guarito. Quell’uomo adesso vede, ma tutti gli altri continuano a negare la realtà. Chi è il vero cieco?

Il Vangelo, qui come in altri passi, ha un forte senso dell’ironia.

Ma questa ironia è rivolta proprio a noi che lo leggiamo e ci sentiamo, per qualche motivo “buoni”, non agli altri che, forse inconsciamente, scriviamo sulla lavagna dal lato dei cattivi.

Il motivo per cui non riusciamo a cambiare, anche quando dovremmo, è che continuiamo a vedere e giudicare le cose sempre allo stesso modo, senza saper scorgere le novità e il cambiamento.

Non vediamo, non perché non abbiamo occhi per vedere o intelligenza per capire, ma perché abbiamo la vista e il pensiero occupati da altre cose. Preferiamo il nostro solito modo di vedere o le nostre solite convinzioni alla verità. Mentre per accettare le cose come stanno occorre coraggio e trasparenza interiore.

Facile a dirsi, però, anche se è dura, è così.

Ricordo un vecchio cartone che mi piaceva molto quando ero bambino: Mister Magoo. Non smettevo di ridere perché Magoo vedeva a malapena, ma non ne era consapevole, perciò trasformava tutto ciò che aveva davanti in un oggetto che stava solo nella sua fantasia, mettendosi in situazioni sempre più ridicole.

Ecco, noi siamo Mister Magoo. Ci mettiamo in testa una cosa e pensiamo che sia giusta e vera, senza aver il coraggio di ammettere i fatti, senza riconoscere che possiamo aver sbagliato. Visti da fuori, facciamo un po’ ridere, come fanno sorridere amaramente i personaggi del Vangelo che non vogliono vedere che il cieco è stato guarito.

Le nostre idee, le nostre convinzioni, sono dunque qualcosa che non vogliamo mollare, ma che spesso ci impallano la realtà.

Essere ciechi non è un problema, se sai che è un problema. Ma se sostieni a tutti i costi di vedere, beh, allora la faccenda si fa seria.

“Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere” dice il proverbio.
In questo caso, però, non c’è peggior cieco di chi crede di vedere.

Bella a tutti!

Per approfondire (e sostenere il blog):

Il palazzo della memoria: il metodo – sicuro – per ricordare qualsiasi cosa

Esiste un metodo infallibile e molto antico per memorizzare tutto, persino ciò che non ci interessa. Utilissimo per esami e interrogazioni. Provare per credere.

Photo by
@cheesetime via Twenty20

La capacità di ricordare molte informazioni non manca a nessuno. Tutto dipende infatti da quanto le cose da ricordare hanno effettiva importanza per noi e da quanto sono capaci di suscitarci emozioni.

Ora però molti mi hanno domandato come si fa a ricordare invece le cose noiose. Questo perché, per quanto sia grande la nostra passione per una materia, dovremo sempre superare esami o interrogazioni o, in generale, delle prove, nelle quali saremo costretti a cercare di ricordare molte informazioni monotone e poco coinvolgenti.

Esiste un sistema molto efficace e anche molto conosciuto. Faccio questo video per chi non ne ha mai sentito parlare. Viviamolo come un esperimento pratico, che possiamo fare immediatamente, in tempo reale.

Prendiamo dunque un elenco di parole a caso:

  • Portafoglio
  • Serpente
  • Cacciavite
  • Cocomero
  • Batteria
  • Libro
  • Chitarra
  • Capra
  • Specchio
  • Cisterna

Ve le ricordate? Sapreste già dirmele in ordine senza rileggere? Se siete persone normali, ovviamente no.

Allora, vi garantisco che alla fine del video – o quando avrete finito di leggere queste righe -, ve le ricorderete tutte. Le saprete dire non solo in ordine, ma in qualsiasi ordine, anche in ordine inverso. E saprete anche numerarle, cioè dire in quale numero d’ordine si trovano, se ve ne indico una a caso.

Ok. Proviamo insieme.

Immaginate di essere in casa vostra.

Pensate a percorso a tappe nei vari ambienti della vostra casa. Un percorso comune, che fate magari tutti i giorni. Vi aiuto io. Seguitemi.

Partite dalla camera da letto, entrate in bagno, poi passate dal corridoio ed entrate in soggiorno, dal soggiorno entrate in cucina, poi all’ingresso, davanti alla porta di casa. Usciti dalla porta di casa e vi trovate sulle scale, oppure sul giardino – dipende da come è fatta la vostra casa – e da lì passate dal cancello o dal portone di condominio e arrivate fino alla strada. Un percorso comune, che fate tutti i giorni. Mettete in pausa il video, oppure smettete di leggere per un momento, chiedete gli occhi, e ripensate attentamente a questi passaggi.

Non è un esperimento di memoria, ma di immaginazione. Non dovete cercare di ricordare, ma di immaginare, di dipingere con la mente le cose. Dovete usare solo la fantasia. Nell’immaginare, usate tutti i sensi: il tatto, l’odorato, la vista, il suono, il gusto. Usate anche il movimento, l’esagerazione, il senso dell’umorismo, le cose che vi piacciono, le vostre passioni.

Pronti? Cominciamo. Funziona anche meglio se chiudete gli occhi e ascoltate il video. Se volete, potete metterlo in pausa ogni tanto.

Vi svegliate e siete sul vostro letto. Nella vostra stanza da letto. Pensate bene a dove vi trovate. Sul comodino, accanto a voi, c’è un portafogli. Pensate alla posizione nello spazio del portafogli, alla sua forma, al suo aspetto. È accanto alla sveglia? Di che colore è? Aperto? Chiuso? È pieno o è vuoto? È di cuoio? Odora? Fa piacere avere un portafoglio pieno zeppo di soldi, che traboccano fuori. Se vi piace così, immaginatelo così, non vi costa nulla.

Ora vi alzate e siete in bagno. State per entrare nel vano doccia, lì dovete però fare un salto indietro. C’è un serpente. Tutti hanno paura dei serpenti, figuriamoci a trovarne uno proprio lì. Che serpente è? Un serpente a sonagli? Un cobra che salta per mordervi, o un grosso boa pacioccone che vuole solo stritolarvi lentamente? Non importa, fate voi. Usate, come vi ho detto, l’immaginazione.

Uscite dal bagno, magari ancora spaventati e notate, nel corridoio, lì davanti a voi un grosso cacciavite. Pensate e, soprattutto, create con il pensiero: chi lo ha lasciato lì? Perché? Nel dipingervi il cacciavite, potete divertirvi ed esagerare. Magari è gigantesco, sospeso nel vuoto, col manico bello colorato. Come in un videogioco. Girategli intorno. Guardatelo da varie angolazioni. Ora lasciatelo lì ed entrate nel soggiorno.

Ecco al centro, sul tavolo, su vassoio, un c’è grosso cocomero. Com’è? Grande? Piccolo? Già tagliato o ancora intero? Dipingetelo nella mente con tutti i suoi dettagli. Usate i sensi. Magari avete fame, o sete, avete voglia di qualcosa di fresco e ne prendete una fetta. Com’è? È rosso e dolce, oppure è insipido e con troppi semi? Non importa. È sempre un cocomero. Continuate, così, a usare tutti i vostri sensi. A farvi il vostro film.

Vi voltate e, sull’angolo opposto del soggiorno, vedete una batteria. Proprio una batteria per complesso rock, con tanto di tamburo, piatti e bacchette. Immaginate sul tamburo grande un grosso numero cinque. Continuate a disegnarlo nella vostra mente. Pensate al font, al colore, alla dimensione, alla decorazione. Magari è il nome del complesso. La batteria di un gruppo che si chiama “i 5”. Suonate la batteria, fate un po’ di casino. Immaginate il suono. Prima di procedere oltre, date un ultimo sguardo al numero cinque.

Ora entrate in cucina. Sul tavolino della cucina o sul piano per cucinare, trovate un libro. Forse è un libro di ricette. Sfogliatelo o, come fanno gli amanti dei libri, magari annusatelo. È nuovo di stampa? È vecchio, molto usato? Magari sulla copertina c’è la foto del vostro chef preferito. Oppure è il manuale delle giovani marmotte. Non importa. Immaginate e dipingete nella mente dettagli che vi danno sensazioni ed emozioni.

Da lì avviatevi all’ingresso. Trovate una chitarra. Forse è dello stesso gruppo che ha lasciato la batteria. O forse è la vostra chitarra. Oppure, lì, all’ingresso di casa, c’è ad aspettarvi Jimmy Hendrix che suona il vostro brano preferito. Ma va bene, se preferite, Gigi d’Alessio, tanto i gusti sono i vostri. Fatevi una risata. Anche tu, Gigi, non te la prendere…

Lasciato Gigi, siete sulle scale, oppure in giardino. Ci trovate, stupiti, una capra. Che tenera! Accarezzatela, se volete. È bella, tutta fiera e tranquilla. Sta masticando. Magari mangia la pianta del pianerottolo o l’erba del vostro giardino.

Uscite e siete sulle scale o al vostro portone di casa o al cancello, dipende da come è fatta la vostra casa. Degli operai stanno trasportando uno specchio! Oppure, forse, è già stato lasciato lì da qualcuno. Che cosa ci vedete? Voi stessi? Un’altra persona? Lo specchio come è fatto? È deformante? ha una cornice? È piccolo o grande? O è ancora imballato e la carta un po’ strappata vi permette di vedere un poco del suo riflesso? Di nuovo, usate la fantasia senza freni e senza pensare alla logica. Cercate solo di continuare a farvi un film tutto vostro.

Ora siete usciti e siete sulla strada davanti casa. C’è un grosso camion cisterna. La cisterna è enorme. È colorata? Scegliete un colore. Oppure no. Trasporta latte? Benzina? Acqua? Il camion cisterna, comunque, è fermo lì. Oppure vi passa accanto e vi fa il bagno sollevando l’acqua di una pozzanghera e facendovi arrabbiare. Immaginate. La fantasia è la vostra onnipotenza. Vi muovete nel vostro mondo.

Ora ripensate bene a tutto il percorso. Rifatelo nella mente. Concentratevi.

Se lo avete fatto con attenzione. Potete elencare tutti gli oggetti. Cosa c’era sul comodino? E nel vano della doccia? Che cosa vi siete trovati davanti quando siete usciti dal bagno? Cosa c’era al centro del soggiorno? E poi nell’angolo opposto quando vi siete voltati? C’era un oggetto con un numero? Poi in cucina? E chi vi aspettava davanti alla porta di casa prima di uscire e che cosa suonava? Appena usciti, sul pianerottolo o in giardino, che cosa c’era? Sulle scale o davanti al portone? E infine sulla strada? Se mi avete seguito, credo che ricorderete tutti gli oggetti.

Ora tornate indietro. Procedete al contrario: cisterna, specchio, capra, chitarra, libro, batteria, cocomero, cacciavite, serpente, portafogli. Che numero aveva il tamburo della batteria? Cinque. Era il quinto oggetto. Qual è il settimo? Semplice. La chitarra. Dato che avete visualizzato il percorso e sapete che la batteria è a metà, potete contare facilmente dalla batteria a tutti gli oggetti intermedi in avanti o indietro. Potete numerarli tutti perché li avete ordinati con il percorso.

Se non siete riusciti al primo tentativo, riprovate e rigirate il vostro film, in modo magari ancora più colorito e divertente, ricco di dettagli che suscitino in voi un’emozione o che abbiano importanza per voi. Provate a riascoltare il video a occhi chiusi, mettendo in pausa quando volete. L’importante è che a ogni tappa del percorso corrisponda qualcosa che volete ricordare. Vedrete che funziona!

Questo sistema per ricordare elenchi di cose difficili da tenere a mente era conosciuto già nell’antica Roma e si chiama tecnica dei “loci” (cioè dei luoghi) o palazzo della memoria. Con un po’ di esercizio potete estenderlo a centinaia di oggetti. Gli oggetti e le immagini a loro volta possono essere usati per dipingere concetti astratti. È una tecnica che sfrutta tre chiavi della memoria: l’associazione, l’immaginazione e la collocazione nello spazio. Oggi sappiamo che il percorso e i dettagli della fantasia attivano varie aree del vostro cervello per immagazzinare informazioni anche a lungo termine. È di sicuro molto più efficace che ripetere in continuazione.

Richiede solo una capacità che stiamo, purtroppo, perdendo un po’ tutti: la concentrazione. Usare il metodo, però, può aiutarci anche ritrovare la concentrazione, insieme alla memoria. Esercitando l’una, eserciterete anche l’altra.

Provate e fatemi sapere. Tentar non nuoce. Se volete approfondire, trovate molto materiale su internet. Per cominciare, date un’occhiata alla voce “mnemotecnica” su Wikipedia.

Bella a tutti!

PS: l’esempio è tratto dal libro che indico sotto, del quale, perciò, sono debitore. Lo consiglio vivamente. Se lo acquistate a questo link (o acquistate qualunque libro dello stesso autore, ugualmente consigliato) contribuite anche a sostenere il blog.

Per approfondire:

In Italiano forse uno dei libri migliori è invece questo:

Un trucco per fare (bene) quello che non ci va di fare

Siamo specialisti nel rimandare, perché fare cose importanti ci stressa. Lo facciamo per esempio con lo studio. Ecco un metodo semplice e vincente.

Photo by
@SBphoto via Twenty20

Dovete recuperare qualche materia? Sostenere un esame difficile ma che non vi appassiona? Non volete rovinarvi l’estate ma non riuscite proprio a prendere l’abitudine di studiare? Avete un progetto a lungo termine che rimandate sempre?

Ecco come fare.

Raggiungere alcuni obiettivi è difficile non perché siano difficili in se stessi, ma perché richiedono un impegno a lungo termine. Per andare bene a scuola o riuscire negli esami universitari non bisogna essere molto intelligenti, serve in realtà solo una cosa: che lo studio diventi per voi un’abitudine, qualcosa che fate tutti i giorni, come lavarsi, mangiare o andare al bagno.

La differenza tra le buone e le cattive abitudini è che spesso quelle cattive ci danno una gratificazione immediata.

Essere promossi a fine anno senza debiti o laurearci nei tempi sono grandi gratificazioni, ma arrivano dopo mesi o anni.

Allora come si fa?

Ecco il segreto: spezzate un grande impegno in tanti pezzi più piccoli.

Ogni grande casa è fatta di mattoni. In pratica questo significa che se volete raggiungere un obbiettivo dovete pensarlo come fatto di tanti piccoli obbiettivi più piccoli. Dividete un impegno a lungo termine in tanti piccoli obbiettivi a breve termine.

In pratica, p. es., fate così. Prendete un timer e fissate un intervallo di 25 minuti. Cominciate a studiare e per quei venticinque minuti non ammetterete alcuna distrazione. Finito l’intervallo, concedetevi qualcosa che vi rilassi, senza impegnare la mente: ascoltare il vostro brano musicale preferito, alzarsi e sgranchirsi, fare esercizio.

Io consiglio di prendere un foglio di carta, magari un diario o un calendario, e segnare una stanghetta, come a indicare un punteggio raggiunto. Proprio quella stanghetta sarà la vostra gratificazione. Potete trasformare la cosa in un gioco e aiutarvi con una applicazione.

Io ne uso una, che si chiama “Forest” e che trovate sia per iOS che per Android. Per ogni intervallo di studio che avrete portato a termine senza interruzioni potrete piantare un alberello. La cosa vi sembrerà cretina, ma non lo è.

Ricordate che la nostra natura cerca sempre gratificazioni. Non sottovalutate la sensazione piacevole di aver concluso qualcosa, di aver riempito un’intera schermata di alberelli o un foglio di stanghette. A lungo termine, la soddisfazione finale vera sarà quella di aver raggiunto il vostro scopo: essere promossi. Ma nel frattempo avrete preso l’abitudine a studiare e a smettere di cazzeggiare, qualcosa insomma che cambierà la vostra vita decisamente in meglio.

È un metodo che può aiutarvi parecchio con qualunque cosa vi pesi fare, nonostante già sapete sia importante.

Commentate, fatemi sapere la vostra e, soprattutto, se per voi il metodo funziona.

Bella a tutti!

Per approfondire:

Dieci ragazze… e un matrimonio

Spesso non sappiamo interpretare una parabola perché non ne comprendiamo la metafora. Per la famosa parabola delle dieci vergini, ci aiuta rievocare come si svolgeva un matrimonio nell’antichità.

Photo by
@darcyferrisphoto via Twenty20

Immaginate dieci ragazze che organizzano una festa di nozze per una loro amica.

Immaginate la chat da incubo tra loro dieci, finché, quasi all’ultimo momento, arrivano a una decisione che, come spesso succede, è un po’ assurda.

Sono compagne di studi, hanno studiato tutte archeologia o lettere antiche all’Università e vogliono fare una festa di nozze che ricalca il modo in cui si faceva ai tempi dell’antica Roma, con qualche adattamento, ovviamente.  Una trovata folle, è vero. Ma tutte le feste di matrimonio sono un po’ folli. E anche loro, diciamo la verità sono un po’ svitate.

Fatto sta che l’idea è simpatica e originale e riescono a convincere la coppia, anche lo sposo che all’inizio ovviamente era un po’ scettico…

Gli sposi hanno deciso di trascorrere in una bella villa in campagna la loro prima notte, perciò questo rende più facile organizzare il tutto e ricreare il clima giusto.

Dopo la cerimonia e la cena, dopo le bevute e i balli, e gli altri annessi e connessi soliti che tutti conosciamo, le ragazze, le dieci amiche, accompagneranno la sposa nella villa degli sposi, dove aspetteranno l’arrivo dello sposo, che le raggiungerà dopo, accompagnato da tutti i suoi amici. Appena arriverà la sfilata dei ragazzi, le ragazze usciranno incontro allo sposo e si uniranno al corteo che lo accompagnerà, attraverso il giardino, fin dentro la casa. Il tutto si farà alla luce delle fiaccole, con tamburi e chitarre, cantando e ballando le canzoni preferite degli sposi. Un momento indimenticabile.

Nell’antichità si faceva infatti così: gli amici degli sposi, ragazzi e ragazze, accompagnavano lo sposo fino alla porta della stanza dove i due avrebbero trascorso la loro prima notte insieme. Lì lo attendeva lei, ovviamente felice, bella e splendente come il sole, come tutte le spose. L’amico più caro dello sposo faceva un breve discorso e consegnava la sposa allo sposo. A quel punto tutti facevano gli auguri alla coppia, uno per uno, consegnando i loro regali. Poi i due entravano nella loro stanza tra scherzi e battute dei presenti. La porta veniva chiusa e gli sposi, finalmente, dopo tutta quella giornata impegnativa, rimanevano soli e si godevano la loro intimità in santa pace.

L’idea delle ragazze è proprio di ricreare quella magia. La sposa ci ha anche fatto la tesi di laurea. Perciò è necessario che tutto sia perfetto. La parte più difficile? le fiaccole. Le fiaccole sono la chiave di tutto. Tutta la magia sta lì. Le fiaccole sono dei piccoli bastoni in cima ai quali sono avvolti degli stracci. Perché brucino il tempo sufficiente per il corteo che accompagna lo sposo, devono essere poco prima impregnate nell’olio, che deve essere abbastanza, altrimenti si spengono. Le fiaccole alzate nel mondo antico sono simbolo di vita e sono di buon augurio per gli sposi, per nessun motivo al mondo si devono spegnere, perché questo sarebbe considerato un terribile segnale di sfiga. Insomma c’è una sola regola: giocando con le fiaccole si può anche dare per sbaglio fuoco ai capelli di qualcuno, ma una fiaccola che si spegne non si può tollerare per nessun motivo.

La genialata del corteo finale stile antico non è però l’unico momento della festa e, nonostante le raccomandazioni, alcune delle ragazze finisco per distrarsi tra mille altre cose e dimenticano ciò che serve per accendere le fiaccole.

Lo sposo fa pure tardi, per qualche motivo, forse perché gli amici, sempre terribili, gli fanno qualche scherzo. Magari lo buttano in piscina o gli fanno un gavettone di superalcolici e lui è costretto a cambiarsi.

Il tempo passa. Ormai è il cuore della notte. Non c’è campo e i cellulari non prendono. Che fine hanno fatto lo sposo e tutti i ragazzi? C’è stanchezza, ovviamente, e le ragazze finiscono per abbioccarsi tutte. Ma finalmente si sente un gran casino…: sto benedetto sposo è arrivato “eccolo, dobbiamo andargli incontro!”.

È il momento di accendere le fiaccole. E qui spunta il problema. Cinque di loro hanno dimenticato di fare la loro parte. Caspita! Avevano fatto pure le prove. Non c’è abbastanza olio per le fiaccole. “Dividiamolo!”, ma le altre sono, giustamente, contrarie: abbiamo messo su tutto questo balletto e adesso andiamo a fiaccole spente? Non se ne parla. Le cinque più organizzate sono inflessibili. Andate da un pakistano, o a un centro commerciale aperto 24 ore su 24. Ce n’era uno sulla strada, vicino al paese. Insomma un negozio aperto si trova sempre. Ma bisogna correre!

Quelle saltano in macchina sperando di fare in tempo. Fanno prima che possono, ma, quando tornano, è già successo tutto, gli sposi sono entrati nella loro stanza. Il momento più bello è passato.

Allora, una di loro, contro il parere di tutti, rompe le regole e fa una cosa da non fare assolutamente: bussa alla porta della stanza degli sposi: “vogliamo salutare, ci siamo anche noi”. Dentro gli sposi sono già nella loro intimità e si sente da dentro lo sposo rispondere, stanco e ovviamente un po’ irritato: “…ma chi ve conosce?”.

Scusate, in questo caso lo sposo era evidentemente romano…

La differenza tra la storia che vi ho raccontato e il modo in cui si svolgeva davvero il matrimonio nel mondo antico, soprattutto in Palestina, 2000 anni fa, era che la festa vera per tutti gli altri cominciava non prima ma dopo il ritiro degli sposi nella loro casa e durava anche parecchi giorni.

Insomma, spero che ora la parabola del Vangelo sia meno difficile da interpretare. Perché le ragazze che non hanno condiviso il loro olio con le altre possono entrare alla festa e le altre no? Come mai alla fine non sono perdonate?

La risposta deve tener conto del fatto che le ragazze meglio organizzate non potevano condividere l’olio perché avrebbero rovinato tutto e, una volta chiusa la porta della stanza nuziale, il momento più bello era finito. Le feste sono belle, ma hanno anch’esse delle regole.

Tutto doveva essere fatto in un certo modo perché fare diversamente era ritenuto un’offesa grave agli sposi e alle loro famiglie.

Un po’ come sarebbe oggi presentarsi a una festa formale in bermuda e infradito. Qualcosa ritenuto abbastanza offensivo da poter essere messi alla porta.

Insomma per far funzionare qualcosa, per creare un momento magico, per regalare una gioia, bisogna saper essere previdenti prima e a volte anche determinati, inflessibili al momento.

La parabola vuole ricordare che entrare nel Regno di Dio richiede anche questo: determinazione, prontezza, fermezza, la capacità di saper cogliere l’essenziale e il sapersi regolare di conseguenza, non trascurare nulla di ciò che conta. Insomma, ci vuole anche un briciolo di sana cattiveria.

Mi viene in mente il titolo di un famoso libro di Ute Ehrahardt: “Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto”. L’autrice intendeva capovolgere un paradigma. Le ragazze cattive che vanno dappertutto sono quelle determinate, che ci sanno fare, che non si lasciano trattenere da un conformismo che le vorrebbe sempre arrendevoli, cortesi e generose. Che, insomma, hanno capito come si fa a farsi valere e si organizzano per farlo davvero.

Le parabole sono pensate proprio per capovolgere i paradigmi. In questo caso, non le ragazze semplicemente buone, ma le ragazze previdenti e decise a far funzionare una festa, sono portate a modello. Senza fiaccole accese non si può partecipare. Hai trascurato ciò che serve a tenerle accese? A creare la bellezza di quell’istante? questo ti esclude automaticamente. Con chi te la devi prendere? Hai trascurato il dettaglio più importante nel momento più importante. Hai toppato. Non hai tenuto conto delle priorità.

Non basta essere amici con tutti e voler bene a tutti. Devi dimostrare la tua amicizia e la tua benevolenza nel momento preciso in cui è richiesto. Perciò, non essere negligente e sii saggio, cioè organizzati. Arriverà prima o poi un momento in cui nessuno può aiutarti, perché nessuno può prendersi le responsabilità al posto tuo!

Bella a tutti!

Per approfondire:

La parabola del guardiano notturno

Una parabola è un racconto breve che attinge dalla vita quotidiana per creare immagini che rimandano all’assoluto, al significato ultimo della vita: un meccanismo perfetto per pensare e andare al di là dell’ovvio.

Photo by
@simon.aron.jakobsson via Twenty20

Le parabole sono parte essenziale del linguaggio del Vangelo e, dunque, del linguaggio religioso, specialmente di quello cristiano. Gesù, infatti, amava questo modo di comunicare. Era un vero e proprio autore di parabole, alcune delle quali fanno parte del patrimonio culturale e letterario di tutta l’umanità.

La parabola prende la vita, la vita reale e concreta delle persone, e ne fa un’immagine che rappresenta l’assoluto, l’infinito, il significato ultimo, universale della vita. In pratica usa il mondo per parlare di Dio e della sua verità. Si prende qualcosa di quotidiano e, attraverso la metafora, lo si rende segno di qualcosa di eterno. Si parla delle cose di tutti i giorni con l’intenzione di parlare delle cose che restano per sempre.

Se volete però davvero capire le parabole, per andare al loro senso profondo, diciamo “spirituale” dobbiamo perciò comprenderne la metafora, cioè partire dal livello più vicino a noi, quello sensibile e materiale, per poi affacciarci oltre.

In pratica dobbiamo afferrare quale situazione la parabola sta descrivendo della vita quotidiana, per poi andare oltre e, come quando si sale su un gradino per sbirciare oltre un muro, cercare di afferrare il suo messaggio.

Il motivo per cui questo richiede un certo studio è che le parabole descrivono un mondo che in parte somiglia al nostro in parte no, perché è il mondo degli antichi. Il mondo del I secolo, soprattutto quello della Palestina, che era un calderone, oggi diremmo un “melting pot” della cultura ebraica, greca e romana. Un mondo che inevitabilmente per certi aspetti è lontano da noi e richiede un certo studio, cioè un certo amore per ricostruire i dettagli della scena descritta che prendono vita soprattutto attraverso il loro contesto.

Per esempio, la parabola di Marco del padrone che parte per un viaggio e che non mette al corrente i suoi dell’ora in cui tornerà, ci offre una metafora semplice, intuitiva, ma possiamo renderla ancora più chiara se facciamo alcune considerazioni. Prendiamo per esempio la questione della casa.

Nel mondo antico, solo le case dei ricchi avevano una portineria.

La porta permetteva l’ingresso in uno stretto corridoio che portava a un atrio coperto che era il centro della casa. La portineria era presidiata sempre da uno schiavo specializzato nel compito. Si trattava spesso anche di una donna. C’era un portinaio e aveva un ruolo ben preciso, come il portinaio di oggi, dove ancora ce ne sono: notare chi entra e chi esce e, soprattutto, riconoscere chi si presenta e, eventualmente, verificarne le credenziali. L’apostolo Pietro, come sappiamo, ha avuto diversi problemi con le portinaie. Ricordate quando viene riconosciuto come un discepolo di Gesù alla portineria della casa del sommo sacerdote? Riconoscere le facce era esattamente il suo mestiere. E quando, dopo essere evaso di prigione si presenta in una casa abitata da discepoli e la portinaia, prima di farlo entrare, va ad avvisare la padrona di aver riconosciuto Pietro? Povero Pietro, ha avuto sempre problemi con la portineria…

L’idea di casa però non si limita all’edificio. Casa è spesso sinonimo di famiglia.

La casa affidata agli schiavi è la famiglia stessa, di cui gli schiavi a loro volta sono membri.

Ciascuno ha il suo compito, che deve esercitare a prescindere dalla presenza o meno del padrone. Nella casa tutti hanno delle responsabilità, non solo verso il padrone, ma anche gli uni verso gli altri, proprio perché tutto funzioni.

La casa di cui si parla perciò è anche una piccola società.

Nella morale greco-romana l’idea di casa poteva così facilmente poteva prendere le dimensioni del mondo intero.

Perciò facilmente chi ascoltava poteva associare subito la casa a tutta la famiglia umana.

C’è poi da considerare il tempo.

Il padrone parte per un viaggio di cui non si conosce né il motivo, né la durata. Quello che possiamo sapere è che non si viaggiava di notte per motivi di sicurezza. Nel mondo antico non c’era nessuna sorveglianza delle strade di notte. Anche quando si facevano cene, feste, eventi, si cercava di mandare le persone a casa prima del tramonto.

Quindi se ordina di vegliare potrebbe non essere andato lontano, oppure, se lo ha fatto, la sua ultima tappa deve essere a una distanza che permette di prendere in considerazione di fare un ultimo sforzo per arrivare a casa tardi senza dover pernottare di nuovo fuori. Il padrone non stabilisce un tempo e non da un appuntamento. È esattamente questo il punto. Nella parabola si può immaginare che il padrone non sappia prevedere quando torna o non vuole comunicarlo perché prevedere di far presto, ma si cautela. La condizione dei servi non cambia: non c’è modo per loro di conoscere il momento del ritorno del padrone di casa. Non possono fare previsioni.

Ora vediamo il fattore rischio.

Come abbiamo visto, la sicurezza è stata sempre un problema. Ma nel mondo antico lo era ancora di più. Le strade erano infestate di briganti e le città di ladri.

Viaggiare era rischioso, ma anche lasciare una casa incustodita. Soprattutto se eri ricco rischiavi di non dormire sonni tranquilli. Era perciò di vitale importanza avere servi fidati, per il tuo bene e quello di tutti i tuoi cari. La vita del padrone dipendeva dalla fedeltà incondizionata degli schiavi.

Anche per questo, era previsto dal diritto, anche se non sappiamo se questa norma venisse abitualmente applicata o se si ricorresse ad altre sanzioni, che il padrone avesse il diritto, in situazioni gravi, di mettere a morte i propri schiavi.

Un’ultima cosa che non ci deve sfuggire è la questione dell’incarico.

L’incarico fondamentale, quello cui il padrone tiene di più in sua assenza, è quello del portiere di notte. Questo significa vegliare, vigilare: fare il proprio turno di sorveglianza. Come una sentinella.

Il richiamo al mondo militare è dato dai quattro turni della notte, che corrispondono esattamente a quelli di una sentinella dell’esercito romano: dalle 6 del pomeriggio (che era il tramonto) fino alla sera (le nove), dalle nove a mezzanotte, dalla mezzanotte alle tre (che convenzionalmente si indicava con il canto del gallo) dalle tre all’alba, cioè alle sei del mattino.

Notate che le ore romane non erano di sessanta minuti – sono state tali solo a partire dalla rivoluzione francese – ma erano di durata variabile, cioè dipendevano sempre e solo dal sole. Quindi, qualunque fosse la stagione, l’ora prima del giorno cominciava con l’alba, e l’ora prima della notte cominciava con il tramonto. Quindi la durata stessa del turno poteva variare a seconda della stagione, perché la notte poteva essere più lunga.

Ma il punto è che essere sentinella è un compito rischioso. Il portinaio è la sentinella della casa. Il suo compito era di vitale importanza per proteggere la vita degli altri, perciò la sua pena, se sorpreso a dormire o ad assentarsi e a non rispettare il suo turno, poteva essere la morte.

Perciò “vegliare” va inteso letteralmente come “rispettare il proprio turno di servizio”. Lo stare svegli non è uno stato generico, ma è collegato direttamente all’affidabilità del servo che sa portare a compimento il compito vitale che gli è stato affidato.

Finalmente, ora abbiamo gli elementi più importanti per procedere a ogni interpretazione possibile.

Ricordate che la parabola non ha mai un significato univoco, perché è un motore che intende mettere in movimento la mente per produrre significati e mettere in movimento anche la volontà per spingerla realizzare scelte.

Perciò sono accettabili e, anzi, fondamentali interpretazioni diverse e diverse applicazioni concrete alla vita. Ma ci sono delle linee generali, dei binari che vanno rispettati.

In questo caso, la metafora suggerisce, a mio parere, queste conclusioni: 1) Il viaggio del padrone apre una sospensione che richiede un ritorno, un compimento. In parole povere chiede un atteggiamento di attesa. Il credente attende. La fede consiste nel saper aspettare, senza perdere la speranza. Ecco che cos’è “Avvento”: l’atteggiamento di chi si dà da fare perché consapevole di una responsabilità verso qualcuno, pur nell’incertezza. Incertezza perché il padrone, che ha detto che sarebbe tornato da un momento all’altro, potrebbe farsi aspettare a lungo e tu non ne sai di più. 2) Il padrone temporaneamente assente ha affidato dei compiti ai membri della sua stessa famiglia, la casa, perciò il tempo della sua assenza corrisponde a una responsabilità. Attendere significa lavorare, agire, fare il proprio dovere, non solo stare ad aspettare il padrone. 3) Il lavoro più delicato di tutti è quello di proteggere gli altri, di prendersi cura della loro sicurezza. È quello per cui si rischia la vita. Lo sanno bene i nostri amici delle forze dell’ordine, che rischiano la vita anche in tempo di pace. Il portinaio fa quello: rischia la vita per tutti. La rischia su due fronti: perché ne risponde con la vita, sia che faccia il suo dovere, sia che non lo faccia. È comunque, che gli piaccia o no, in una posizione scomoda. 4) La condizione di chi segue Gesù, del discepolo, del credente è esattamente quella: il portinaio che fa da sentinella al mondo. Qui di nuovo torna un tema caro a Matteo: la fede non è una rigida ideologia. Perché credere non è un privilegio, non è il biglietto per il paradiso, ma un servizio. La fede stessa è un’opera di servizio. Questo è il suo compito. Servire gli altri attendendo con fiducia. È, di fatto, la posizione più scomoda di tutte. Ma anche, dal punto di vista del vangelo, la più importante per il mondo.

Bella a tutti!

Per approfondire:

La samaritana e il marketing

Ci sono molti modi in cui si può interpretare una pagina del Vangelo. Questa volta concentriamoci sul punto focale del racconto, che non è tanto il dialogo, quanto il suo effetto…

Photo by
@canuck1133 via Twenty20

Durante il viaggio per tornare in Galilea dalla Giudea, dove le cose si stavano mettendo male, Gesù deve attraversare un territorio molto ostile, quello dei samaritani, da secoli rivali dei giudei. Gesù rimane solo, sotto il sole, affaticato, vicino a un pozzo, mentre i discepoli si allontanano per fare la spesa. Una donna samaritana si avvicina al pozzo e Gesù, stranamente, attacca bottone. I discepoli, quando tornano, sono sorpresi, di vederlo chiacchierare da solo, con quella persona che, ai loro occhi aveva almeno due grandi difetti: era una donna ed era pure samaritana. Quella, alla fine, se ne va via in fretta con la sua anfora, senza aver nemmeno dato da bere a Gesù.

I significati di questo episodio sono molti. Di solito si interpreta questo brano come una preparazione al Battesimo. Infatti, si parla molto dell’acqua come simbolo dello Spirito, ed è proprio questo il motivo per cui è inserito tradizionalmente tra le pagine che si leggono nelle domeniche di Quaresima.

Proviamo, invece, a leggere tutto l’episodio in un’altra chiave, che ci viene suggerita dallo stesso Vangelo di Giovanni. Se vogliamo capire il senso di una storia, dobbiamo capire dove va a parare. Il senso di una storia diventa chiaro infatti spesso nel suo finale. E come si conclude questo episodio? Con un momento di attesa che, alla fine, viene soddisfatta. Gesù non mangia perché dice ai discepoli che è ora di lavorare, ci sono per lui delle necessità più impellenti. Che cosa significa infatti che “il suo cibo è fare la volontà del Padre”? Significa che è in attesa di molto lavoro che sta per arrivare. Chi sta per arrivare? Che cosa sta aspettando Gesù? Che la sua chiacchierata profonda con la samaritana faccia effetto. Ed ecco, succede l’incredibile. I samaritani detestano i Giudei e non rivolgono loro la parola, ma ora vengono da lui praticamente tutti i samaritani del villaggio. Ecco il punto: a Gesù è bastato parlare con una persona, una persona sola, per conquistare prima la curiosità, poi il cuore di un villaggio intero di samaritani, cioè di gente che, in teoria, costituiva il pubblico peggio disposto che Gesù potesse avere.

La storia dunque è anche un grande insegnamento ai discepoli su come si annuncia il messaggio del Vangelo. Gesù in questo momento è un maestro del “marketing”. Il termine vi può sembrare irrispettoso, ma in realtà non lo è. Il marketing infatti consiste nel raggiungere il pubblico con un messaggio, che sia commerciale o no, non fa molta differenza, perché in realtà, la merce più preziosa di tutte è l’attenzione delle persone, il loro tempo. L’Evangelizzazione consiste nell’attirare l’attenzione delle persone, perché il tempo del loro incontro con Gesù possa cambiare in meglio la loro vita. Ed è quello che accade ai samaritani, come la conclusione dell’episodio ci ricorda.

Gesù non disprezza i singoli e i piccoli. Non teme di perdere tempo parlando con una sola persona, apparentemente persino la più improbabile, per raggiungere una comunità intera. Una sola persona infatti è parte di una rete che ne coinvolge altre. Nessun essere umano, in realtà, è davvero isolato. E Gesù offre a questa donna, in poco tempo, in sintesi, tutta la ricchezza e il valore del suo messaggio, ma, soprattutto, offre a lei rispetto e indivisa attenzione. Gesù chiede un bicchier d’acqua ma offre un valore, una merce rara: il rispetto e l’attenzione, senza giudicarla. Per parlarle poi di un’acqua misteriosa e potente che scaturisce da lui stesso, accendendo la sua curiosità. Come se lei, una donnina qualunque, fosse la persona più importante del mondo. Anzi. Non “come se”. Davvero, per lui, quella donna, è, in quel momento, la più importante del mondo. E allora il miracolo accade. Quale? Il seme è stato appena gettato e non c’è bisogno di aspettare i soliti quattro mesi per la mietitura. Eccola lì la mietitura, la famosa “messe” – per la quale gli operai sono sempre pochi –: arrivano i samaritani ad ascoltare Gesù! e lui si dona, si dedica a loro. E quelli lo vogliono, tanto da tenerlo impegnato per due giorni interi. Infine, li convince dell’impossibile: che lui è il Messia, di tutti, di Giudei e Samaritani, degli ebrei e dei palestinesi, dei bianchi e dei neri, dei cani e dei gatti.

L’episodio dovrebbe farci molto riflettere quando pensiamo alle strategie da seguire per raggiungere le persone, a come comunicare il Vangelo. A come “evangelizzare”. Gesù insegna una strategia molto chiara. Comincia dalle persone, anche da una sola. Con pazienza, con amore, con dedizione. Poi, la messe ci sorprenderà, perché, scopriremo che non siamo stati noi a lavorare, ma lui. Dobbiamo imparare a credere che non facciamo tutto noi, che non possiamo fare tutto noi. I discepoli sono chiamati a raccogliere quello che lui ha già seminato e continuamente semina nel mondo.

Per approfondire:

“Non abbiate paura!” (dei social)

I muri di una volta ricompaiono sui social e fanno paura. Ma non dobbiamo averne, se vogliamo abbatterli.

Photo by
@leroux.jolandi via Twenty20

Vi ricordate questo discorso di Giovanni Paolo II? “Aprite le porte a Cristo… Non abbiate paura!”.

A quel tempo, un muro divideva l’Europa e il mondo in due blocchi. L’invito di Giovanni Paolo II a non avere paura era rivolto a un mondo che si sentiva insicuro, lacerato da tensioni ideologiche, sempre sull’orlo di uno scontro apocalittico che non avrebbe avuto vincitori.

Il papa polacco, appena eletto, si rivolgeva ai due grandi contendenti che si fronteggiavano su quella che allora si chiamava “la cortina di ferro”: verso Est suonava come la richiesta urgente di garantire il valore della libertà, soprattutto religiosa, dopo decenni di persecuzione subiti dalla Chiesa;
verso Ovest era un richiamo a ritrovare il vero senso della libertà nelle proprie radici cristiane dimenticate.

A distanza di quasi mezzo secolo, con parole simili, papa Francesco invita oggi un mondo che si sente ancora insicuro per il terrorismo, per i cambiamenti economici e climatici, e per mille altri motivi, a non aver paura dell’altro, del diverso, dell’emigrato, di aprirsi al povero in cerca di speranza, di cercare sempre e comunque la strada della pace.

Il suo appello a non aver paura si rivolge particolarmente a coloro che pensano di risolvere i problemi del mondo chiudendosi in loro stessi, innalzando nuovi muri, ancora, di nuovo, per paura.

Come vedete, i tempi cambiano, ma le paure restano.

La storia del mondo in fondo si potrebbe raccontare come la storia dei suoi muri innalzati per paura anche se poi, sempre inesorabilmente, per un motivo o per un altro, prima o poi, sono caduti.

Ma anche la storia di tutti e di ciascuno si potrebbe raccontare come la storia delle nostre paure, vinte o invincibili… Una storia di piccole e grandi battaglie quotidiane, dove abbiamo vinto o siamo stati vinti dalla paura.

Gesù è stato il primo a dire: “Non abbiate paura”. Solo che nel Vangelo di Matteo Gesù non parla della paura del mondo di accogliere i suoi discepoli, ma di quella dei suoi discepoli davanti al mondo. Il problema per lui non è tanto la paura che viene dall’esterno, ma quella che ci paralizza, che ci toglie l’iniziativa, che ci castra e ci rende sterili, che ci porta a rimandare o a caricare su altri una responsabilità che invece è nostra.

Il discepolo di Gesù non è solo chiamato ad ascoltare, è chiamato anche a parlare a sua volta. Come ogni apprendista, deve interiorizzare il maestro per imitarlo e fare eco al suo insegnamento, in parole e in opere.
Gesù non vuole alunni solo attenti e obbedienti, come non li dovrebbe volere nessun insegnante, ma li vuole attivi, dinamici, capaci di partecipare e di prendere l’iniziativa. Nello specifico li vuole dotati della capacità di comunicare agli altri, a tutti, quindi al mondo, la ricchezza che hanno ricevuto. Hai ricevuto un valore, ora devi trasmettere un valore.
Insomma, come Gesù è stato un predicatore itinerante nell’annunciare il Vangelo, praticamente senza sosta, così vuole i suoi discepoli: gente inquieta, che non sta mai ferma, seminatori a loro volta della parola che ha germinato e portato frutto in loro.

Ogni discepolo è chiamato ad essere un comunicatore, un testimone, un catechista, un educatore, un insegnante, così come lo è stato il suo Maestro. Gesù si è sentito in debito della verità verso il mondo, e nessun discepolo può sentirsi “più grande” cioè esentato da questo dovere. Secondo Matteo il Vangelo è una pratica e il comunicare… fa parte a pieno titolo della pratica del Vangelo!

Fate attenzione: Gesù non ha detto di convincere, di convertire, di conquistare, di imporre, di contrastare chi non la pensa allo stesso modo. Ha detto solo di insegnare quello che lui aveva insegnato. Di comunicare lui. Di offrirgli, insomma, la nostra testimonianza o, se vogliamo usare termini un po’ meno biblici: Gesù chiede di sponsorizzarlo con la vita.

Certo, il mondo è pieno di pericoli, ma questo non deve fermare il discepolo.

Vi faccio un esempio, significativo, secondo me.
Quando si parla di internet e dei social network, vedo una grande resistenza e un grande pessimismo in molti educatori, insegnati, catechisti, in tanti che hanno una responsabilità formativa, per non parlare di chi ha incarichi pastorali, dei religiosi e delle religiose, dei laici impegnati, dei preti. E parlo di persone spesso anche giovani. È come se avessero paura della Rete.
Eppure, la Rete ormai è un luogo di incontro reale, non più solo virtuale, perché fa parte da tempo della vita quotidiana di tutti noi.

In questo campo si parla molto, ma si fa ancora poco. E quel poco che si fa, in molti casi si fa ancora male. Improvvisando totalmente, senza nessun progetto.

Paura di sbagliare? Ma come si fa ad imparare se non si sbaglia? Come si fa a migliorare se non si prova e si non riprova, se non si combina anche qualche guaio, se non ci si mette in gioco?

La scuola e la Chiesa forse hanno in comune una cosa, almeno in Italia: la prevalenza di addetti ai lavori, diciamo… di una certa età. In tutte e due questi ambienti ancora sento qualcuno parlare di “nuovi mezzi di comunicazione di massa”. Ma non sono più nuovi per niente. Sono vecchi. Internet ha cinquant’anni e questo oggetto ce l’abbiamo tutti nelle tasche da più di dieci… E mentre il mondo corre, noi restiamo bloccati dalle nostre paure, che poi diventano incompetenze.
Ecco. Non ce lo possiamo più permettere.

Il discorso può anche essere più generale. Persino laico. Se restiamo fermi, inattivi, chiusi nella nostra zona di conforto, non cambieremo mai, non miglioreremo noi stessi, né potremo lamentarci se ciò che amiamo viene trascurato o disprezzato dagli altri.

Ma c’è qualcosa, alla fine, di cui dovremmo davvero aver paura?
Beh, sì, se prendiamo sul serio il vangelo, in realtà dovremmo aver paura… solo della paura!

Per approfondire:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: